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Dalla crisi della prima autonomia al terrorismo in Alto Adige/Südtirol

Dalla crisi della prima autonomia al terrorismo in Alto Adige/Südtirol

La testa del cavallo della statua equestre al Lavoro italiano distrutta nel 1961, conservata al museo Das Tirol Panorama di Innsbruck.
Di user:moroderOpera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento

Abstract

L’autore riflette sul periodo degli anni Cinquanta e primi anni Sessanta, nel quale il clima in Alto Adige/Südtirol cambia radicalmente, rispetto all’atmosfera di distensione dell’immediato dopo guerra. A partire dal 1953, anno della svolta nei rapporti tra Roma, Bolzano, Innsbruck e Vienna e dell’apertura di una vera e propria crisi, i rapporti si vanno facendo progressivamente sempre più tesi, fino ad arrivare all’uso della violenza come arma politica e alla cosiddetta “notte dei fuochi” .

In generale è un accordo di buona fede che, come afferma Gruber e come i fatti prevarranno, avrà vita e valore solo se con buona fede verrà applicato. Esso ha incontrato e incontrerà, come è naturale, difficoltà di attuazione nei due campi. De Gasperi e Gruber dovranno superare gli scogli delle stesse pretese particolaristiche e opposizioni. Li supereranno a condizione di scavalcare gradualmente in quella atmosfera di maggiore distensione che succederà al primo annuncio di un accordo di massima, il quale in parte scontenta ed in parte accontenta i due contraenti. (…) È un accordo nato e basato su rapporti personali di fiducia. (…) Se regge così bene. Se no, non vi è più o meno abile sotterfugio precisativo ed impegnativo che lo possa fortificare. Se questo accordo si è perfezionato, implicando un reciproco sacrificio della sovranità italiana e delle aspirazioni territoriali austriache, ciò è dovuto proprio allo spirito di buona fede da cui si è partiti ed in cui si è concluso. Non vedo miglior garanzia possibile. Se la buona fede mancherà da una parte e dall’altra, vuol dire che avremo fallito. È un rischio connesso con l’arditezza della iniziativa ed il coraggio della concretazione.[1]

È un estratto della nota che l’ambasciatore italiano a Londra Nicolò Carandini inviò il 25 settembre 1946 al segretario generale degli Esteri Renato Prunas. Si tratta della risposta ad una sollecitazione dello stesso Prunas circa l’opportunità di specificare in un appunto a Karl Gruber all’indomani della sigla dell’accordo di Parigi (5 settembre 1946) quale fosse il quadro entro il quale applicare l’autonomia, ovvero quello regionale, al fine di lasciare traccia scritta ed evitare future controversie.

Nelle parole di Carandini spicca il costante e ripetuto riferimento alla buona fede dei contraenti, insieme alla consapevolezza di aver imboccato una strada per la soluzione della vertenza altoatesina generosa di prospettive quanto ricca di incognite. Al centro, a far da contrappeso ai problemi da risolvere, restavano la fiducia e il dialogo tra le parti, senza i quali alcun passo avanti sarebbe stato possibile. Ma se nell’accordo De Gasperi-Gruber i contraenti avevano riconosciuto con lungimiranza l’autonomia quale pietra angolare della ricostruzione degli assetti politici-sociali ed economici della provincia altoatesina, differenti erano le posizioni tra chi, come il governo italiano, la considerava come concessione e chi, come la minoranza di lingua tedesca, la interpretava come cessione di sovranità.

L’atmosfera di distensione evocata da Carandini si consumò in poco più di cinque anni, quando con la presentazione al governo italiano di un memoriale (1954) da parte della Svp, in cui si lamentava la mancata applicazione dell’accordo, si aprì ufficialmente la fase di contestazione dello Statuto (1948). Ciò che divenne l’oggetto di tutta la controversia italo-austriaca.

Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, i segni di deterioramento della situazione politica e dei rapporti tra i gruppi linguistici si fecero evidenti, due opposte visioni si cristallizzarono in contrapposizioni politiche. Gli italiani temevano che concedendo maggiori libertà e autonomia alla popolazione di lingua tedesca si creassero le premesse per un ritorno dell’Alto Adige all’Austria in una sorta di Anschluss strisciante. I tedeschi temevano dal canto loro che il governo italiano mirasse a creare le premesse per una snazionalizzazione completa del territorio e la sparizione della minoranza di lingua tedesca: la continuazione del programma di italianizzazione iniziato con il fascismo.

