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Frederick Hartt e l’organizzazione dei Monuments Men in Italia (1944-1945)

Frederick Hartt e l’organizzazione dei Monuments Men in Italia (1944-1945)

L’arrivo a Firenze delle Opere Sottratte dai Nazisti e ritrovate – Courtesy of National Gallery of Art, Washington, DC, Gallery Archives

Abstract

Il testo si propone di inquadrare l’azione di Frederick Hartt nell’Italia sconvolta dal secondo conflitto mondiale. Hartt, storico dell’arte statunitense che a conflitto concluso discusse a New York la propria tesi di dottorato su Giulio Romano, nel periodo dal 1942 al 1946 fu ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti d’America nel “Monuments, Fine Arts, and Archives Program” (MFAA) e, per questo ruolo, ricevette la Bronze Star al Merito. Organizzò, poi, la struttura dei “Monuments Men” in Italia che permise di catalogare tutti i beni artistici e monumentali, il loro stato di conservazione e gli effetti delle distruzioni belliche, il riposizionamento di ciò che era ricollocabile a fini di tutela, fino al ritrovamento delle opere trafugate dai nazisti in fuga.

Introduzione

Nel 1942 la Seconda Guerra Mondiale è a circa metà del suo percorso: è proprio in quell’anno che il Presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt decide di dare corpo a una task force militare che, sotto il coordinamento del ramo operativo del Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force, ha il compito di tutelare i beni culturali dei paesi oggetto di operazioni belliche. Si gettano così le basi per la creazione del gruppo noto come MFAA (ovvero il “Monuments, Fine Arts, and Archives Program”), costituito da circa 350 professionisti del settore prestati all’esercito con lo scopo di proteggere i capolavori dell’arte, catalogarli, ritrovarli se depredati e restituirli a fine conflitto. Da questa idea di Roosevelt viene creato un gruppo di esperti agli ordini del Generale Eisenhower: una vera e propria task force di uomini e donne provenienti da 13 paesi differenti che, solo nel 1945, ritrovano oltre 1000 collezioni di oggetti per un totale di circa 5 milioni di pezzi rubati a ricchi ebrei, musei, università, istituzioni religiose.

La loro attività non si conclude con la fine del conflitto mondiale, ma dal 1945 al 1951 un gruppo di circa 60 Monuments Men continuano ad agire in Europa come «Art Detective». A volte conosciuti anche come Roberts Commission, i membri dei Monuments Men devono agire senza interferire con le operazioni militari. Durante il periodo della liberazione nella sola Germania l’esercito statunitense scopre circa 1500 collezioni nascoste (in gran parte rubate in altri paesi europei) ma anche raccolte messe al sicuro da musei tedeschi o austriaci. Il solo Hermann Göring aveva messo da parte a Berchtesgaden circa 1000 fra dipinti e sculture.

Sempre in Germania sono ritrovati in una miniera quasi 300 quadri provenienti dal Castello di Sans-Souci a Potsdam. Durante queste ricerche sono rintracciati, fra gli altri, anche quadri di Tiziano e Botticelli appartenenti alle collezioni degli Uffizi.

Uno dei principali artefici della buona riuscita di questa missione in Italia è Frederick Hartt, storico dell’arte rinascimentale che con grande amore e passione tutelò i tesori italiani e diede impulso alla rinascita del sistema museale italiano. In tal senso va considerata la lungimiranza del programma che comprese come fosse necessario proteggere capolavori che costituivano strumenti identitari del tessuto sociale dei teatri di guerra e la cui preservazione sarebbe stata basilare per fare sentire nuovamente in breve tempo il senso di “comunità” alle popolazioni dei luoghi martoriati. Con tale finalità era, perciò, necessario avere a disposizione storici dell’arte, docenti universitari, direttori di musei, esperti di conservazione, restauratori, che potessero indicare alle truppe come intervenire e quali azioni compiere. Si trattava di professionisti che non avevano alcuna preparazione ed esperienza militare, ma costituirono un gruppo coeso e con una missione di altissimo valore morale: non dovevano salvare vite umane ma tutelare la storia e la cultura dei luoghi per riconsegnarle ai sopravvissuti una volta che il conflitto fosse finito.

Era da tempo noto che i nazisti invasori, per volere del Generale Göring[1], depredavano sistematicamente i Paesi occupati di dipinti e altri capolavori, quindi l’idea di Roosevelt venne sposata anche dalla Gran Bretagna, portando così alla nascita ufficiale dei MFAA, proprio a ridosso dei bombardamenti alleati di Milano dell’estate del 1943 che misero in pericolo il Cenacolo di Leonardo da Vinci.[2]

La task force di MFAA agì in varie zone d’Europa, al seguito delle truppe alleate che via via giungevano sul continente e solitamente raggiungevano luoghi monumentali per affiggere un avviso rivolto soprattutto ai loro commilitoni che dichiarava il luogo come edificio storico (dunque off limits per tutto il personale militare). In alcuni luoghi il lavoro della MFAA fu possibile grazie alla collaborazione con il personale locale (come avvenne a Parigi con il Direttore del Louvre, Jacques Jaujard e altri collaboratori) che permise la veloce individuazione di molte opere trafugate (soprattutto quelle facenti parti di grosse collezioni appartenute a famiglie ebree francesi e accatastate in Baviera nel Castello di Neuschwanstein). Dal 1945 vennero individuate numerose altre opere, per lo più nascoste in cave di salgemma in territorio austriaco, come la Madonna di Michelangelo che era stata sottratta nella Chiesa di Nostra Signora a Bruges.[3] Con essa ricomparvero opere di Jan van Eick, di Jan Veermeer e di altri grandi dell’arte europea. In molti casi i depositi contenevano, assieme ai capolavori, anche ordigni bellici che sarebbero serviti alla distruzione in caso di disfatta. Ciò che, per fortuna, non avvenne.

