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L’impatto dell’uomo sull’ambiente in una prospettiva di lungo periodo

L’impatto dell’uomo sull’ambiente in una prospettiva di lungo periodo
Abstract

Il contributo intende ricostruire in modo molto sintetico l’interazione tra l’uomo e l’ambiente in una prospettiva di lungo periodo e in un’ottica storico-economica, evidenziando gli snodi e i cambiamenti fondamentali che si sono verificati nel corso del tempo. Dopo una breve introduzione di carattere storiografico verranno presentati i cambiamenti prodotti dall’invenzione dell’agricoltura, la prima grande rivoluzione economica della storia, con particolare riferimento alle trasformazioni prodotte sull’ambiente, per passare poi a esaminare i mutamenti, ben più profondi e radicali, prodotti, di già dalla prima rivoluzione industriale, ma poi ancor più dalla seconda rivoluzione industriale. Nella parte finale si analizzerà invece quanto accaduto nell’ultimo secolo dove i sempre più evidenti effetti dell’antropocene hanno suscitato, almeno nei paesi sviluppati, l’emergere di una coscienza ambientale sempre più forte.

La storia e l’ambiente

L’interazione tra l’uomo e l’ambiente è un tema di vastissima portata che può essere affrontato dalle prospettive più diverse e che ha portato anche all’affermarsi, in tempi recenti, di una disciplina specifica, la storia ambientale. Il suo emergere e consolidarsi, soprattutto a partire dall’ultimo decennio del Novecento, si è accompagnato a una riflessione sulla natura e la metodologia di tale ambito di studi che ha portato a concentrare l’attenzione sui condizionamenti reciproci tra uomo e ambiente. In proposito è utile lasciare la parola a due dei più accreditati studiosi di storia ambientale: Stephen Mosley e J. Donald Hughes.

Mentre il primo sottolinea come la storia ambientale analizzi «il ruolo e il posto occupato dalla natura nella vita umana. Il suo obiettivo primario è quello mostrare come azione umana e mutamento ambientale siano interrelati. La natura, invece di essere semplicemente lo scenario dinnanzi al quale si svolgono le vicende umane, è quindi riconosciuta come capace di svolgere un ruolo attivo nei processi storici»[1]; il secondo offre una definizione ancora più precisa secondo cui si tratta di «un tipo di storia che si interessa degli esseri umani nella misura in cui essi hanno vissuto, lavorato e pensato in rapporto con il resto della natura, attraverso i cambiamenti determinatisi nel tempo. La specie umana è parte della natura, ma al confronto della gran parte delle altre specie noi abbiamo determinato mutamenti d’ampia portata nelle condizioni della terra, del mare, dell’aria, e delle piante e degli altri animali che condividono con noi il pianeta Terra. I mutamenti prodotti dagli umani sull’ambiente hanno a loro volta influenzato le nostre società e le nostre storie»[2].

Quello che sembra emergere con chiarezza da entrambe le definizioni è il fatto che la storia ambientale nel considerare i condizionamenti reciproci tra uomo e ambiente lo fa in due prospettive diverse ma complementari. La prima è quella di studiare il modo in cui l’ambiente ha influenzato, nel breve, medio e lungo (o lunghissimo) periodo, l’attività degli esseri umani e, conseguentemente, come gli esseri umani si sono adattati all’ambiente; la seconda è invece quella di interessarsi al modo in cui gli esseri umani hanno determinato cambiamenti nell’ambiente per perseguire i propri obiettivi e, pertanto, come gli esseri umani hanno adattato l’ambiente alle proprie esigenze, volontariamente oppure involontariamente

Nel momento in cui è comunque l’uomo, molto più che la “natura”, a rappresentare il focus principale dell’analisi, l’interazione tra la storia ambientale e le altre branche della ricerca storica diventa del tutto naturale. Nel caso della storia economico-sociale poi, la prospettiva in cui si colloca questo contributo, il collegamento è ancora più semplice perché si tratta semplicemente di rivitalizzare una importante tradizione comune che risale alla scuola delle Annales, a cominciare dal pionieristico contributo di Lucien Febvre su La terre et l’évolution humaine, per passare poi a La Méditerranée di Fernand Braudel, la cui prima parte è dedicata proprio a una magistrale ricostruzione dei quadri ambientali del mondo mediterraneo, e arrivare infine all’Histoire du climat di Emmanuel Le Roy Ladurie[3].

Da cacciatori-raccoglitori a cittadini

Per un lunghissimo periodo l’impatto della presenza dell’uomo e delle sue attività sull’ambiente è stato del tutto trascurabile perché l’umanità non riusciva ad abbandonare la condizione di cacciatore-raccoglitore, vivendo in piccoli gruppi privi di differenze sociali che conducevano un’esistenza nomade per seguire le prede e raccogliere quanto cresceva in modo spontaneo in natura. Una condizione di vita quindi molto precaria, di recente mitizzata da alcuni studiosi proprio in nome della maggiore armonia di quei primi gruppi umani nel rapporto con la natura e della grande libertà di cui godevano[4].

Tutto è cambiato quando circa 11.000 anni fa è cominciata la coltivazione della terra, un cambiamento che rappresenta la prima grande rivoluzione economico-sociale della storia e su cui si è soffermato Jared Diamond in un libro di grande successo, Guns, germs and steel, che offre una spiegazione ambientale «forte» dei divari di sviluppo tra le diverse parti del pianeta. Eloquente in proposito è il sottotitolo della versione originale del volume, The fates of human societies, che nella traduzione italiana è stato sostituito dal molto più innocuo Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni[5].