Tutto ciò si calava nel corpo di una società locale che affrontava gli anni della ricostruzione con i problemi ereditati dal ventennio. La struttura sociale rispecchiava una netta divisione sociale del lavoro per gruppi etnici: i sudtirolesi erano maggiormente occupati nel settore agricolo (67%), mentre gli italiani prevalevano nell’industria (62%) e nel terziario, segnatamente nella pubblica amministrazione. L’industria in particolare era considerata dai sudtirolesi un “corpo estraneo”, frutto di una politica di sopraffazione voluta da Mussolini e minaccia per l’arrivo di immigrati italiani da impiegare nelle fabbriche.

A complicare il quadro vi era il costante richiamo al diritto di autodeterminazione. Nel suo programma politico, la Südtiroler Volkspartei (Svp) enunciava tra le finalità del partito quella di avanzare la richiesta dei sudtirolesi all’esercizio del diritto di autodecisione, con l’esclusione dell’uso di qualsiasi mezzo illegale. Il ritorno dell’Alto Adige all’Austria era stato d’altra parte uno degli obiettivi per i quali la resistenza sudtirolese al nazi-fascismo, componente democratica e futura base costituente del partito, aveva combattuto. La decisione circa il mantenimento del confine del Brennero e la sigla dell’accordo De Gasperi-Gruber frustravano tali attese e avviavano la questione altoatesina verso una soluzione di compromesso. In breve, autogoverno in cambio di autodeterminazione. Ma la bandiera dell’autodecisione fu tutt’altro che ammainata.

Autonomia e ricorso all’autodecisione erano per la maggioranza dei sudtirolesi prospettive irrinunciabili e non in contrasto. Dentro lo stesso partito, connotato etnicamente, convivevano posizioni moderate e radicali. Se appellarsi all’autodeterminazione funzionava come tattica di pressione nei confronti del governo italiano per dare maggiore forza alle rivendicazioni autonomiste, dall’altra parte offriva un aggancio politico e uno spazio di manovra per le correnti oltranziste e i secessionisti, che consideravano l’autodecisione un obiettivo strategico. Per Roma ciò suonava come conferma che, per i sudtirolesi, la conquista di una piena autonomia era da considerarsi tappa intermedia prima del distacco dall’Italia.

 

L’apertura della crisi

Il 1953 fu l’anno della svolta nei rapporti tra Roma, Bolzano, Innsbruck e Vienna. Si aprì in quel momento una nuova fase politica nel confronto tra il governo italiano, l’Austria e i rappresentanti della minoranza di lingua tedesca sulle questioni relative alla garanzia e alla tutela dei diritti della popolazione sudtirolese.

Sfruttando gli spazi di manovra che la fase di instabilità politica apriva in Italia dopo la stagione degasperiana con l’indebolimento della Dc e i governi centristi alla ricerca di maggioranze, nonché inserendosi nella partita aperta in Austria per la designazione del successore di Karl Gruber agli Esteri, i rappresentanti della minoranza di lingua tedesca colsero il momento per rilanciare e internazionalizzare la questione altoatesina.

Il neoeletto presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Pella, alla formazione del cui governo la Svp non fece mancare il proprio appoggio, non solo si era impegnato in cambio a venire incontro alle richieste della Svp (tra queste, lo scioglimento dell’Ufficio per le zone di confine presso la Presidenza del Consiglio dei ministri), li aveva altresì sollecitati a presentare un memoriale in cui raccogliere ed esporre le loro rivendicazioni. Documento che divenne una vera e propria piattaforma politica nelle mani dell’Svp. Quando il 13 settembre 1953, nella fase calda della “crisi di Trieste”, Pella ipotizzò di ricorrere alla volontà popolare per sancire la sovranità italiana sulla città giuliana, si riaccese nei sudtirolesi l’idea di percorrere la stessa strada per chiedere il ritorno all’Austria.

