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L’Arte di salvare l’Arte

Pasquale Rotondi e l’operazione “salvataggio” tra Sassocorvaro e Carpegna

Arrivo delle opere alla Rocca di Sassocorvaro, 1940 (Ancona, Archivio Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio delle Marche)

Abstract

Il tema del salvataggio e della tutela d’oggetti d’arte durante la Seconda Guerra Mondiale è, specialmente negli ultimi anni, riemerso in maniera più incisiva. Oltre a innumerevoli studi specialistici che hanno affrontato questo tema – interessante e senza dubbio efficace dal punto di vista di una divulgazione anche didattica – è stata la realizzazione di una serie di prodotti cinematografici inerenti all’argomento, come il celeberrimo The Monuments Men uscito nel 2015[1] a trainare e moltiplicare l’interesse. Parallelamente sono nate alcune iniziative sui territori, che hanno coinvolto intere comunità, capaci così di riscoprire una porzione importante della storia della Seconda guerra mondiale in Italia.

Pasquale Rotondi

Come ebbi modo di scrivere anni fa, sembra quasi impossibile che due piccoli paesi dell’entroterra marchigiano come Sassocorvaro e Carpegna siano diventati, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, palcoscenici di una tra le più importanti operazioni di salvataggio e tutela del patrimonio artistico svoltasi in Italia.[2]

La vicenda riguarda un trentenne arrivato da Roma a Urbino nell’ottobre del 1939, Pasquale Rotondi (Foto n.1), un giovane storico dell’arte messo a capo della Soprintendenza alle Antichità e Belle Arti delle Marche e della Dalmazia[3] in un periodo in cui il Ministero accarezzava l’idea di creare proprio ad Urbino, all’interno del rinascimentale Palazzo Ducale, un grande ricovero di opere d’arte, provenienti dai più importanti istituti culturali ed edifici ecclesiastici d’Italia, che sarebbe stato necessario a seguito di una probabile entrata in guerra del Paese; è proprio Pasquale Rotondi, nelle primissime pagine del suo Diario, scritte appena qualche settimana prima del suo insediamento ad Urbino, a darcene notizia:

«1939, 18 settembre. Mi sono incontrato con Argan[4] al Ministero. Egli mi ha comunicato che la Direzione Generale ha in animo di costituire ad Urbino, qualora l’Italia entri in guerra, un grande ricovero di opere d’arte colà raggruppate da ogni parte del territorio nazionale. […] Data la sua posizione topografica, Urbino è considerata dal Ministero lontana da ogni obiettivo militare.»[5]

 

Da Urbino a Sassocorvaro e Carpegna

La scelta di realizzare a Urbino un ricovero d’opere d’arte dovette essere abbandonata già da subito poiché Rotondi, al suo arrivo nella città ducale, fu informato che la galleria ferroviaria che si sviluppava in prossimità dell’abitato era stato destinato ad accogliere un deposito di materiale bellico, un utilizzo che avrebbe reso Urbino inadeguato ad ospitare un ricovero d’opere d’arte.[6] Al giovane Rotondi non resta che avvertire il Ministero di quanto sta accadendo, e i dirigenti ministeriali non vedono altra soluzione che incaricare Rotondi di «…trovare in altra località delle Marche un edificio sicuro, dove si possa installare il progettato ricovero»;[7] per Rotondi sarà l’inizio di una serie di sopralluoghi, insieme all’inseparabile autista Augusto Pretelli (Foto n.2), condotti tra l’ottobre del 1939 ed il giugno dell’anno successivo, volti alla ricerca di un’alternativa al Palazzo Ducale di Urbino.[8] Le caratteristiche che il ricovero doveva possedere erano ben precise: indispensabile era la lontananza da centri industriali, ferroviari o d’interesse bellico; la struttura doveva essere solida, nell’eventualità di attacchi aerei, e caratterizzata da una perfetta assenza d’umidità per garantire l’ottimale conservazione delle opere; il ricovero doveva trovarsi in una località dove, anche nei mesi estivi, non doveva esservi scarsezza d’acqua per non pregiudicare il funzionamento degli impianti idrici antincendio; i locali del ricovero non dovevano essere troppo distanti dal centro abitato, questo per impedire eventuali furti che l’isolamento del ricovero avrebbe potuto favorire; in ultimo la località prescelta non doveva essere troppo lontana da Urbino, sede della Soprintendenza, una caratteristica questa che avrebbe favorito un maggior controllo sui servizi di custodia e monitoraggio delle opere.[9]