L’idea di Diamond è semplice: la storia del divario tra le varie parti del pianeta è iniziata proprio con l’invenzione dell’agricoltura che ha innanzitutto consentito di accrescere enormemente le disponibilità alimentari, visto che un ettaro di terra coltivata nutre da dieci a cento volte più contadini che cacciatori-raccoglitori se lasciato incolto. La popolazione ha quindi potuto iniziare a crescere in misura significativa e si sono anche create le condizioni per la nascita di quello straordinario motore di cambiamento e di sviluppo economico che sono le città, frutto della prima grande divisione della storia: campi da un lato, manifatture e commerci dall’altro.

L’invenzione dell’agricoltura ha però riguardato poche parti del mondo, una decina soltanto, e questo dipenderebbe proprio dall’ambiente. Infatti, tali aree (la Mezzaluna Fertile, parte della Cina, la Mesoamerica, ecc.) erano in una posizione ottimale con riferimento a qualità dei suoli, clima e disponibilità d’acqua e di conseguenza si sono trovate a poter contare, quando tutto è cominciato, su un numero molto maggiore di piante coltivabili e di animali addomesticabili. In partenza si sarebbe quindi verificata una situazione in cui, come scrive molto efficacemente Diamond, «a chi tutto e a chi niente»[6].

In effetti mentre alcune aree del pianeta hanno potuto, proprio grazie alle favorevoli condizioni ambientali, partire prima e innescare un processo di crescita autosostenuto, altre invece, in particolare le regioni tropicali, si sono trovate nella condizione opposta, risultando fortemente penalizzate dalla presenza di suoli meno fertili, di un clima poco favorevole, di malattie endemiche dovute alla mancanza di una stagione fredda in grado di ridurre periodicamente la popolazione di parassiti, batteri e virus. Uno dei grandi vantaggi dello spazio eurasiatico deriva proprio dal fatto che, essendo orientato lungo i paralleli, risulta in grandissima parte compreso all’interno della fascia climatica più favorevole, quella temperata, e questo ha reso anche molto più agevole la diffusione di uomini, animali, piante, informazioni e idee, a differenza di quanto è avvenuto invece nel caso dei continenti americano e africano che sono prevalentemente orientati nel senso dei meridiani per cui spostarsi significa imbattersi, prima o poi, nelle sfavorevoli zone tropicali.

Quel che è certo è che la rivoluzione agricola, oltre a iniziare a differenziare le parti del mondo, ha accresciuto l’impatto della presenza umana sul pianeta, sia per gli inevitabili interventi che ha comportato, dallo scavo dei canali ai disboscamenti e alle bonifiche, sia per la nascita delle città. Ed è proprio con l’affermazione dell’agricoltura e delle città che ha avuto inizio il modello di produzione lineare del take-make-use-dispose poi prevalso per millenni. In questo modello la prima fase è quella della produzione dei diversi beni necessari utilizzando risorse materiali, energia e forza lavoro. Viene poi il consumo da parte di coloro che utilizzano o acquistano quanto si è prodotto. Infine, c’è il momento dello scarto del prodotto quando non lo si ritiene più utile ai propri scopi personali, una pratica che diventa prevalente solo dopo la rivoluzione industriale perché le società tradizionali, essendo molto più povere, tendevano a riutilizzare tutto il riutilizzabile. È quindi soprattutto a partire dall’Occidente del XIX secolo che si consolida la sequenza in cui siamo immersi e da cui stiamo cercando di uscire: raw materials-production-distribution-consumption-waste.

 

La popolazione inizia a crescere e a intaccare le risorse

L’affermazione dell’agricoltura ha consentito una crescita della popolazione impensabile per il mondo dei cacciatori e raccoglitori. Quando è iniziata la coltivazione dei campi gli uomini sul pianeta erano circa cinque milioni, mentre ai tempi di Augusto avevano già superato i duecento milioni. E se è vero che la crescita esplosiva della popolazione mondiale sarebbe iniziata solo dopo la rivoluzione industriale, questo non significa che in precedenza l’impatto dell’uomo sull’ambiente e il conseguente sfruttamento delle risorse naturali, rinnovabili e no, fosse limitato.

In effetti in Europa tra 1000 e 1700 la popolazione è più che triplicata e l’urbanizzazione ha seguito un andamento analogo, perché le città con più di 10.000 abitanti sono passate nello stesso periodo da 111 a 330. E anche a scala mondiale la popolazione è più che raddoppiata grazie in particolare all’apporto di quella che, insieme all’Occidente, è stata per secoli l’area più popolata e sviluppata del pianeta, la Cina.