Tra le personalità influenti che si impegnarono a dare una decisa svolta alla questione altoatesina va ricordato il canonico Michael Gamper, definito:

l’«eminenza grigia» dietro le quinte della politica sudtirolese a Bolzano. Grazie al suo passato impegno politico come organizzatore delle scuole clandestine in lingua tedesca durante il Ventennio, capo autorevole dei Dableiber del 1939, spiritus rector dell’opposizione all’interno del partito Svp contro la dirigenza borghese-liberale di Amonn-Raffeiner, egli era senza dubbio la personalità più carismatica nell’opinione pubblica sudtirolese e la più influente nella stampa cattolica della casa editrice Athesia [ndr assunse la direzione del quotidiano “Dolomiten” e della stessa casa editrice].[2]

Era riconosciuto come esponente di primo piano dell’ala dei politici all’interno della Svp, componente appoggiata dal Bauernbund (lega dei contadini) che a differenza dell’ala borghese-liberale (Erich Amonn, Josef Raffeiner) più aperta al dialogo con Roma, non era in linea di principio disponibile a concessioni e perseguiva con determinazione la difesa di tutti i diritti sanciti dall’accordo di Parigi. Gamper fu l’artefice e l’ispiratore, insieme ai circoli irredentisti di Innsbruck, di una serie di iniziative miranti alla sensibilizzazione e alla mobilitazione per la questione altoatesina. L’obiettivo era duplice, da una parte riportare l’attenzione internazionale sull’Alto Adige attraverso una campagna stampa che raggiungeva i paesi europei dell’area tedesca, dall’altra esercitare pressione politica affinché Vienna riaprisse la vertenza altoatesina e l’intera questione dell’autonomia. Era infatti atteso il ripristino della piena sovranità dell’Austria (Trattato di stato, 1955).

La denuncia di Gamper dalle pagine del “Dolomiten”, il 28 ottobre 1953 (anniversario della marcia su Roma), della Todesmarsch (marcia della morte) dei sudtirolesi ebbe una larga eco e consentì di calamitare l’attenzione dell’opinione pubblica non solo nazionale. Limitare l’afflusso degli italiani in Alto Adige rappresentava una delle più pressanti richieste della Svp a Roma e un nervo scoperto per il governo italiano, che nel memoriale veniva accusato esplicitamente di voler perpetrare il “genocidio” della minoranza di lingua tedesca.

 

L’appoggio di Innsbruck e la chiusura di Roma

L’eco della dichiarazione di Pella sul plebiscito per Trieste rimbalzò e fu rilanciata da Innsbruck come richiesta anche per l’Alto Adige. L’ambasciatore austriaco Johann Schwarzenberg chiamato a colloquio con Vittorio Zoppi, suo omologo italiano, per fare il punto su quanto si muovesse a Vienna dopo la richiesta di plebiscito per l’Alto Adige lanciata da Innsbruck, affermò in chiave di metafora che la macchina era stata messa in moto e non sarebbe stato facile fermarla. Non si riferiva tanto al problema del plebiscito, quanto alle richieste di maggiore autonomia che, caduta quell’ipotesi, sarebbero state avanzate dal governo austriaco a quello italiano.

La questione altoatesina era diventata la battaglia politica dei popolari tirolesi, le dichiarazioni di Johann Obermoser e Alois Grauß alla Dieta di Innsbruck non lasciavano dubbi in proposito. Per condurla essi non avrebbero disdegnato usare una certa asprezza nei toni, se l’effetto polarizzante che ne derivava portava alla fine dei chiarimenti. Il vicepresidente regionale del Tirolo Mayr sosteneva a tal proposito che la polemica era preferibile

perché così il problema della «vera» autonomia della Provincia di Bolzano verrà posto in termini sempre più chiari dalle due parti e si dovrà affrontarlo e risolverlo nettamente, essendo divenuto ormai un problema europeo.[3]

I popolari tirolesi erano una componente numericamente importante all’interno del partito che guidava l’esecutivo (Österreichische Volkspartei, Övp) e avrebbero esercitato in tal senso una forte pressione nei confronti di Vienna, condizionando l’azione stessa del governo.