Numerosi furono gli edifici presi in considerazione da Rotondi come possibili ricoveri; tra questi il Palazzo dei Priori di Sassoferrato, la chiesa di San Francesco di Mercatello sul Metauro, la Corte Bassa e la Corte Alta di Fossombrone, il Palazzo Ducale di Urbania, la Rocca di San Leo ed il Palazzo Brancaleoni di Piobbico,[10] edifici dove Rotondi non riscontra tutte le caratteristiche ricercate, caratteristiche che invece troverà nella monumentale Rocca di Sassocorvaro e nel Palazzo dei Principi di Carpegna.[11]

 

La rocca di Sassocorvaro

Nel giugno del 1940, dopo aver approntato alcuni accorgimenti tecnici e strutturali come muri antischegge e anticrollo, l’installazione di parafulmini ed il potenziamento degli impianti idrici, la Rocca di Sassocorvaro (Foto n.3) iniziò ad “animarsi” di tanti forestieri, tra questi lo stesso Rotondi, che dovettero suscitare un misto tra scompiglio e curiosità tra gli abitanti della piccola cittadina.[12] La possente struttura quattrocentesca della Rocca Ubaldinesca era infine pronta ad accogliere, tra l’8 giugno 1940 (due giorni prima dell’annuncio da parte di Benito Mussolini dell’entrata in guerra dell’Italia) e l’agosto di quell’anno, una moltitudine di casse contenenti capolavori appartenenti al patrimonio artistico di competenza della soprintendenza marchigiana e, tra il settembre e l’ottobre successivi, le gemme più preziose delle collezioni dei più insigni musei di Venezia, oggetti e dipinti dalle Gallerie dell’Accademia, dalla Ca’ d’Oro e dal Museo Orientale.[13] (Foto n. 4-5) La memoria di queste prime fasi della “operazione salvataggio” condotta da Pasquale Rotondi, degli spostamenti delle opere dalle loro sedi originarie e del loro arrivo a Sassocorvaro, è affidata non solo agli atti ufficiali, al già citato diario redatto da Rotondi, ma anche da un sorprendente reportage fotografico conservato presso l’archivio della Soprintendenza delle Marche che documenta il viaggio e l’arrivo di questo straordinario e corposo nucleo d’opere d’arte.[14] Per il ricovero all’interno della Rocca di Sassocorvaro furono utilizzate alcune stanze del piano inferiore e, nel piano superiore, il corridoio semicircolare ed alcune stanze adiacenti. (Foto n.6-7)

 

L’impatto sulla comunità

Se l’arrivo a Sassocorvaro delle opere, almeno inizialmente, dovette creare qualche scompiglio nella vita sociale del paese, uno tra tutti l’interdizione ai locali cinematografici allora situati all’interno del teatrino della Rocca (non solo per essere ubicati entro il ricovero ma anche per via della pericolosa infiammabilità delle pellicole cinematografiche),[15] è interessante, per comprendere quanto i cittadini sassocorvaresi fossero consapevoli dell’entità della “operazione salvataggio” che stava prendendo avvio in questa piccola cittadina dell’entroterra della provincia di Pesaro, citare qui di seguito un ricordo appuntato da Rotondi sulle pagine del suo diario il 19 febbraio 1941: «In questi suoi primi mesi di vita il ricovero ha funzionato in modo perfetto. La collaborazione degli abitanti di Sassocorvaro è preziosa. Tutti si rendono conto della delicatezza del mio compito e cercano di aiutarmi».[16] La vita del ricovero sassocorvarese, tra il 1941 ed il 1943, scorre senza particolari complicazioni; alle opere già depositate se ne aggiungono altre, tre sculture dal Palazzo Ducale di Urbino, arrivate l’8 maggio del 1942 ed una cassa contenente vetri e avori del Museo Oliveriano di Pesaro trasportata a Sassocorvaro il 16 gennaio del 1943.[17]

 

Il secondo ricovero: Carpegna

L’evolversi del conflitto bellico, tra gli ultimi giorni del 1942 e primi giorni dell’anno seguente,[18] portarono ad una nuova svolta dell‘Operazione Salvataggio; Rotondi è a Roma il 20 gennaio del 1943 e, dopo un incontro presso il Ministero, dove si era recato per disbrigare «…alcune pratiche d’ufficio…», si vagliò l’ipotesi di creare nelle Marche un secondo ricovero d’opere d’arte atto ad accogliere altri capolavori d’arte «[…] che il Ministero intenderebbe rimuovere dai loro attuali ricoveri per affidarli alla mia custodia. Siamo d’accordo nel ritenere inopportuna una condensazione di materiale artistico a Sassocorvaro. Meglio diradare le opere istituendo in un’altra località sicura del Montefeltro un altro ricovero. Mi sono riservato la scelta dell’edificio e della località. Oggi ho visitato a Carpegna il Palazzo dei Principi che ha locali asciuttissimi e perfettamente rispondenti allo scopo».[19]