 

Anno Europa Occ. Europa Or. Europa Cina Europa+Cina Mondo
1000 25,4 10,5 35,9 (13,4%) 59 (22%) 35,4% 268
1500 57,2 25,5 82,7 (18,8) 103 (23,5%) 42,3% 437,8
1600 73,7 31,9 105,6 (19%) 160 (28,7%) 47,7% 555,8
1700 81,4 38,8 120,2 (19,9%) 138 (22,8) 42,7% 603,4
1820 132,9 80,5 213,4 (20,5%) 381 (36,5%) 57% 1.041
1870 187,5 130,4 317,9 (25%) 358 (28,2%) 53,2% 1.270
1998 388,4 267,2 655,6 (11%) 1.242,7 (21%) 32% 5.907,7

Tab. 1 Popolazione di Europa, Cina e mondo (1000-1998). Fonte: https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en

Questo ha comportato in primo luogo una domanda crescente di beni alimentari e quindi la necessità di maggiori superfici di terra coltivabile, data la ancora limitata produttività dell’agricoltura, soprattutto in Occidente, perché in Cina già dal medioevo la risaia allagata e il riso invernale avevano consentito due raccolti all’anno[7]. Ma aumentava anche la domanda di abitazioni e di manufatti per soddisfare la quale era necessario sfruttare e utilizzare le materie prime più svariate, sottoponendole anche a processi di lavorazione e trasformazione che richiedevano energia.

A essere particolarmente utilizzato era il legname, perché quella preindustriale è da tutti i punti di vista una civiltà del legno, un materiale che veniva impiegato in grandi quantitativi e per gli scopi più svariati. Si andava dall’edilizia, dove il legname serviva sia per i ponteggi che per le costruzioni vere e proprie, al riscaldamento e all’illuminazione; dalla realizzazione di quasi tutti gli oggetti necessari alla vita quotidiana ai molteplici usi in campo manifatturiero, dove il legname era utilizzato per produrre carbone, fondere i metalli, alimentare le fornaci e i fornelli da seta. Senza contare poi gli usi in opere infrastrutturali o nella cantieristica[8]. L’arsenale di Venezia, senza dubbio una delle più grandi realtà produttive dell’età moderna, non avrebbe potuto funzionare senza una rete di approvvigionamento estesissima che andava ben oltre la Dominante[9].

Non sorprende quindi che la pressione dell’agricoltura, in grado di soddisfare la crescente domanda di beni alimentari in modo per lo più estensivo, le esigenze della vita quotidiana, la domanda proveniente dai settori non agricoli, abbiano portato, già nell’età preindustriale, a un fortissimo ridimensionamento delle foreste europee. Un fatto molto evidente, in primo luogo intorno ai centri urbani, o dove erano praticate attività manifatturiere che mangiavano impiegavano grandissimi quantitativi di legname, come la siderurgia. Così già nel Settecento è frequente imbattersi in denunce dei danni ambientali (frane, alluvioni ecc.) prodotti dall’eccessivo disboscamento e ci sono autori che arrivano a palare di «legnicidio»[10].

Figura 1 Copertura forestale in Europa (1000 a.c.-1850). Fonte: J.O. Kaplan, , K.M. Krumhardt, N. Zimmermann, The prehistoric and preindustrial deforestation of Europe, in “Quaternary Science Review”, 28 (2009), p. 3024

Diversa era la situazione per lo sfruttamento di un bene fondamentale e non abbondante come l’acqua, perché nell’età preindustriale i consumi erano ancora limitati, sia per il carico non esorbitante della popolazione, sia per il ridotto fabbisogno delle attività non agricole. Problemi potevano presentarsi soltanto in occasione di situazioni sfavorevoli dal punto di vista climatico, soprattutto nei periodi di siccità. Semmai, a essere molto più rilevante dal punto di vista dell’impatto ambientale era la lotta contro l’acqua in eccesso, che ha dato luogo a un’imponente attività di bonifica iniziata sin dal medioevo in molte parti d’Europa, dalla pianura padana ai Paesi Bassi[11].

Né potevano inquinare in modo significativo le attività manifatturiere, perché si trovavano a scontare la bassa disponibilità di energia. Di fatto, quella preindustriale era un’economia organica o vegetale, perché si poteva contare soltanto sull’energia prodotta dal lavoro degli uomini e degli animali e/o su fonti di energia rinnovabili (acqua e vento soprattutto) che, se sono illimitate nel lungo periodo, dipendono però nel breve dai capricci del tempo e del clima. Le possibilità di crescita della disponibilità energetica nell’età preindustriale erano quindi estensive, dipendevano cioè da un allargamento del numero degli uomini, degli animali e degli impianti. Ma questo non poteva evidentemente essere illimitato[12].

Solo con la macchina a vapore, un congegno alimentato dal carbone in grado di trasformare il calore in movimento, si è passati da un’economia organica basata su fonti rinnovabili, a una economia minerale, in grado di offrire una disponibilità di energia molto più ampia, sfruttando però risorse non rinnovabili e con evidenti problemi di inquinamento e di dipendenza. Ma quando questo si è verificato siamo ormai nel mondo nuovo creato dalla rivoluzione industriale inglese

La svolta della prima rivoluzione industriale

La prima rivoluzione industriale, che parte dall’Inghilterra di metà Settecento, consente di superare il vincolo energetico che pesava sulle economie preindustriali e imprime quindi una prima forte accelerazione alla crescita. Si tratta tuttavia di incrementi che sono sicuramente molto rilevanti solo se paragonati alla situazione preesistente, che di fatto coincideva con il keynesiano stato stazionario dell’economia, cioè di una realtà caratterizzata nel lungo periodo dalla sostanziale invarianza del prodotto netto pro capite e quindi da una staticità di fondo. Questo perché la crescita, che pur poteva esserci, era talmente debole da essere “mangiata” dalla parallela crescita della popolazione che in Occidente, come abbiamo visto, tra 1000 e 1700 è più che triplicata. Per assistere alla crescita straordinaria che ha forgiato il mondo in cui viviamo si sarebbe dovuto attendere la seconda rivoluzione industriale.