Proteggere l’Italia

Alla National Gallery of Art di Washington DC (USA) è conservato l’archivio di Frederick Hartt, storico dell’arte che dal 1942 al 1946 prestò la propria preziosa opera in Italia al servizio del MFAA. L’archivio privato di Hartt[4], (catalogato come “Record Group 28 – Collection of donated materials – Frederick Hartt Papers – 28MFAA”) custodisce tutti i documenti relativi alla sua attività in Italia, compresi articoli, corrispondenza militare, alcuni rapporti nazisti intercettati dai servizi segreti alleati, studi, manuali per le forze armate, cataloghi di beni, fotografie e negativi fotografici. Documentazione che si riferisce non solo al periodo bellico ma anche alla fase successiva dell’attività di Hartt, compresi gli anni dal 1966 e in cui fu membro del Committee to Rescue the Italian Art (CRIA), cooperando con le autorità italiane al restauro dei beni recuperati dalle distruzioni belliche ma anche a quelli danneggiati nel corso dell’alluvione che colpì Firenze il 4 novembre 1966.[5]

L’idea di analizzare il Fondo Hartt è di chi scrive e venne nel corso di una visita alla mostra “The Monuments Men and the National Gallery of Art” che si tenne nella capitale degli Stati Uniti dal 11 febbraio 2014 al 5 gennaio 2015[6] nel corso della quale vennero esposti alcuni materiali del Fondo, ivi compresa una preziosa guida sulla protezione in operazioni belliche di oggetti d’arte e archivi (Fotografia 1: “Field Protection of Objects of art and archives” – Fonte: sito wev www.nga.gov) che indicava ai militari come comportarsi nelle varie situazioni, ponendo alla base del proprio comportamento il rispetto per le opere d’arte. Nella guida venivano indicate le principali tecniche di primo intervento per la messa in sicurezza dell’opera eventualmente danneggiata in qualche modo dagli eventi bellici.

Field Protection of Objects of art and archives

Il compito di Hartt e dei suoi collaboratori, alle dipendenze del Generale Eisenhower, era curare la catalogazione di opere e di edifici in territorio ricco di testimonianza artistiche che, però, doveva subire bomdardamenti. La Commissione stilò una lista dei beni e la consegnò alle unità militari nella speranza che i monumenti indicati venissero risparmiati. Inoltre fornì ai piloti le foto aeree con l’evidenziazione dei monumenti da salvare durante la presa di Firenze. Nel corso del tempo la commissione si adoperò per monitorare la situazione a seguito di bombardamenti e dell’avanzare del fronte bellico. Nel fondo Hartt, ad esempio, si trovano materiali suddivisi per regioni italiane, ma una particolare attenzione è destinata alle zone centrali della penisola (in particolare Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna) dove il conflitto durò più a lungo.

Per queste regioni vennero documentate con dovizia di particolari varie categorie di beni, indicandone sempre il loro stato di conservazione, l’eventuale distruzione o danneggiamento pressoché totale, la possibile ricollocazione in caso di movimentazione o le misure di protezione in caso di inamovibilità del bene. Vennero così prodotti inventari, suddivisi per regioni e province, di chiese, biblioteche, archivi, collezioni private e pubbliche, musei, opere singole collocate (in particolare statue), edifici, luoghi significativi e con valore artistico.

“Lista dei Monumenti Italia Centrale – Regione Toscana” – Fonte Collection of donated materials – Frederick Hartt Papers – 28MFAA, National Gallery of Art – Washington DC

 

A questi dettagli poi, con cadenza mensile, si affiancarono report in cui si descrivevano i mutamenti a seguito degli aventi bellici intercorsi o di nuovi riscontri appresi.

Nel corso dell’attività sul campo l’opera della commissione fu salvifica soprattutto nei casi di urgente messa in sicurezza. Emblematico fu il caso del Camposanto di Pisa (oggi parte del Bene UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità[7]) colpito da un colpo di mortaio che provocò un incendio e il danneggiamento di affreschi risalenti al XIV secolo. Fu proprio grazie al pronto e provvidenziale intervento dei Monuments Men che i frammenti di affresco vennero recuperati e messi in salvo per poi essere ricollocati nel luogo d’origine.