Il 15 febbraio successivo Rotondi ebbe un primo incontro con i Principi di Carpegna per concordare le modalità riguardanti l’istituzione del ricovero all’interno del palazzo di loro proprietà, il 19 aprile, dopo aver apportato migliorie atte al buon funzionamento del ricovero (impianti antincendio, muri protettivi, impianto di parafulmini, ecc…) tutto era pronto per accogliere i nuovi capolavori.[20] Il seicentesco Palazzo di Carpegna (Foto n.8) dall’aprile del 1943 era pronto ad accogliere nuovi e inestimabili capolavori dalla Lombardia, da Roma e da Venezia, tra questi, solo a titolo esemplificativo, la Pala Montefeltro di Piero della Francesca e la Cena in Emmaus di Caravaggio dalla Pinacoteca di Brera, il San Matteo e l’Angelo di Caravaggio di San Luigi de’ Francesi e l’Amore Sacro e Profano di Tiziano Vecellio dalla Galleria Borghese di Roma, la Pala d’Oro e centocinquanta oggetti preziosi dal Tesoro della Basilica di San Marco di Venezia.[21]

 

Una breve permanenza

Questo nuovo ricovero d’opere d’arte tuttavia sarà destinato, pochi mesi dopo a essere dismesso in seguito agli incipienti eventi che da lì a poco avranno seguito: il 25 luglio 1943 Benito Mussolini, dopo una drammatica seduta del Gran Consiglio, viene destituito e tratto in arresto; l’8 settembre viene firmato l’armistizio con gli Alleati e, di conseguenza, le truppe tedesche presenti in Italia iniziano a disarmare quelle italiane, lasciate nel frattempo prive di direttive e allo sbando, con la relativa occupazione del territorio italiano fin oltre Roma. La situazione sembra precipitare il 20 ottobre quando Rotondi, avvertito per telefono da Carpegna, apprende che un gruppo di SS ha fatto irruzione nel Palazzo dei Principi, invadendo il ricovero e traendo in arresto non solo i carabinieri che lo presidiavano, ma anche una trentina di persone del paese che saranno in seguito imprigionati per 8 giorni a Forlì. Le SS compirono questa rappresaglia in realtà per un errore, come risposta ad un attentato ai loro danni nell’appenino romagnolo, a Campigna, un nome che facilmente fu confuso con quello di Carpegna.[22] A nulla valsero le suppliche a un oramai impotente Prefetto o le rimostranze di Rotondi presso il comando germanico installato a Carpegna, le SS replicarono «…che avrebbe provveduto l’esercito tedesco a reprimere qualsiasi azione che potesse ledere l’integrità del ricovero. Quest’ultimo doveva infatti considerarsi sotto la tutela delle forze armate del Reich […]».[23] Come apprendiamo dalle pagine del Diario di Rotondi la situazione si faceva sempre più pesante, è il 21 ottobre e, di ora in ora, i soldati tedeschi continuavano ad affluire a Carpegna e, preoccupato che i tedeschi potessero venire a conoscenza dell’esistenza di un altro ricovero a Sassocorvaro il coraggioso Soprintendente prese una decisione audace: prelevare dal ricovero sassocorvarese con l’aiuto del fido autista Pretelli le opere più preziose per portarle ad Urbino «[…] stivandole nel portabagagli e sui sedili posteriori dopo di averle avvolte nelle morbide coperte che m’ero portato da Urbino». L’intenzione era quella di depositarle a palazzo Ducale ma, arrivati in città, egli apprende che anche ad Urbino ci sono SS alla ricerca di automezzi e munizioni, l’unica alternativa è portarle presso la villa Tortorina, nell’immediata campagna urbinate dove potranno sostare per qualche giorno, sino al loro trasferimento presso il Palazzo Ducale.[24] In quei giorni, presso la Tortorina, negli spazi dove la famiglia Rotondi soggiornava in quell’autunno, furono ospitate, tra le altre, «[…] la “Tempesta” di Giorgione, il “S. Giorgio” del Mantegna, alcuni tra i più importanti dipinti di piccole dimensioni di Giovanni Bellini, il “Ritratto Morosini” del Tintoretto…». I giorni seguenti saranno trasferiti altri capolavori da Sassocorvaro a Urbino: «Successivamente sono tornato al ricovero per trasferire in Urbino, sempre per mezzo della macchina di Pretelli, qualche altro capolavoro di piccola mole: il “S. Girolamo”, la “Flagellazione” e la “Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca, il ritrattino di Memling, la “Casula di S. Tommaso” del Duomo di Fermo e alcuni disegni di prima scelta delle Gallerie dell’Accademia di Venezia». Nel fare questo secondo trasporto d’opere d’arte Rotondi fece murare le casse che le contenevano, oramai vuote, all’interno della Rocca di Sassocorvaro, facendo credere a tutti, Podestà compreso, che al loro interno c’era ancora il prezioso contenuto.[25] Nei primi giorni di novembre Rotondi trovò un camionista disposto a mettere a disposizione un grande autocarro necessario al trasporto a Urbino delle opere conservate a Carpegna:[26] opere che giungeranno nei giorni successivi nella città ducale e che saranno ricoverate in parte nei sotterranei del Palazzo Ducale ed in parte nella cripta del Duomo.[27] Tra il dicembre del 1943 e il gennaio successivo,  tutte le opere conservate già a Carpegna,[28] assieme ad alcuni preziosi dipinti già a Sassocorvaro presero la via di Città del Vaticano.[29]