L’invenzione della macchina a vapore, unita alla presenza di miniere di carbone facilmente sfruttabili e alle possibilità di sfruttare i vantaggi offerti dall’economia atlantica, ha comunque lanciato l’Occidente alla conquista del mondo, consentendogli di porre le basi della sua supremazia non solo dal punto di vista industriale, ma anche da quello militare. Il take off consentito dalla rivoluzione industriale ha infatti iniziato ad allargare il divario tra chi riusciva a industrializzarsi – il primo paese a seguire l’Inghilterra è stato il Belgio – e  chi invece non era in grado di farlo, come è evidente nella figura 3.

Figura 3 Confronto del Pil pro capite su scala logaritmica fra le diverse aree mondiali (1700-2008). Fonte: https://www.rug.nl/ggdc/historicaldevelopment/maddison/?lang=en

Tuttavia, fino a metà Ottocento le distanze non erano siderali perché la crescita era certamente molto forte, se paragonata all’età preindustriale, ma, come si è accennato, decisamente inferiore a quella che si sarebbe registrata a partire dalla fase finale dell’Ottocento con la seconda rivoluzione industriale. Questo perché le innovazioni della prima rivoluzione industriale erano in numero limitato e relativamente semplici, non essendoci stretti legami con la scienza. Di conseguenza non richiedevano un elevato livello d’istruzione né per crearle, né per utilizzarle. Al punto che la manodopera della prima rivoluzione industriale, basti pensare al cotonificio inglese, era in gran parte costituita da quella meno preparata e qualificata, cioè donne e bambini[13].

Tuttavia, questa prima lenta ma significativa accelerazione della crescita nasconde un cambiamento radicale nel clima intellettuale che Joel Mokyr ha definito “enlightened economy”, a causa della presenza dei frutti della rivoluzione scientifica, che aveva portato all’affermazione di un’indagine razionale sulle leggi della natura per comprenderla e arrivare a controllarla. Questo processo ha riguardato l’intera Europa e non solo la Gran Bretagna. I pionieri degli studi sull’elettricità sono ad esempio italiani, inglesi, francesi, danesi e lo stesso vale per i primi progressi della chimica. Inoltre, si tratta di un fenomeno unicamente europeo che ha coinciso con una fase di stagnazione tecnologica nel resto del mondo[14]. Si è iniziato quindi a creare, tra le diverse parti del pianeta, un divario via via sempre più ampio come evidenzia la tabella n. 2. Infatti, se nel 1750 i paesi che poi si sarebbero sviluppati avevano un livello di industrializzazione simile a quello delle altre aree, nel 1880, all’aprirsi della seconda rivoluzione industriale, il valore era di otto volte superiore e nel caso dell’Inghilterra di ben 29 volte superiore.

Paese 1750 1800 1830 1860 1880 1900 1913
Paesi sviluppati 8 8 11 16 24 35 55
Regno Unito 10 16 25 64 87 100 115
Germania 7 8 9 15 25 52 85
Belgio 8 10 14 28 43 56 88
Svizzera 8 10 16 26 39 67 87
Stati Uniti 4 9 14 21 38 69 126
Paesi ritardatari 7 6 6 4 3 2 2
Cina 8 6 6 4 4 3 3
India 7 6 6 3 2 1 2
Brasile 4 4 5 7

Tabella 2. Livello di industrializzazione al 1913 (produzione manifatturiera del Regno Unito = 100 nel 1900). Fonte: P. Bairoch, Storia economica e sociale del mondo. Vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi, Einaudi, Torino 1999, vol. I, p. 231.

Ovviamente nei paesi interessati dal processo di sviluppo innescato dalla rivoluzione industriale è aumentata non solo la produzione di manufatti e beni di consumo, ma anche la capacità di produrre sostanze inquinanti con un impatto significativo sull’ambiente. Ai rifiuti tradizionali si sono infatti aggiunte anche sostanze in grado di compromettere la qualità dell’aria e dell’acqua, visto che la macchina a vapore utilizza e brucia un combustibile fossile: il carbone. Sono innumerevoli le rappresentazioni grafiche delle città industriali inglesi dove il cielo è oscurato dalle colonne di fumo nero che escono dalle ciminiere delle centinaia di fabbriche, con conseguenze rilevanti anche sulla salute degli esseri umani[15].

La seconda rivoluzione industriale e il Novecento

Con la seconda rivoluzione industriale cambia tutto, sia dal punto di vista produttivo, che dell’impatto sull’ambiente, in seguito alla nascita di nuovi settori industriali e allo sfruttamento di nuove fonti di energia. Il grande cambiamento rispetto alla prima rivoluzione industriale è rappresentato dal fatto che le conoscenze derivanti dalla scienza diventano essenziali ai fini della crescita economica e stimolano non solo gli investimenti in capitale fisso, con la realizzazione di impianti sempre più grandi, ma anche in istruzione e capitale umano. Vengono infatti richiesti soggetti sempre più preparati, sia per creare le innovazioni che per utilizzarle, come conferma anche il ruolo fondamentale che hanno assunto in proposito i politecnici e gli ingegneri.

