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Intervista a Grazia Francescato

Intervista a Grazia Francescato
Abstract

Grazia Francescato è una delle figure di riferimento del mondo ambientalista italiano ed europeo, con la sua attività politica, di giornalista e scrittrice. È stata presidente del WWF Italia, membro del WWF International Board, presidente della Federazione dei Verdi e portavoce dei Verdi Europei, deputata nella XV Legislatura repubblicana. Una leader storica dell’ambientalismo, una delle rare figure femminili del panorama politico e anche associativo assurte a ruoli da leadership. A lei abbiamo chiesto di rappresentarci il suo autorevole punto di vista su alcune questioni generali, in prospettiva storica ma anche sul presente e sul futuro, come avvio dei lavori di un’iniziativa formativa importante come la Summer School dell’istituto Nazionale Ferruccio Parri, dedicata al tema “Sviluppo sostenibile, ambiente e patrimonio nell’Educazione civica”.

La Summer School 2021 dell’istituto Nazionale Ferruccio Parri è stata dedicata al tema “Sviluppo sostenibile, ambiente e patrimonio nell’Educazione civica”. Un tema che naturalmente declina l’interesse didattico generale con quello disciplinare specifico della nostra materia, la storia, in un intreccio con l’esigenza di conoscere il passato non in maniera fine a sé stessa ma come strumento utile per interpretare il presente e immaginare il futuro.

Io sono figlia delle vostre terre, sono nata ad Oleggio Castello, un paesino del Lago Maggiore, dove veramente la Resistenza è stata vissuta intensamente dalle nonne, dai nonni, dalle madri e dai padri, per cui quando al corso di Lingue e Letterature Straniere all’Università Bocconi di Milano ho scelto l’argomento della tesi mi sono occupata della Resistenza e della Repubblica dell’Ossola. Ho conosciuto bene Oscar Luigi Scalfaro, che è stato presidente dell’Insmli, e la grande Tina Anselmi: a proposito di donne in politica, lei è stata veramente un faro per molte di noi. Mi fa particolarmente piacere essere con voi e mi scuso per questo piccolo “amarcord”, ma tornare a casa anche se solo virtualmente fa sempre piacere.

La nascita dell’ambientalismo militante risale agli anni Settanta, o meglio, proprio al 1970: fu in quel periodo che si incominciò a parlare, anche sulla scena politica, di ecologia. Fu una scoperta e una grande innovazione, tanto che ci fu chi, come Giorgio Nebbia, parlò di “primavera dell’ecologia”. Erano peraltro già attive da un decennio organizzazioni come il WWF, nato in Svizzera nel 1961 (la sezione italiana nel 1966). Alla questione ecologica fu dedicato ampio spazio, a tutti i livelli, e l’interesse suscitato determinò la diffusione di una coscienza ecologica, di politiche ambientali, di nuove associazioni e anche istituzioni a tutela dell’ambiente. A distanza di 50 anni possiamo affermare che è cresciuta la coscienza ecologica, ma anche che la crisi ambientale è cresciuta a ritmi superiori. Quale bilancio possiamo stilare di questo mezzo secolo di ambientalismo?

Per prima cosa fatemi dire che voi svolgete un’opera preziosa, perché se mi chiedete qual è uno degli obiettivi principali di quest’epoca rispondo che è salvare la memoria in via d’estinzione, la memoria storica che è anche la base dell’identità di un popolo, di una comunità, di una città, di un territorio. È in estinzione perché ci sono due elementi che caratterizzano questo inquietante inizio del Terzo Millennio: il “fattore C”, che è la complessità; come dice l’ecologia tout se tient, ogni cosa è collegata ad un’altra e quindi qualunque problema noi analizziamo, ad esempio il rifiuto che viene gettato in mare, è collegato a tantissime altre cose, è collegato proprio al nostro modello di sviluppo. La complessità rende difficilmente leggibile la realtà, ci si abitua alla comunicazione breve, alle frasi semplici, alla semplificazione, ma occorre tornare ad avere la consapevolezza della complessità.