La posizione di Roma in merito al trattamento da riservare alle richieste che provenivano dalla minoranza di lingua tedesca fu di totale chiusura. Non ci sarebbe stata nessuna concessione, nemmeno la più piccola. Era convinzione del governo che l’Austria non avrebbe potuto seriamente reclamare per l’inadempienza dell’Italia dell’accordo De Gasperi-Gruber, tanto più che le rivendicazioni avanzate dalla minoranza di lingua tedesca e sostenute da Vienna erano considerate fuori dal quadro dell’accordo stesso. La linea da seguire era quella di non concedere nulla che non fosse scritto negli accordi e nello Statuto d’autonomia; ciò sarebbe servito a indebolire i capi della Svp, perché alla fine i loro elettori si sarebbero accorti che le manifestazioni e le proteste non sarebbero approdate a nulla di positivo e anzi avrebbero creato nel governo italiano un senso di sfiducia che lo avrebbero indotto a posizioni di intransigenza.

All’apertura di una possibile crisi nei rapporti con la Svp a Roma e con l’Austria, il governo, nei fatti, non si dimostrò in grado di elaborare una linea di condotta univoca, per quanto se ne avvertisse l’esigenza fin dalla fine del 1953. L’ambasciatore italiano a Vienna consigliava (1954) di evitare che a Roma e a Vienna si parlasse “da parte nostra un linguaggio diverso”. Riferendosi poi all’opportunità o meno di avviare conversazioni con l’Austria sulla questione altoatesina, così egli esemplificava le due opzioni politiche di fondo in una nota alla presidenza del Consiglio dei ministri:

o riconosciamo che l’Accordo di Parigi è – come mi sembra – un accordo internazionale e come tale ognuna delle parti ha il diritto di parlare con l’altra (…) oppure diciamo in realtà, se non proprio con queste parole, che siamo padroni in casa nostra e che quello che abbiamo fatto e facciamo in Alto Adige è insindacabile.[4]

Si trattava di due visioni antitetiche. Alla fine, la politica del “non concedere nulla” portò realmente all’indebolimento dei capi della Svp, ma furono presi di mira i capi più moderati (Erich Amonn e Josef Raffeiner) e il partito fu consegnato a chi intendeva inaugurare una linea meno incline al dialogo con Roma. A quel punto, politicamente, alle chiusure del governo non avrebbe corrisposto l’indebolimento bensì l’irrigidimento delle posizioni dei rappresentanti della minoranza di lingua tedesca.

L’entrata in gioco dell’Austria, terzo polo di una partita che fino ad allora si era sostanzialmente giocata tra Roma e Bolzano, fece uscire la questione altoatesina dall’angolo cui il governo italiano avrebbe voluto ricondurla.

 

Roma, Vienna, Innsbruck, Bolzano: la difficile quadratura

Con la firma del Trattato di Stato (1955) l’Austria assunse il ruolo di “potenza tutrice” della minoranza di lingua tedesca dell’Alto Adige e il Südtirol entrò a pieno titolo nell’agenda della sua politica estera. I popolari tirolesi, che ne avevano fatto la propria battaglia politica ed erano una componente numericamente importante all’interno del partito che guidava l’esecutivo (Partito popolare austriaco) esercitarono una forte pressione nei confronti di Vienna.

Nella compagine di governo uscita dalle elezioni del maggio 1956, che portarono alla formazione del secondo gabinetto Raab, fu nominato segretario di stato agli affari esteri Franz Gschnitzer. Ordinario di diritto privato e commerciale all’Università di Innsbruck, ateneo del quale era stato rettore, Gschnitzer era membro autorevole del Partito popolare tirolese e aveva fatto parte della delegazione austriaca per le opzioni. Gamper lo aveva proposto a Vienna con scarsa fortuna nella tornata elettorale del 1953, come futuro ministro degli esteri dopo l’altro tirolese Karl Gruber. Nel 1954 Gschnitzer aveva assunto la presidenza della neocostituita “Bergisel Bund” (Bib), un’associazione ispirata dal canonico, che traeva il proprio nome dalla località in cui l’eroe tirolese Andreas Hofer aveva sconfitto i franco-bavaresi. Finalità dichiarata di tale associazione che aveva sede a Innsbruck, era la tutela e lo sviluppo della cultura tirolese. Insieme al “Kulturwerk für Südtirol”, associazione anch’essa voluta da Gamper ma con sede a Monaco di Baviera, operavano entrambe per tener viva la questione sudtirolese oltre Brennero. Il Bib, in particolare, sotto la presidenza Gschnitzer negli anni seguenti e fino al 1961 fu il più efficace gruppo di pressione della politica austriaca per il Sudtirolo. Di questa associazione (fine anni 50 contava in Austria ca. 30.000 aderenti) fecero parte personalità di spicco del mondo politico, giornalistico e scientifico. Nel 1959, abbandonando il profilo di associazione culturale e onorifica, divenne centro di propaganda per l’autodeterminazione del Sudtirolo.