Si è quindi verificata una serie senza precedenti d’innovazioni e una crescita enorme della produttività, in primo luogo perché al carbone si sono affiancate nuove fonti di energia: l’elettricità, di origine termica ma sempre più anche idrica, una volta che, con l’alta tensione, si è trovato il modo di trasportarla a distanza, e, soprattutto, il petrolio, che ha incontrato rapidamente un grande successo, perché ha un potere energetico maggiore del carbone e si trasporta e si stiva più facilmente, essendo liquido, rispetto a minerali solidi.

Il legame sempre più stretto con la scienza moderna ha poi consentito di generare un numero di innovazioni impensabile per la prima rivoluzione industriale, portando anche alla nascita di settori completamente nuovi che prima non esistevano. È il caso, ad esempio, della filiera che si è aperta quando nel 1888 un grande fisico tedesco, Hertz, ha trovato il modo di generare le onde elettromagnetiche, spianando la strada alla grande avventura delle trasmissioni a distanza. Si è assistito così all’invenzione della radio (1906) e allo sviluppo, grazie ad amplificazione, valvole e modulazioni di frequenza, della radiofonia, seguita, all’inizio nel 1936 nel Regno Unito, dalle prime trasmissioni televisive. Le conseguenze sono state enormi, non solo dal punto di vista economico – basti pensare alla possibilità per i mercati dei capitali di operare per la prima volta in tempo reale –, ma anche per la vita delle persone, che hanno cambiato radicalmente il proprio modo di comunicare.

Ma lo stesso è accaduto a un comparto rilevantissimo che già esisteva, quello chimico, perché la scienza moderna ha consentito per la prima volta di creare prodotti che non esistevano in natura, allargando enormemente le potenzialità dell’economia e impattando in maniera molto significativa anche sulla vita di tutti i giorni. Basti pensare ai concimi chimici, che hanno rivoluzionato l’agricoltura, ai coloranti artificiali e alle fibre sintetiche, che hanno cambiato in profondità uno dei settori industriali più tradizionali, quello tessile, alla petrolchimica, all’industria della gomma, alla farmaceutica moderna, che ha fornito un contributo essenziale all’allungamento della vita.

Molte delle innovazioni allora create hanno aumentato poi le proprie potenzialità legandosi tra loro. È il caso del petrolio e della gomma, che hanno dato un contributo fondamentale al decollo di un altro settore nuovo che nel Novecento avrebbe cambiato il mondo: quello automobilistico. Ancora una volta, come è dato di verificare anche per la chimica, la parte del leone l’hanno fanno gli ingegneri tedeschi. A mettere a punto il motore a scoppio è stato infatti Nikolaus August Otto, seguito nel 1885 da altri due tedeschi, Gottlieb Daimler e Karl Benz, che, applicando al suo motore il carburatore che rende utilizzabile la benzina, hanno aperto la strada alla moderna industria automobilistica. Di lì a poco, nel 1897, un altro ingegnere tedesco, Rudolf Diesel, ha inventato il motore che prenderà il suo nome, riscuotendo un grandissimo successo.

È evidente quindi il radicale cambiamento rispetto alla prima rivoluzione industriale, sia in termini di produttività, con una crescita enorme resa possibile anche dall’affermazione della grande impresa e da innovazioni organizzative come la catena di montaggio, sia per la quantità senza precedenti di innovazioni, che hanno portato anche alla creazione di un numero eccezionale di nuovi prodotti, aprendo la strada a cambiamenti sempre più profondi degli stili di vita. Ne è un esempio l’affermazione nei primi decenni del Novecento, a cominciare dagli Stati Uniti, della “casa elettrica”, dove gli elettrodomestici hanno iniziato a trasformare in profondità la vita delle donne. Ma ad essere altrettanto rilevante è il fatto che molte di queste innovazioni hanno avuto un impatto di lunghissima durata, a differenza di quanto è dato di verificare per quelle della prima rivoluzione industriale. Se infatti la macchina a vapore è da tempo un oggetto da museo, lo stesso non si può certo dire per innovazioni che hanno già più di un secolo di vita, come l’elettricità, la radio, il motore a scoppio, o l’aspirina[16].

Nel corso del Novecento, e in particolare nella sua seconda metà, si è poi registrato un ulteriore straordinario balzo in avanti grazie alla straordinaria crescita dell’elettronica e di nuove forme di comunicazione, con una crescente centralità degli Stati Uniti dal punto di vista tecnologico; alla scoperta e allo sfruttamento di una nuova fonte di energia, quella nucleare; agli ulteriori apporti della chimica, esemplificati da un’innovazione, la plastica, in grado di cambiare radicalmente sia l’industria che la vita delle persone. La frontiera tecnologica è ulteriormente avanzata, all’insegna di una interdipendenza ancora più stretta fra scienza e tecnica e grazie alla capacità delle grandi imprese di generare innovazioni nei propri laboratori di ricerca e sviluppo.

L’impatto di questi cambiamenti sul pianeta è stato senza precedenti, non solo perché dopo la Seconda guerra mondiale il processo di sviluppo ha iniziato, per la prima volta, a interessare anche realtà non occidentali, a cominciare dal Giappone, ma anche perché sono aumentate enormemente la popolazione e i consumi, e non solo quelli dei beni di prima necessità, perché nei paesi sviluppati è iniziata l’età dei consumi di massa[17].