L’altro è il “fattore T”, cioè il tempo. Noi stiamo attraversando un momento di incredibile accelerazione degli eventi mai capitato nella storia dell’umanità, che condanna molto rapidamente all’oblio eventi, fatti, personaggi. Pensate un attimo al crollo del muro di Berlino: pare ormai veramente avvenuto mille anni fa e lo stesso fragoroso crollo delle Twin Towers risale soltanto al 2001, ma appare lontanissimo. La politica ha difficoltà a muoversi perché non dovrebbe essere condizionata dall’ideologia, che dà una visione del mondo rattrappita, anchilosata, mentre dovrebbe analizzare la realtà e derivarne strategie; anche un po’ di tattica, perché è importante cercare alleanze e condividere le finalità con gli alleati, ma soprattutto è importante avere obiettivi strategici. Negli ultimi tempi, proprio per la difficoltà di affrontare la complessità, c’è stato un ribaltamento delle priorità, per cui prevale la tattica. Sono stata testimone di questo cambiamento ai tempi dell’Ulivo, tra il 1999 e il 2000, con D’Alema, Rutelli, Amato. Il problema delle alleanze, di conquista e mantenimento del potere, è diventato preponderante; la strategia è stata ridotta ad un ruolo comprimario, la visione del mondo è sparita. Invece è estremamente importante dotarsene, attraverso una grande operazione collettiva in un periodo in cui vige l’onnipotenza dell’individuo. La mia generazione, ma anche quella precedente, era abituata alla dimensione collettiva della lotta per l’esistenza. Oggi invece domina l’individualismo, non a caso il gesto più diffuso è il selfie: non è più importante fotografare un monumento o un paesaggio, ma la propria immagine presso il luogo in cui si è, una forma di narcisismo esasperato.

Parlare di sviluppo sostenibile oggi significa affrontare il tema della complessità. Intanto l’espressione “sviluppo sostenibile” è un ossimoro, perché “sviluppo” ha in sé il segno più: più automobili, più computer, più tutto, più prodotti; mentre invece “sostenibile” indica il limite. Ho sentito questa parola proprio nel 1972 da Giorgio Nebbia. Io ho avuto la fortuna, giovanissima giornalista ambientalista (avevo 23 anni) di accompagnarmi a grandi maestri come Giorgio Nebbia, Antonio Cederna, Virginio Bettini, Pietro Dohrn che mi ha portato alla prima conferenza dell’ONU su ambiente e sviluppo nel giugno 1972 a Stoccolma. Lì per la prima volta si parlava di sostenibilità, più che di sviluppo sostenibile, perché c’erano filosofi ambientalisti come Edward Goldsmith e Barry Commoner che criticavano il modello di sviluppo del tempo, che continua oggi, e negavano che, senza cambiarlo profondamente, si potesse raggiungere la sostenibilità a livello ambientale sociale ed economico. A Stoccolma è stato introdotto il concetto di limite: noi non possiamo continuare ad avere sviluppo e crescita illimitati su un pianeta che ha risorse limitate. Quando avremo finito di sfruttare tutte le foreste sarà finito il legname, ma saranno esaurite anche le foreste con tutte le conseguenze per la nostra vita. Il concetto di limite non piace per niente al nostro tempo, in cui prevale il senso dell’onnipotenza e ogni desiderio si trasforma in diritto. Percepiamo con fastidio il senso del limite e questo è uno dei motivi per cui, sul piano politico, i Verdi sono sempre stati guardati con sospetto e con antipatia, perché i loro messaggi hanno l’effetto di “rovinare la festa”. Nel 1972 è uscito un libro di fondamentale importanza, commissionato dal Club di Roma alla Massachusetts Institute of Tecnology, firmato dai due coniugi Meadows il cui titolo è The Limits to Growth (tradotto male in Italia come “i limiti dello sviluppo” mentre la traduzione esatta è “i limiti della crescita”), in cui analizzando cinque fattori fondamentali si giungeva alla conclusione che non è possibile continuare con l’attuale modello. Nel 1972 a Stoccolma i problemi erano tutti sul tavolo e soprattutto si era capito che avevano carattere geopolitico non solo ambientale e scientifico. Purtroppo la classe politica e dirigente, gli opinions makers a livello mondiale, non hanno capito o voluto capire e oggi noi scontiamo un terribile ritardo, di cinquant’anni o forse di più.