 

La chiusura dei ricoveri di opere d’arte

È da rimarcare come, a seguito della chiusura del ricovero di Carpegna e allo spostamento di un ingente numero d’opere d’arte già conservate presso la Rocca di Sassocorvaro, in quest’ultimo sito Rotondi abbia continuato comunque a far affluire, nel marzo del 1944, nuovi oggetti d’arte e materiale bibliografico provenienti dal Museo e dalla Biblioteca di Pesaro. Tant’è che in quel mese egli sottolinea come «[…] la consistenza del ricovero di Sassocorvaro è di nuovo molto notevole: centoventinove casse e otto rulli».[30] Pasquale Rotondi dovette tirare finalmente un sospiro di sollievo il 30 agosto quando le truppe americane, dopo aver liberato Urbino giunsero a liberare Sassocorvaro; le opere ancora ricoverate presso la Rocca Ubaldinesca potevano considerarsi finalmente fuori pericolo.

Ma si dovrà attendere il 14 settembre dell’anno successivo per la chiusura definitiva di questo baluardo a protezione dell’arte, la chiusura di questo ricovero, come ricorderà Rotondi fu «[…] una cerimonia un po’ triste […]», [31] le ultime opere d’arte furono ritirate dal Vaticano il 21 settembre 1946 e restituite i giorni successivi ai loro luoghi di provenienza, con quest’ultimo atto, usando le parole di questo “Salvatore dell’Arte”, si chiuse «[…] questa lunga pagina della mia vita di funzionario di Belle Arti!».[32]

 

Foto

 


Note:

[1] Si veda a tal proposito la prima parte dell’articolo, apparso su questa rivista di E. Pirazzoli, Caccia all’arte. Ideologia, potere, razzie e conseguenze di una smisurata passione nazista. http://www.novecento.org/uso-pubblico-della-storia/caccia-allarte-ideologia-potere-razzie-le-conseguenze-di-una-smisurata-passione-nazista-4266/

[2] F. Fraternali, Sassocorvaro e Carpegna: gli scrigni dell’arte salvata, in M. R. Valazzi, D. Diotallevi (a cura di), L’arte in guerra. Pasquale Rotondi e il patrimonio salvato, catalogo della mostra (Urbino, Palazzo Ducale, 8 agosto-11 novembre 2014), Gebart, s.d.?, 2014.

[3] Per la vicenda si rimanda a S. Giannella, P. D. Mandelli, L’Arca dell’Arte, Editoriale Delfi, Cassina de’ Pecchi, 1999.

[4] Si tratta di Giulio Carlo Argan (1909-1992), storico e critico d’arte allievo di Lionello Venturi, funzionario ministeriale per le Belle Arti, dal 1956 ordinario di Storia dell’Arte Moderna prima presso l’Università di Palermo poi a Roma.

[5] ACS, forse sappiamo cos’è! e nel caso davvero voglia spiegare deve fare il contrario! Archivio Centrale dello Stato (senza ROMA che non è nella dicitura corretta), ACS sistema tu come vuoi! Archivio Rotondi, Il mio Diario, sc. 13, fasc. 42. La trascrizione del documento, al quale si rimanderà più volte in questo scritto, si deve ad Anna Melograni che lo ha pubblicato nel suo recente contributo «Per non ricordare invano». Il ‘Diario’ di Pasquale Rotondi e la corrispondenza con i colleghi delle Soprintendenze e la Direzione Generale delle Arti (1940-1946), in «Bollettino d’arte», 27, luglio-settembre 2015, anno C, serie VII, pp.115-200, p.133.