Un impatto ambientale crescente: la crescita della popolazione e i cambiamenti nei consumi

Quella che si delinea nel corso del Novecento, in particolare dopo la Seconda guerra mondiale, portando al riemergere di posizioni neomaltusiane, è una vera e propria bomba demografica, dovuta al sovrapporsi della transizione demografica nei paesi sviluppati, al crollo della mortalità in quelli in via di sviluppo, in seguito all’introduzione, a cominciare dall’Africa, delle vaccinazioni e della medicina moderna. Basti rilevare che se, a partire dal Settecento, il primo raddoppio della popolazione mondiale, da 600 milioni a 1,2 miliardi, ha richiesto quasi 2 secoli (1700-1870), il secondo, da 1,2 a 2,5 miliardi, si è consumato in ottant’anni, mentre il terzo da 2,5 a 5 miliardi si è compiuti in solo 45 anni tra 1945 e 1990. In seguito, la crescita ha rallentato ma non si è certo fermata, visto che oggi la popolazione mondiale sfiora gli otto miliardi di persone.

Inoltre la popolazione urbana, quella che dipende completamente per la propria sopravvivenza dal mercato, è aumentata in misura ancora più consistente, al punto che intorno al 2010, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli abitanti delle città hanno superato a livello mondiale quelli che vivevano nelle campagne, in seguito al presentarsi di un processo d’inurbamento che, in particolare nei paesi in via di sviluppo, ha portato alla nascita di megalopoli che superano di frequente i dieci milioni di abitanti[18].

L’impatto ambientale di una crescita demografica già di per sé assolutamente eccezionale è stato poi amplificato dal cambiamento dei consumi legato al processo di sviluppo che ha visto aumentare in misura significativa l’apporto delle proteine, in particolare carne, e delle calorie, come evidenzia chiaramente la figura 4 che consente anche di cogliere il grande balzo della Cina, dove vive quasi un quinto della popolazione mondiale. Si è quindi registrata una pressione senza precedenti su due tra le risorse più importanti per la vita sul pianeta e la tenuta di molti ecosistemi: l’acqua e la terra.

Figura 4: Consumo giornaliero di calorie pro capite (1750-2013). Fonte: https://ourworldindata.org/

 

Due risorse sotto pressione: acqua e terra

Esemplare appare il caso di un bene del tutto peculiare come l’acqua, utilizzata, non a caso, da Adam Smith per spiegare la differenza tra valore d’uso e valore di scambio, sulla base del convincimento che si tratti di un bene di importanza cruciale, senza il quale non ci sarebbe la vita, ma di nessun valore economico, a causa della sua grande abbondanza. In realtà si tratta di un’illusione prospettica, perché l’acqua utilizzabile dall’uomo è presente sulla terra in quantità molto limitate: il 97% sono mari e oceani e del restante 3%, il 68.7% è imprigionato nei ghiacci polari e nei ghiacciai, mentre il 30.1% sono acqua sotterranee. Inoltre, si tratta del classico bene rivale su cui insistono utilizzatori e settori in concorrenza tra di loro: l’agricoltura, che ancora oggi a scala mondiale consuma quasi il 70% dell’acqua disponibile, l’industria, le famiglie.

Tant’è che in futuro a rendere sempre più problematico il reperimento degli ingentissimi quantitativi di acqua richiesti dall’agricoltura per fronteggiare il continuo aumento della popolazione mondiale, sarà proprio il fatto che anche nei Paesi di più recente sviluppo, la Cina su tutti, sta crescendo in modo molto rapido e significativo la domanda di acqua per usi industriali e domestici, a fronte di una distribuzione di questa risorsa sul pianeta assolutamente disomogenea, come si vede chiaramente dalla figura 5.

Figura 5: Risorse di acqua rinnovabile pro capite nel 2010

Che la disponibilità d’acqua sarebbe stata in prospettiva uno dei maggiori problemi da affrontare era già evidente ben prima che si iniziasse a definirla come “oro blu” e si manifestassero le guerre per l’acqua, se già nel 2006 un rapporto delle Nazioni Unite evidenziava come «Looking to the future, prospects for extending irrigation are limited, while pressures from industry and domestic water users are rising»[19].

Per di più è difficile ignorare il fatto che, esistendo una forte correlazione tra disponibilità d’acqua, sviluppo e consumi energetici, si stiano delineando su scala mondiale dei divari sempre più forti. E, pensando alla storia economica italiana, verrebbe da chiedersi se una delle ragioni del differenziale di sviluppo economico tra il Nord e il Sud dell’Italia non sia da ravvisare proprio nella diversa disponibilità d’acqua delle due aree[20].

Ma quanto appena evidenziato per l’acqua vale anche per la terra, un fattore della produzione fondamentale e del pari limitato, visto che solo l’11% delle terre emerse è adatto all’agricoltura e per di più in una situazione in cui ormai tre quarti del suolo agricolo del pianeta presentano segni evidenti di degrado, dovuti alle ragioni più svariate: dall’erosione idrica ed eolica allo scarso drenaggio, dalla forte acidità all’alto livello di ossido ferrico e salinità, come evidenzia la figura 6.

Figura 6: Tipologie del degrado del suolo. Fonte: http://antropocene.it/en/2017/12/22/la-perdita-di-suolo/

Inoltre, anche la terra, come l’acqua, è un bene rivale caratterizzato dalla presenza di molti possibili usi alternativi e concorrenti, dal momento che il suolo può essere utilizzato per sfamare gli esseri umani, ma anche per nutrire gli animali o ancora, come sta avvenendo in misura crescente, per alimentare i motori delle macchine destinandolo alla produzione dei biocarburanti[21].