Nel parlamento dell’Unione Europea il gruppo Verdi Europei – Alleanza Libera Europea rappresenta la quarta forza, dopo popolari, socialisti e liberali e prima dei sovranisti che pure occupano nelle attenzioni dei media italiani molto più spazio. Il caso italiano è stato caratterizzato da grandissime difficoltà di organizzazione politica e raccolta di consenso elettorale delle forze ambientaliste; e tuttavia il tema dell’ecologia ha rappresentato uno degli assi su cui si è impostato il successo elettorale del Movimento Cinque stelle. Perché in Italia non è stato possibile consolidare un partito dei Verdi sul modello di quanto avvenuto in Germania, in Francia ed in altre realtà europee? Io credo che la polarizzazione del voto ai tempi dei partiti di massa prima, e poi ai tempi del maggioritario, abbia fatto prevalere l’orientamento elettorale verso il voto “utile”, impedendo la crescita delle alternative.

Ho ricevuto questa domanda moltissime volte, come presidente dei Verdi e portavoce dei Verdi europei. Mi piace, per inciso, ricordare come donna che i Verdi europei sono stati il primo e unico partito ad avere a lungo al vertice una portavoce donna insieme ad un portavoce uomo, che nel mio caso era Pekka Haavisto, ora ministro degli Esteri finlandese. È verissima quest’affermazione sul voto utile: ho sentito tantissime persone dire che avrebbero volentieri votato noi, se non si ritenessero già impegnati. Ma c’è da considerare anche che in Italia è ancora diffusa la concezione del voto come merce di scambio. Tutti fenomeni ben noti, ma c’è dell’altro. I Verdi in Germania hanno splendidi risultati elettorali, mentre nei paesi mediterranei, non solo in Italia, la tendenza è opposta, i risultati sembrano fermi nel tempo agli esordi, sempre intorno al 2%. Vorrei però far notare che alle ultime elezioni europee, in cui i Verdi italiani hanno preso il 2,3%, nel voto degli elettori residenti all’estero, la percentuale era del 9,78 %. Gli italiani che vivono in paesi del centro-nord Europa percepiscono più consapevolmente il valore della dimensione ambientale che è olistica, non settoriale, per la quale si rende necessario un salto di qualità della coscienza collettiva. A riprova di questo porto l’argomentazione che in alcune aree del paese, come il Trentino, la percentuale di voti ai Verdi raddoppia e addirittura in Alto Adige Sudtirol, la terra di Alex Langer, a cui oggi vorrei rendere omaggio, oscilla fra l’8 e il 12 %. Siamo di fronte ad un problema culturale: ci vorrebbe una riflessione profonda anche sul valore della natura nel mondo del Mediterraneo, considerata come una matrigna, si pensi alla poetica leopardiana de “La Ginestra”. Pensiamo al significato dello stare in natura per il proletariato contadino meridionale: lavorare tutto il giorno, sfruttato, in terre altrui, impediva un rapporto d’amore verso la natura. Al contrario nei paesi del nord il rapporto è più coinvolgente: si vive più in armonia con la natura, c’è un grandissimo rispetto, un atteggiamento diverso. Non a caso nella cultura germanica c’è il bosco sacro, il Wald, che troviamo in molti capolavori letterari, a partire dai Nibelunghi, e così via. Da noi invece la natura è considerata più che altro un intralcio. Ci sono certamente tanti altri fattori a giustificazione dei risultati elettorali modesti, ma quello che ho descritto è uno di quelli fondamentali. È vero che ultimamente con la pandemia che ha messo in luce la interconnessione tra salute del pianeta e salute degli esseri umani è aumentata la sensibilità verso l’ambiente. Non so se questo si tradurrà in termini elettorali, anche perché in tutti i partiti sono diventate trasversali le tematiche ambientaliste. Ma facciamo attenzione al greenwashing, l’ambientalismo di facciata: intanto a Taranto si continua a inquinare e ad uccidere, in tutta Italia ci sono migliaia di morti all’anno dovute all’inquinamento. Si continua a scegliere il profitto e a contrapporre strumentalmente il lavoro all’ambiente, ma con la Green Economy è dimostrato che non esiste questa incompatibilità, anzi, secondo gli ultimi dati della Fondazione Symbola della Confcommercio sono già 432.000 in Italia le imprese che si dichiarano verdi e sostenibili e che cercano di esserlo il più possibile. Questo equivale a più di 3 milioni di posti di lavoro, che potrebbero essere anche molti di più se attuassimo veramente la transizione ecologica.