Nonostante il nuovo corso diplomatico nei rapporti tra Italia e Austria, le posizioni continuarono ad essere distanti. Sul memorandum presentato dal governo austriaco nell’ottobre 1956 che elencava i punti ancora in sospeso (l’autonomia per il solo Alto Adige, parità delle lingue, eguaglianza di diritti per l’ammissione ai pubblici uffici, limitare l’immigrazione italiana), il governo italiano restò fermo nel ribadire di aver adempiuto all’Accordo, congelando in tal modo anche in prospettiva l’apertura di trattative in merito.

I riflessi a livello locale non si fecero attendere e la protesta politica raggiunse il proprio apice. Nel novembre 1957 a Castel Firmiano, località nelle vicinanze di Bolzano, ebbe luogo una manifestazione pacifica indetta dalla Svp con lo slogan “Los von Trient” (via da Trento) che vide la partecipazione di 35.000 sudtirolesi provenienti da tutta la provincia. Fu una straordinaria dimostrazione di carattere popolare e di unità d’intenti del gruppo di lingua tedesca, nonché il battesimo della nuova leadership del partito, frutto del ricambio generazionale che aveva segnato il declino dei notabili (Amonn e Raffeiner) e portato ai vertici i giovani della “Wehrmacht” (tra questi Silvius Magnago nuovo presidente del partito), ovvero coloro che avevano combattuto nell’esercito tedesco durante la Seconda guerra mondiale. Questi ultimi si presentavano come gli uomini della svolta e giudicavano i risultati dei negoziati della precedente direzione del partito assolutamente insufficienti.

Le parole d’ordine lanciate dall’adunata di Castel Firmiano (basta con l’autonomia apparente, basta con l’immigrazione italiana, abitazioni ai sudtirolesi[5]) erano anche un messaggio diretto a Roma e a Vienna. In questa protesta di popolo si inserì il “Befreiungsausschuss Südtirol” (Bas, Comitato di liberazione del Sudtirolo), l’organizzazione clandestina che fu responsabile della stagione del terrorismo in Alto Adige. In quell’occasione i suoi militanti fecero la loro prima apparizione pubblica distribuendo un volantino che incitava i sudtirolesi a prepararsi alla battaglia per la propria esistenza. L’idea che la politica delle parole dovesse lasciare il posto a quella dei fatti caratterizzò il clima, non solo politico, di quel periodo.

 

La violenza come arma politica

A partire dal 1956 si cominciò a registrare in Alto Adige una tensione crescente. Ai numerosi singoli episodi di ordinaria cronaca di contrapposizione nazionalistica[6], cartina di tornasole di uno spirito pubblico inquieto, fece seguito una catena di attentati in tutta la provincia: tralicci delle linee ferroviarie ed elettriche, nonché caserme

Con le bombe a firma Bas che cominciarono a scoppiare nel 1957, colpendo inizialmente obiettivi simbolici (monumenti e lapidi italiani, compresa la tomba di Ettore Tolomei), si ebbe un deciso salto di qualità nell’uso della violenza: essa era ormai concepita e messa in atto come arma politica per riaprire la questione altoatesina.