Il pianeta in pericolo e l’emergere di una coscienza ambientalista

Ma la fortissima crescita della popolazione e dei consumi mondiali nel secondo dopoguerra ha impattato anche in altre direzioni. Basti richiamare la devastazione che hanno subito e stanno subendo le foreste pluviali, a cominciare da quel grande polmone verde del pianeta che è l’Amazzonia, oppure allo sfruttamento selvaggio delle risorse minerarie e della fauna dei mari e degli oceani. Al tempo stesso è aumentata in misura esponenziale la produzione dei rifiuti, molti dei quali tossici e/o difficilmente biodegradabili, a cominciare da plastiche e microplastiche, che ormai infestano mari e oceani.

Così come sono ben noti gli effetti sulla salute del pianeta della dispersione di impressionanti quantitativi di CO2 nell’atmosfera. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un dibattito molto infuocato sul climate change e soprattutto sulle sue cause, perché la vera ragione del contendere è fino a che punto l’indiscutibile crescita delle temperature può essere attribuita alle attività umane. Le posizioni sono molto diverse e spesso conflittuali, ma c’è un dato che sembra però incontestabile: la velocità, mai verificatasi prima, dei cambiamenti in atto, che pone problemi drammatici[22].

Il modello di crescita inaugurato dalla rivoluzione industriale e la sua successiva espansione, anche spaziale, ha quindi avuto effetti sempre più devastanti sugli ecosistemi. Un indicatore sintetico molto efficace per cogliere questo impatto è la smisurata crescita dei consumi energetici a su scala mondiale, verificatasi in particolare proprio a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso e ben evidenziata dalla figura 7, che mostra anche come al giorno d’oggi a fare la parte del leone, con le ben note conseguenze ambientali e climatiche, siano i combustibili fossili, mentre l’apporto delle energie rinnovabili è ancora molto limitato. A fronte, infatti, di un consumo di oltre 160.000 terawatt (un terawatt equivale a un miliardo di chilowatt) carbone, petrolio e gas naturale contribuiscono per quasi 140.000 terawatt. Una dipendenza in grado di consentire anche ricatti politici e generare gravi problemi economici, come l’Europa sta sperimentando proprio in questi mesi in seguito alla crisi prodotta dall’invasione dell’Ucraina ad opera dei russi.

Figura 7 Consumi energetici per origine in terawatt (1800-2019). Fonte: https://ourworldindata.org/global-energy-200-years

In relazione a queste rapidissime trasformazioni le problematiche ambientali sono diventate, a partire dal secondo dopoguerra, sempre più importanti nei paesi sviluppati, assumendo una rilevanza cruciale e iniziando anche a condizionare le scelte politiche. È stato in particolare a partire dal primo shock petrolifero del 1973 che è iniziata l’elaborazione, tutta occidentale, di una nuova idea, quella dello sviluppo sostenibile. Se già nel 1972 era apparso l’influente Rapporto del club di Roma sui limiti dello sviluppo[23], è stato però il rapporto Brundtland del 1987 a codificarlo e a dargli diffusione, definendolo come uno sviluppo che «soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni»[24].

Lo sviluppo sostenibile indica una direzione che rappresenta una svolta rispetto al percorso di sviluppo intrapreso dall’Occidente negli ultimi due secoli, perché è indubbio che i paradigmi tecnologici adottati e prevalsi abbiano aumentato in maniera esponenziale l’entropia del pianeta, privilegiando congegni che, oltre a utilizzare risorse non rinnovabili, dissipavano in modo irreversibile gran parte dell’energia sotto forma di calore[25]. L’aspirazione a una diversa prospettiva di crescita ha iniziato a generare anche importanti summit internazionali, dalla Conferenza di Rio del 1992, la prima centrata sull’ambiente, all’incontro di Kyoto del 1997, dove si sono presi i primi accordi per cercare di limitare le emissioni di CO2.

Nonostante il susseguirsi degli incontri internazionali e le forti iniziative che l’Unione Europea ha iniziato a prendere nel contrasto ai cambiamenti climatici e in direzione della decarbonizzazione, la strada da percorrere è ancora molto lunga, soprattutto perché i paesi che adesso stanno crescendo maggiormente dal punto di vista economico, a cominciare dalla Cina e dall’India, non sono disposti a rallentare il loro sviluppo, evidenziando come la ricchezza e il benessere di cui gode l’Occidente dipendono proprio da uno sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta che a loro si vorrebbe invece limitare.

Una posizione emersa chiaramente nella recente Cop 26 di Glasgow sul clima quando la Cina, prima al mondo per emissioni di CO2 con il 28%, ha rinviato l’obiettivo della neutralità carbonica al 2060 in nome del fatto che le iniziative contro il cambiamento climatico «devono essere differenziate tenendo conto delle esigenze nazionali», prontamente seguita dall’India, terzo inquinatore mondiale dopo Cina e Stati Uniti, che ha addirittura spostato il raggiungimento delle emissioni nette zero nel Paese al 2070[26]. Si tratta di un problema molto rilevante perché, essendo il nostro ecosistema profondamente interconnesso (basti pensare alla circolazione delle correnti oceaniche o dei venti) è evidente che sarà ben difficile ottenere risultati significativi in direzione della salvaguardia del pianeta senza un fattivo coinvolgimento delle economie emergenti.