Questa nuova cultura non ha ancora fatto breccia: lo stesso governo Draghi, che pur rappresenta il meglio della vecchia cultura, nel PNRR non dimostra la necessaria attenzione nei confronti della natura, della biodiversità, del rispetto delle specie viventi. Si trascura la connessione tra ecologia ed economia: non è un caso se tutte e due le parole cominciano con lo stesso prefisso “eco”, che deriva dal greco όικος, che vuol dire casa. Ancora una volta l’ecologia è considerata ancillare rispetto all’economia e questo è un enorme, epocale, errore storico, come dice papa Francesco, non solo i Verdi.

Il mondo giovanile ci interessa particolarmente, perché la Summer School organizzata dall’Istituto Nazionale Parri ha lo scopo di formare i docenti e sensibilizzarli allo scopo di inserire nei loro progetti didattici temi che riguardano la questione ambientale. Inevitabile il riferimento all’ambientalismo di Greta Thumberg, al vasto seguito nel mondo scolastico, alle manifestazioni che prima della pandemia, videro i nostri ragazzi riprendersi la piazza. La pandemia ha arrestato il protagonismo del mondo giovanile. Potrà riaccendersi e magari irrobustirsi l’impegno dei giovani sulla difesa del pianeta?

Sono stata in piazza fin dai primi giorni con le amiche e gli amici di Fridays For Future: la nostra civiltà è ridotta al punto che i nostri figli e i nostri nipoti scendono in piazza pregandoci di avere un futuro. Dovrebbe far venire la pelle d’oca a tutti quanti gli adulti: i ragazzi si esprimono in maniera poco articolata, ma è giusto considerata la loro età.  Non so se avete notato che a parte Greta Thumberg in quasi tutto il mondo la gran maggioranza dei leader dei giovani di Fridays For Future sono ragazzine, giovani donne.

È successo che Greta, come il bambino della famosa favola “Il Re è Nudo”, ha detto che il modello di sviluppo non va bene perché non solo distrugge la natura, l’ambiente e il pianeta ma impedisce di avere una vita futura, impedisce di guardare agli anni che verranno con la tranquillità, l’ottimismo e la voglia di vivere che avevamo noi da adolescenti. Greta è stata una messaggera. Io l’ho conosciuta al Senato quando ha incontrato la presidente Casellati ed è veramente una ragazza particolare: sembra una bambina, è piccola, minuta, ma ha una forza straordinaria nello sguardo e un’assoluta indifferenza rispetto ad aspetti come il prestigio, la visibilità, il compiacimento, nonostante sia divenuta un personaggio internazionale. È di una purezza assoluta, persegue l’obiettivo di salvare il pianeta con assoluta determinazione. Greta ha svolto il suo compito, ha svegliato il mondo e ha invitato i politici a seguire quello che dice la scienza. Il mondo non ha ascoltato questo appello per il momento; a parole sì, ma guardando la realtà dei fatti ci sono pochi fondi, poca volontà politica e, lasciatemelo dire, poca cognizione del problema. Ho riscontrato personalmente assoluto disinteresse in alcuni illustri personaggi politici italiani che non sanno distinguere tra buco dell’ozono e climate change: l’ignoranza deriva dal fatto che ritengono secondario il problema. Anche verso il movimento dei giovani di Fridays For Future c’è un atteggiamento di sufficienza: è un gravissimo errore, ci vorrebbe molto più umiltà da parte della classe dirigente. Il fuoco acceso da Greta Thumberg brucia ancora sotto la cenere della pandemia anche se in quest’epoca di accelerazione i movimenti si accendono a intermittenza. E tuttavia hanno un andamento carsico: appaiono nell’agorà reale e in quella virtuale, poi si inabissano e ritornano. È anche vero che ci sono realtà a cui non diamo attenzione ma sono molto forti: presso i popoli indigeni di tutto il Sud del mondo, in particolare delle Americhe, ci sono movimenti che difendono contemporaneamente l’ambiente e la propria identità; non sono sotto i riflettori e noi non prestiamo la dovuta attenzione, ma sono molto importanti. In varie costituzioni dell’America Latina la Pachamama, la terra madre, è considerata un soggetto portatore di diritti: lì si è già attuata una rivoluzione concettuale.