L’occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario hoferiano dall’insurrezione tirolese (1809-1959) venne ad assumere in Austria come in Alto Adige un grande significato politico-ideologico. Era un’importante manifestazione ufficiale che si prestava alle frange più radicali per soffiare sul fuoco della secessione. I motivi di preoccupazione per lo stato di tensione etnica e politica che si sarebbe potuta generare, erano aggravati dal fatto che tali celebrazioni sarebbero durate per un anno intero e avrebbero avuto al centro proprio la Südtirolfrage (questione sudtirolese). Il ruolo di propaganda per l’autodecisione svolto dal Bib divenne centrale. Nelle pubblicazioni edite per l’anniversario, nelle manifestazioni pubbliche, nelle conferenze, i costanti richiami all’antico spirito tirolese del 1809, alla sollevazione popolare dell’Anno Neun (anno nove) assunsero il significato di un appello militante contro l’occupazione e la dominazione straniera, contro l’oppressione del popolo tirolese. La stessa figura di Andreas Hofer venne forzatamente consacrata nel ruolo di eroe antitaliano per eccellenza. Il culmine venne raggiunto con il corteo che il 13 settembre 1959 sfilò lungo le vie di Innsbruck davanti al presidente austriaco Adolf Schärf, alle autorità tirolesi e ai massimi esponenti della Svp. A sottolineare il deciso riferimento della manifestazione all’Alto Adige, la testa del corteo era formata da un gruppo di Schützen (corpo dei tiratori tirolesi) che portava a spalle un’enorme corona di spine di metallo, simbolo del martirio dell’Alto Adige e della passione del popolo tirolese per la divisione in due del Tirolo nel 1918. Anche in quell’occasione militanti del Bas distribuirono volantini inneggianti alla libertà del Südtirol, all’unità del Tirolo e all’autodeterminazione: “Adesso la nostra pazienza è giunta alla fine!” recitava in tono di minaccia uno di questi manifestini.

Sepp Kerschbaumer Gedenkstein
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Il Bas era stato fondato nel 1956 a Frangarto, una frazione alle porte di Bolzano. Lì, vi risiedeva il suo ispiratore, Sepp Kerschbaumer, un piccolo commerciante, nato nel 1913, fervente cattolico.  Spedito per due anni al confino durante il fascismo, nel 1939 aveva optato per la Germania ma non vi si era trasferito. Era politicamente attivo all’interno della Svp, si considerava un Widerstandskämpfer (combattente per la resistenza) in lotta contro lo stato e l’italianizzazione dell’Alto Adige. Era lui che redigeva e stampava in proprio tutti i materiali propagandistici e nel pianificare gli attentati insisteva sull’evitare possibili vittime: dovevano essere colpiti simboli, cose, non persone. Ai suoi inizi, il Bas comprendeva una dozzina di aderenti, ma in breve giunse a raccoglierne alcune centinaia. Era organizzato in piccole cellule autonome presenti nelle principali vallate della provincia di Bolzano. Ne facevano parte soprattutto contadini, artigiani, operai e piccoli commercianti, pochi gli intellettuali. Si trattava in larghissima parte di militanti non usi alle forme di lotta illegali che al massimo potevano vantare il servizio militare nella Wehrmacht durante la guerra; convinti assertori della riunificazione del Tirolo, erano mossi da quella che consideravano l’arrendevolezza politica della Svp. Le prime azioni del gruppo, soprattutto propaganda e atti dimostrativi, furono concepite per portare alla ribalta internazionale il problema sudtirolese. Con l’allargamento del Bas confluirono tra le sue fila cellule di matrice più radicale, come il gruppo capeggiato da Georg Klotz che agiva in val Passiria e in val Venosta. Klotz puntava diritto alla lotta armata e all’espulsione degli italiani. Era convinto che si trattasse di ingaggiare una vera e propria guerra partigiana contro lo stato italiano, alla stregua delle guerre di liberazione a Cipro e in Algeria, in un confuso e velleitario riferimento ai movimenti di decolonizzazione in atto. Nel 1959 al Bas si aggiunse anche una cellula di Innsbruck composta in larga parte da intellettuali, provenienti anche dalle fila del Bib, molti dei quali non avevano mai avuto una diretta relazione con il Südtirol. Si trattava di pantirolesi, pangermanisti, neonazisti, uniti da un comune radicale anticomunismo.

In seno al Bas si accese presto il confronto sulla linea di condotta da seguire e si formarono due correnti: una faceva capo a Sepp Kerschbaumer, un’altra più radicale era riconducibile ai circoli di Innsbruck, che finanziavano e intendevano per questo decidere sull’indirizzo dell’organizzazione. Le divergenze non erano sugli obiettivi, entrambi condividevano il fine di liberare il Südtirol dalla “dominazione straniera italiana”; la distinzione riguardava i metodi di lotta: per Kerschbaumer si trattava di mettere in atto azioni dimostrative e colpire obiettivi simbolici senza spargimenti di sangue, per i più radicali di dare vita ad una vera e propria guerriglia armata. La spirale degli attentati dinamitardi e le prime vittime del terrorismo altoatesino fecero capire che l’ala più estremista (cellule nord tirolesi) aveva preso il sopravvento. I patrioti tirolesi del nord finirono così per combattere una loro “guerra di liberazione” per conto del Südtirol.