Note:

[1] Cfr. S. Mosley, The Environment in World History, Routledge, London 2010, p. 2.

[2] Cfr. J.D. Hughes, What is Environmental History?, Polity Press, Boston 2015, p. 1.

[3] In proposito si rinvia a P. Burke, Una rivoluzione storiografica. La scuola delle “Annales” (1929-1989), Laterza, Roma-Bari 2002.

[4] Y. N. Harari, Sapiens. A Brief History of Humankind, Penguin Book, London 2011, pp. 87-109.

[5] J. M. Diamond, Guns Germs and Steel: The Fate of Human Societies, W.W. Norton & Co., New York 1997 (ed. it. Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Torino 1997).

[6] Diamond, 1997, p. 68.

[7] Le differenze e le similitudini tra l’Europa Occidentale e la Cina sono ben ricostruite da K. Pomeranz, La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, Bologna 2004.

[8] Una insuperata descrizione al riguardo è quella di F. Braudel, Civiltà materiale, economia, capitalismo, vol. I, Le strutture del quotidiano, Einaudi, Torino 1982.

[9] In proposito si veda K. Occhi, Boschi e mercanti. Traffici di legname tra la contea di Tirolo e la Repubblica di Venezia (secoli XVI-XVII), Il Mulino, Bologna, 2006.

[10] Al riguardo mi sia consentito di rinviare a L. Mocarelli, Villes et création des territoires du risque. L’example de l’Italie du Nord-Ouest au XVIIIe siècle, in A. Granet Abisset, S. Gal (sous la direction de), Les territoires du risque, Presses Universitaires de Grenoble, Grenoble 2015, pp. 99-112.

[11] In proposito si rinvia al classico S. Ciriacono, Acque e agricoltura: Venezia, l’Olanda e la bonifica Europea in età moderna, Franco Angeli, Milano, 1996.

[12] Sull’energia in età preindustriali sono di grande interesse A. Caracciolo, R. Morelli, La cattura dell’energia, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1996 e P. Malanima, Energia e crescita nell’Europa preindustriale, Carocci, Roma 1996.

[13] La produzione storiografica sulla prima rivoluzione industriale è sterminata. Due recenti contributi, interessanti anche per la diversa prospettiva in cui si pongono, sono quelli di J. Mokyr, Leggere la rivoluzione industriale. Un bilancio storiografico, Il Mulino, Bologna 1997 e R.C. Allen, La rivoluzione industriale inglese. Una prospettiva globale, Il Mulino, Bologna 2011.

[14] J. Mokyr, The Enlightened Economy. An Economic History of Britain 1700-1859, Yale University Press, New Haven-London, 2009.

[15] Una insuperata descrizione del nuovo mondo creato dalla rivoluzione industriale resta quella di C. Dickens, Tempi difficili, Garzanti, Milano 2014 (24a edizione).

[16] Per una chiara e sintetica presentazione dei caratteri della seconda rivoluzione industriale e delle differenze rispetto alla prima, si veda S. Battilossi, Le rivoluzioni industriali, Roma, Carocci 2002.

[17] Una efficace ricostruzione al riguardo è quella contenuta nel secondo volume dell’opera di P. Bairoch, Storia economica e sociale del mondo. Vittorie e insuccessi dal XVI secolo a oggi, Einaudi, Torino 1999.

[18] Su queste trasformazioni si rinvia al recente M. Livi Bacci, Il pianeta stretto, Il Mulino, Bologna 2015.

[19] Cfr. United Nation Development Programme, Human Development Report 2006. Beyond scarcity: power, poverty and the global water crisis, UNDP, New York 2006, p. 31.

[20] Su questi temi rinvio a L. Mocarelli, L’acqua: per la storia economica di una risorsa contesa, in “Studi storici Luigi Simeoni”, LXI (2011), pp. 81-93.

[21] In proposito rinvio a L. Mocarelli, European Economic Development and the Environment, in D. Strangio, G. Sancetta (eds.), Italy in a European Context. Research in Business, Economics and the Environment, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2016, pp. 154-176.

[22] Un’ottima sintesi al riguardo che colloca il tema dei cambiamenti climatici nel lunghissimo periodo è quella di W. Behringer, Storia culturale del clima: Dall’Era glaciale al Riscaldamento globale, Bollati Boringhieri, Torino 2016.

[23] Si veda D. H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W. Behrens III, The limits to growth, 1972 (traduzione italiana I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972).

[24] United Nation, Our common future, UN, New York 1987, p. 35.

[25] Un ottimo inquadramento sul tema dello sviluppo e sulle sue contraddizioni è W. Sachs (a cura di), Dizionario dello sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1998.

[26] Si veda Cop26 Glasgow, zero emissioni: India e Cina frenano. Ecco perché, https://www.ilgiorno.it/esteri/cop26-glasgow-zero-emissioni-india-cina-frenano-1.6985438 (url consultata il 23-06-2022).

Dati articolo

Autore:
Titolo: L’impatto dell’uomo sull’ambiente in una prospettiva di lungo periodo
DOI:
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Numero della rivista: n.18, dicembre 2022
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, L’impatto dell’uomo sull’ambiente in una prospettiva di lungo periodo, Novecento.org, n.18, dicembre 2022.

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