Nel mondo scolastico, a parte le manifestazioni giovanili e l’impegno ecologista di alcuni docenti, sui temi ambientali c’è stata una latitanza di carattere strutturale, nelle discipline e nei programmi. La nuova legge sull’educazione civica, sperimentata nell’anno scolastico che si sta chiudendo, ha introdotto un’importante novità: fra gli assi dell’insegnamento, accanto alla Costituzione e alla cittadinanza digitale, c’è lo sviluppo sostenibile. I programmi potranno essere dedicati all’educazione ambientale, alla conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio, all’educazione alla salute e ai principi di protezione civile. Non le chiedo tanto se sia la direzione giusta quella intrapresa, ma una valutazione generale e qualche suggerimento per fare in modo che l’azione didattica possa cogliere questa opportunità formativa finalmente portata a sistema.

Come presidente del WWF e come presidente dei Verdi ho partecipato a moltissime campagne ispirate all’educazione ambientale. Nelle Oasi del WWF sono passati migliaia di ragazzini in estate che sono stati educati al contatto con la natura: è molto importante, soprattutto nella giovanissima età, l’esperienza, oltre che la narrazione. Nel mondo della scuola ci sono molte differenze: è importante che gli studenti siano preparati da docenti capaci di unire competenze e passione, si devono raggiungere il cervello e il cuore, comunicando con l’analisi scientifica ma anche con emozioni profonde.

Per me difendere la natura oggi, all’inizio del Terzo Millennio, vuol dire anche conservare il legame tra l’anima individuale e l’anima mundi, sperimentare una forma particolare di spiritualità. Ho scritto due libri in proposito e ho imparato questa lezione proprio in Amazzonia: se non si rimette al centro la sacralità della natura e degli ecosistemi, se si comunica ai giovani che la natura non è altro che un enorme supermarket dove prendere le risorse di cui abbiamo bisogno, non si suscita l’amore verso la natura e la fondamentale risposta che si chiama “cura”. La “cura” mette insieme la presa di responsabilità individuale e collettiva con l’empatia e l’amore. Abbiamo bisogno di intelligenze calde, capaci di mettere insieme ragione e sentimenti. I giovani hanno una capacità straordinaria di percepire quanta convinzione ci sia dietro gli insegnanti e, in generale, gli adulti. Abbiamo un grande bisogno di maestri e maestre, non solo in ambito scolastico. Ed è importante che sappiano mantenere la loro autorevolezza e credibilità con atteggiamenti coerenti. La priorità è quella di formare una massa critica, un gruppo di avanguardia capace di incamerare i valori dell’ambiente e di proporsi come esempio.

Vorrei ricordare che i giovani hanno promosso nel mondo più di 1.200 cause contro le istituzioni con l’accusa di non avere assunto i provvedimenti necessari per contrastare i cambiamenti climatici: il reato potrebbe essere rubricato a “furto di futuro”. In Francia queste cause sono sostenute dall’organizzazione “L’Affaire du Siècle”; ce ne sono tantissime anche in America Latina, in Italia c’è “Giudizio Universale”. Mi sembra interessante che in tutti questi modi di combattere, che sono assolutamente istituzionali, legali e legittimi, la presenza dei giovani e soprattutto delle giovani sia molto forte. Il movimento dei giovani è una risposta forte. Noi dobbiamo avere un ruolo da tutor, trasmettere e metterci a disposizione per consegnare valori, informazioni, buone pratiche ad una generazione che già c’è, magari non numerosissima ma molto attiva.

Un appello che possiamo fare ai docenti che seguiranno la Summer, aldilà delle conoscenze e degli strumenti didattici che saranno forniti, è quello di andare alla ricerca dell’entusiasmo necessario per trasmettere agli studenti la voglia di impegnarsi sui temi ambientali. Avranno un compito fondamentale, quello di mettere in movimento i ragazzi, che sono i destinatari delle nostre azioni ma soprattutto i futuri custodi del pianeta.