La “notte dei fuochi”: inizia la lunga stagione del terrorismo in Alto Adige

Negli ultimi mesi del 1959 le autorità civili e militari italiane si attendevano una possibile escalation della protesta e una recrudescenza degli attentati. Sul piano politico il quadro era tale da non prefigurare soluzioni alla portata. Era opinione condivisa che si trattava di prepararsi per far fronte all’inasprirsi della situazione locale. Fonti fiduciarie e rapporti delle forze dell’ordine segnalavano il crescente attivismo di circoli irredentisti. In mancanza di opzioni politiche, la questione altoatesina declinava verso un problema di ordine pubblico. Sempre più preoccupato per la radicalizzazione della situazione politica in Alto Adige, il vescovo Joseph Gargitter nella sua lettera pastorale per la Quaresima del febbraio 1960 aveva invitato a riconoscere e tutelare i diritti dei sudtirolesi, ma aveva anche severamente condannato ogni tipo di violenza come mezzo per raggiungere scopi politici.

L’Austria riuscì a portare la questione altoatesina all’Onu e in tal modo a internazionalizzare il problema sul piano politico. Il 28 giugno 1960 il governo austriaco riuscì a far iscrivere all’ordine del giorno dell’assemblea generale delle nazioni unite il tema Alto Adige; la risoluzione approvata il 31 ottobre invitò l’Italia e l’Austria a proseguire nelle trattative: obiettivo eliminare le controversie sull’attuazione dell’Accordo di Parigi e trovare un’intesa. Non vi era spazio per nuovi spostamenti del confine del Brennero. Al contrario, le ragioni strategiche di stabilizzazione di quella frontiera si erano rafforzate con l’accordo per installazione basi missilistiche Nato in Italia (1959), di cui una in provincia di Bolzano.

I riflessi di queste decisioni ebbero l’effetto di produrre all’interno del Bas un’accelerazione all’azione, nel timore che gli spiragli dell’attenzione internazionale si chiudessero per sempre e con essi anche quelli per l’autodeterminazione. In un crescendo di attentati s’intensificano i contatti tra i militanti del Bas al di qua e al di là del Brennero e il primo giugno 1961 in una riunione segreta a Zernez, in Svizzera, fu pianificata la cosiddetta “notte dei fuochi”. Fra l’11 e il 12 giugno 1961, la notte della tradizionale festa del “Sacro cuore”, particolarmente sentita dai tirolesi, in tutta la provincia di Bolzano saltarono in aria una quarantina di tralicci. Ci fu anche la prima vittima, lo stradino Giovanni Postal. Venne presa di mira in particolare la conca bolzanina, dove si concentravano le industrie, considerate strumento di snazionalizzazione. Qui l’obiettivo del Bas era duplice: causare il blocco della zona industriale di Bolzano e spingere, sulla scia della protesta, gli ambienti operai di sinistra verso la probabile saldatura con le formazioni della destra nazionalista in un unico fronte etnico italiano, con conseguenti elevati rischi di guerra civile. Nessuno di questi obiettivi fu raggiunto: la “notte dei fuochi” non produsse neanche l’attesa scintilla della rivolta popolare contro la dominazione straniera. Il leader della Svp Magnago, il vescovo e il quotidiano “Dolomiten” si schierarono subito e senza riserve contro gli attentatori e la violenza.