Un ruolo fondamentale della MFAA fu il recupero delle opere d’arte trafugate dai nazisti (in particolare a Firenze). L’esercito occupante aveva potuto individuare con precisione cosa portare via grazie all’accesso della documentazione che indicava i luoghi dove i curatori museali italiani avevano riposto i capolavori nelle campagne al riparo da possibili bombardamenti (come nel caso della Villa di Montegufoni). Un consistente lavoro di intelligence portò all’intercettazione dei dispacci tedeschi da parte del controspionaggio e i nazisti, ormai braccati in prossimità della fine della guerra e con la Repubblica Sociale Italiana ormai al collasso, arrivati in prossimità del confine austriaco si trovarono nell’impossibilità di proseguire e nascosero molte opere in depositi situati nella zona di Bolzano (nel Castello di Campo Tures o nella prigione di San Leonardo). Qui Hartt scoprì dipinti di Caravaggio, Rubens, Cranach, Botticelli; capolavori di Michelangelo, Raffaello e Donatello e accompagnò il Generale britannico Harold Alexander una volta che fu possibile procedere con le operazioni di recupero.

Hartt (a sn) accompagna il Generale Alexander in visita ai magazzini dove furono ritrovate opere Sottratte dai Nazisti – Courtesy of National Gallery of Art, Washington, DC, Gallery Archives

Ufficiali alleati in visita ai magazzini dove furono ritrovate opere Sottratte dai Nazisti – Courtesy of National Gallery of Art, Washington, DC, Gallery Archives

Le opere poterono così essere messe in sicurezza e preparate per il trasporto a Firenze, dove tornarono il 21 luglio 1945.

Opere Sottratte dai Nazisti – Courtesy of National Gallery of Art, Washington, DC, Gallery Archives

Il rientro delle Opere Sottratte dai Nazisti – Courtesy of National Gallery of Art, Washington, DC, Gallery Archives

L’arrivo a Firenze delle Opere Sottratte dai Nazisti e ritrovate – Courtesy of National Gallery of Art, Washington, DC, Gallery Archives

A conflitto concluso il lavoro di Hartt proseguì almeno fino a quando le Sovraintendenze non poterono riprendere in qualche modo le loro funzioni. Nella documentazione conservata emerge come il comando alleato monitorasse la situazione e avesse profonda conoscenza della professionalità dei sovraintendenti e degli storici dell’arte italiani. Venne tenuto conto della netta distinzione fra coloro che, pur ottimi studiosi, erano stati allontanati dal partito fascista perché non considerati fedeli o per discriminazione etnica (ma anche di chi, pur avendo dichiarato fedeltà al regime, se ne era tenuto ai margini) e coloro che, invece, non avevano abiurato il fascismo e ne erano stati asserviti, magari occupando posizioni di vertice solo per fedeltà politica.

Hartt si impegnò in prima persona in questa attenta selezione prima di concludere la propria avventura bellica ed essere premiato con la Bronze Star al merito per i servizi resi (medaglia che gli fu riconosciuta il 9 settembre 1945 presso il comando armato statunitense in Austria dal Generale Clark).

Il Generale Clark (a destra) consegna la Bronze Star of Merita Frederick Hartt – Courtesy of National Gallery of Art, Washington, DC, Gallery Archives

Dopo pochi mesi Hartt tornò alla sua vita di studioso e conseguì a New York il PhD con una tesi su Giulio Romano e il Palazzo tè di Mantova nel 1951. Ma non dimenticò mai l’Italia (fu in seguito nominato Cavaliere al Merito della Repubblica) e quella Firenze che lo annoverò cittadino onorario e lo accolse nuovamente dopo la sua morte, avvenuta nel 1991. Le sue ceneri riposano, infatti, a San Miniato al Monte.

Bibliografia
  • R.M. Edsel, Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia. Sperling & Kupfer, Milano 2014.
  • A. Preti, F. Tarozzi, Percorsi di storia contemporanea. Zanichelli, Bologna 2004.
  • M. Isnenghi, Storia d’Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo. Laterza, Bari 2011.
  • A. Lepre, C. Petraccone, Storia d’Italia dall’Unità ad oggi. Il Mulino, Bologna 2008.
Sitografia

Note:

[1] Giornale LUCE le 9 febbraio 1942 relativo alla visita del Generale a Roma ricevuto dal Capo del Governo Benito Mussolini: https://www.youtube.com/watch?v=bhrR7qcQjPA

[2] http://anpi-lissone.over-blog.com/article-milano-16-agosto-1943-il-capolavoro-di-leonardo-in-grave-pericolo-117613749.html

[3] http://www.arte.it/bruges/loc/michelangelo-buonarroti-madonna-col-bambino-2227

[4] www.nga.gov/content/dam/ngaweb/research/gallery-archives/pdf/nga-ga-rg28mfaa-d-frederickharttpapers.pdf

[5] Gli effetti dell’alluvione che colpì il capoluogo toscano sono evidenti nel seguente documento video con materiale messo a disposizione da Gianni Bocciolini: https://www.youtube.com/watch?v=mSjMd5bJQ6o

[6] https://www.nga.gov/exhibitions/2014/monuments-men.html

[7] Scheda del sito Proprietà dell’Umanità UNESCO: https://whc.unesco.org/en/list/395/