È importante capire che se vogliamo dare un pianeta vivente ai nostri figli e ai nostri nipoti, non una “terra desolata”, per citare Elliot, è importante mettere insieme competenza e passione. Io ho insegnato, prima di diventare giornalista, e conosco la fatica dell’insegnamento, soprattutto in quest’epoca in cui ai docenti viene chiesto tantissimo e suppliscono a volte anche alla famiglia. Ma ritengo che i docenti abbiano un ruolo decisivo per il salto di qualità della coscienza collettiva. Se voi, dopo cinquant’anni da ambientalista, mi chiedeste qual è l’ecosistema più a rischio, certo vi direi la barriera corallina sbiancata dal cambiamento climatico o la foresta amazzonica distrutta dagli incendi, però direi soprattutto la mente umana. I traumi psicologici causati dal lockdown, il senso di incertezza che affiora sul futuro dei giovani ha creato tantissimi problemi proprio nell’anima dei ragazzi; la cura deve essere soprattutto quella dell’anima, questo è di grandissimo valore, di grandissima nobiltà e anche grandissima fatica.

Nell’introduzione ad un tuo libro del 2012, Lo sguardo dell’anima, scrivi che la tua «personale mission dentro il multiforme universo ambientalista è quella di far capire l’importanza della dimensione spirituale nella tutela della natura e dell’ambiente. Sconvolgere l’equilibrio ecologico – continua – significa non solo perdere risorse vitali ma disturbare una profonda sintonia tra essere umani e universo». Con papa Francesco si è affermata la necessità di una conversione ecologica: quanto sarebbe importante, per allargare e irrobustire la coscienza ecologica, rompere il monopolio laico prevalso sinora e lasciare spazio alla spiritualità?

Sono stata sempre di sinistra, non ne faccio mistero, e ho toccato con mano che la sinistra è abbastanza cieca e sorda a questi temi. Perché? Perché la sinistra ha un sogno antropocentrico che mette al centro l’uomo, possibilmente maschio, mentre la natura, il pianeta, gli animali, le piante, sono una specie di fondale davanti al quale si svolge la vicenda umana. Invece noi ambientalisti ed ecologisti siamo biocentrici e tutta la vita è importante, gli esseri umani naturalmente, ma al pari di animali e piante, tutto è collegato a tutto, noi siamo un tassello dell’enorme mosaico. Per anni anche dentro il movimento dei verdi ho coltivato questo interesse su natura e spiritualità in maniera non voglio dire clandestina, ma comunque con circospezione. Non sto parlando di religione, ma di spiritualità in senso molto ampio. Non è un caso che io abbia collaborato su questo tema principalmente con una grande associazione internazionale fondata dal principe Filippo di Edimburgo, che io conoscevo perché era presidente del WWF Internazionale, chiamata ARC (Alliance of Religions and Conservation), un’alleanza tra tutte le religioni del pianeta e la conservazione della natura. Perché, ripeto, non si tratta solo di mettere insieme ecologia ed economia, ragioni dell’ambiente e ragioni del lavoro ma si deve andare più in profondità e scavare proprio nell’identità culturale dei popoli, delle etnie, dove questo rapporto profondo tra anima individuale e anima mundi c’è, declinato a seconda delle varie epoche, delle varie culture, dei vari popoli.

L’enciclica Laudato si’ non è una enciclica “verde” ma propone una visione del mondo in quanto ascolta il grido della terra ma anche il grido dei poveri, mettendo insieme le dimensioni della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. È una critica molto approfondita sullo sviluppo, di cui si trovano tracce anche nei libri di Vandana Shiva, grande antesignana dell’ambientalismo, di religione induista, che mette l’accento proprio sulla shakti, il principio di vita femminile che informa la natura. Ci sono aspetti filosofici molto profondi, declinabili anche in senso laico. Senza questa dimensione si corre il rischio di un’aridità desolante, di restringere lo scopo a una buona gestione dell’esistente: buona cosa, ma non è sufficiente.

Si può volare alto: ai ragazzi di oggi, ma anche a quelli che lo sono stati un tempo, piace molto di più volare alto.