[6] A. Melograni, 2015, p. 133.

[7] A. Melograni, 2015, p. 133.

[8] S. Giannella, P. D. Mandelli, 1999, p. 38.

[9] S. Giannella, P. D. Mandelli, 1999, p. 39. Per il tema dalla protezione del patrimonio artistico nelle Marche durante il periodo bellico si rimanda al recente contributo: P. Dragoni, C. Paparello (a cura di), In difesa dell’arte. La protezione del patrimonio artistico delle Marche e dell’Umbria durante la seconda guerra mondiale, Le voci del Museo 34, Edifir, Firenze, 2015, ed in particolare al saggio di C. Paparello, «Con perfetta efficienza e esemplare organizzazione». Pasquale Rotondi e la protezione antiaerea nelle Marche durante il secondo conflitto mondiale, pp. 53-179.

[10] Per la lista completa si rimanda a D. Diotallevi, Pasquale Rotondi nelle Marche. Un Soprintendente in guerra, in M. R. Valazzi, D. Diotallevi (a cura di), L’arte in guerra. Pasquale Rotondi e il patrimonio salvato, catalogo della mostra (Urbino, Palazzo Ducale, 8 agosto-11 novembre 2014), Gebart, senza luogo, 2014, pp. 10-24, pp.13-14.

[11] S. Giannella, P. D., Mandelli, 1999, p. 39.

[12] F. Fraternali, 2014, p. 51.

[13] A metà ottobre del 1940 si contavano 77 casse e 18 rulli contenenti opere delle Marche e 54 casse e 16 rulli contenenti opere provenienti da Venezia. cfr. S. Giannella, P. D. Mandelli, 1999, p.52 e F. Fraternali, 2014, p. 51.

[14] Urbino, Archivio Soprintendenza delle Marche, Affari Generali, Protezione antiaerea, n.68_Ris. Altre immagini furono pubblicate all’interno del volume, edito a cura della Direzione Generale delle antichità e belle arti, La protezione del patrimonio artistico nazionale dalle offese della guerra aerea, Le Monnier, Firenze 1942.

[15] F. Fraternali, 2014, p. 53.

[16] A. Melograni, 2015, p. 135.

[17] A. Melograni, 2015, p. 137.

[18] Non dobbiamo dimenticare che, proprio in quel periodo, erano portati avanti i primi esperimenti di reazione nucleare che decretarono effettivamente l’inizio dell’era atomica (2 dicembre 1942), l’8 dicembre fu decretata la militarizzazione delle industrie italiane, dal 14 al 24 gennaio, durante la Conferenza di Casablanca, il primo ministro inglese Sir Winston Churchill ed il presidente americano Franklin Delano Roosevelt decisero lo sbarco in Italia; cfr. S. Giannella, P. D. Mandelli, 1999, p. 85.

[19] A. Melograni, 2015, p. 137.

[20] A. Melograni, 2015, p. 137.

[21] cfr. A. Melograni, 2015, pp. 137-138. Per la lista completa delle opere che trovarono rifugio a Sassocorvaro e a Carpegna si rimanda a A. Melograni, 2015, pp. 184-194.

[22] S. Giannella, P. D. Mandelli, 1999, p.98 e Melograni, 2015, p.140. Il solo danno arrecato dalle SS agli oggetti d’arte depositati nel ricovero di Carpegna riguardò «…dei suggelli del baule contenete i cimelii rossiniani che un soldato germanico ha fatto saltare nel primo momento di confusione, quando le SS sono irrotte nel ricovero».

[23] A. Melograni, 2015, p. 140.

[24] A. Melograni, 2015, p. 140.

[25] A. Melograni, 2015, p. 140.

[26] «Si tratta del sig. Ceccarelli di Urbino che, per evitare requisizioni, aveva smontato dalla motrice alcune parti vitali disperdendole un po’ dovunque.». A. Melograni, 2015, p. 140.

[27] A. Melograni, 2015, pp. 140-141.

[28] Il ricovero presso il Palazzo dei Principi di Carpegna fu completamente smantellato entro il 22 dicembre del 1943.

[29] Per questa vicenda, legata ad un altro importante “attore” dell’Operazione Salvataggio, Emilio Lavagnino (1898-1963), si rimanda a A. Lavagnino, Un inverno. 1943-1944, Sellerio Editore, Palermo 2006 ed in particolar modo, per quello che ci riguarda, al paragrafo Il diario Lavagnino, pp. 36-49.

[30] A. Melograni, 2015, p. 146.

[31] A. Melograni, 2015, p.148.

[32] A. Melograni, 2015, p.148.