Una delle 37 esplosioni compiute durante la Notte dei fuochi del ’61. Foto di LlorenziAnonimo, Pubblico dominio, Collegamento

La risposta dello Stato non si fece attendere, con l’invio in provincia di Bolzano 24.000 soldati e 10.000 tra poliziotti e carabinieri il territorio altoatesino venne militarizzato. I riflettori dei media italiani si accesero per la prima volta su un mondo tanto distante da essere considerato straniero e ora anche ostile. L’immagine dell’Alto Adige si appiattì sugli attentati e sulle conseguenze, poco o nulla emerse sulle cause così come sui retroscena della repressione. L’11 luglio, a distanza di un mese dalla “notte dei fuochi”, cominciò la serie di arresti e finirono in carcere più di 150 militanti del Bas. Si concluse così la prima fase, cosiddetta “autoctona”, del terrorismo in Alto Adige che vide coinvolti soprattutto dinamitardi sudtirolesi. A partire dal 1962 e fino al 1988 altre fasi seguirono, dentro ad un percorso costellato da 361 attentati, con 21 morti (15 operatori delle forze dell’ordine, 2 cittadini comuni e 4 terroristi, dilaniati dagli ordigni che confezionavano), 57 feriti (24 fra forze ordine, 33 fra privati cittadini), 17 sentenze passate in giudicato (la magistratura italiana condannò 157 persone: 103 sudtirolesi, 40 austriaci e 14 germanici). Il fenomeno terroristico in Alto Adige non ebbe uno sviluppo lineare, diversi furono i periodi in cui il terrorismo agì, diversi i contesti politici e diplomatici. Diverse le forme e le sigle che il terrorismo assunse, nonché la partecipazione di strutture dello Stato non per contrastare, reprimere e far cessare l’attività terroristica, ma per alimentarla e aggravarla, fino a veri e propri atti di «controterrorismo» nel nostro territorio e in quello austriaco[7]. A questi risultati di sintesi pervenne il ramo dell’Inchiesta parlamentare sul terrorismo in Italia che si occupò anche di Alto Adige. Essi vanno considerati come un primo bilancio parziale di un fenomeno complesso, cui la ricerca storica e la verità giudiziaria possono ancora contribuire a illuminare.

Per approfondire
  • D. D’Amelio, A. Di Michele, G. Mezzalira (a cura di), La difesa dell’italianità. L’Ufficio per le zone di confine a Bolzano, Trento e Trieste (1945-1954), il Mulino, Bologna 2015
  • M. Ferrandi, Dibattiti e dinamite. Cronache parlamentari della questione altoatesina, vol. 2, 1945-1992, Edizioni Alphabeta Verlag, Merano 2017
  • C. Franceschini, Segretissimo – Streng geheim! Südtirol im Fadenkreuz fremder Mächte, Edition Raetia, Bozen 2021
  • C. Franceschini, Geheimdienste, Agenten, Spione. Südtirol im Fadenkreuz fremder Mächte, Edition Raetia, Bozen 2020
  • M. Marcantoni, Giorgio Postal, Südtirol. Storia di una guerra rimossa (1956-1967), Donzelli editore, Roma 2014
  • G. Mezzalira, Alle origini del terrorismo in Alto Adige-Südtirol, in: “Storia e problemi contemporanei”, n. 74, gennaio-aprile 2017, Franco Angeli, Milano
  • G. Mezzalira, La crisi del primo statuto di autonomia della Regione Trentino Alto Adige,
    in: Luigi Blanco (a cura di), Autonomie speciali e regionalismo in Italia, il Mulino, Bologna, 2020
  • H. K. Peterlini, Feuernacht. Südtirols Bombenjahre. Hintergründe, Schicksale, Bewertungen, Edition Raetia, Bozen 2021
  • C. Romeo, Alto Adige/Südtirol XX secolo. Cent’anni e più in parole e immagini, Edition Raetia, Bolzano 2008
  • R. Steininger,  Sütdirol im 20. Jahrhundert, Studien Verlag, Innsbruck 1997
  • R. Steininger, Südtirol zwischen Diplomatie und Terror 1947-1969, Band 1, Band 2, Band 3, Athesia, Bozen 1999
  • L. Steurer, Der “Feuernacht”: Hintergründe und Scheitern einer Strategie, in: “Geschichte und Region/Storia e regione”, 20 (2011), 1, Studien Verlag, Innsbruck-Wien-Bolzano/Bozen

Note:

[1]      Archivio generale della Presidenza del Consiglio dei ministri (Agpcm), Ufficio per le zone di confine (Uzc), sez. III, b. 1, vol. I, f. Accordi De Gasperi-Gruber. Stampa, Lettera di Nicolò Carandini a Renato Prunas, Parigi, 25 settembre 1946.

[2]      Leopold Steurer, Il problema dell’Alto Adige/Südtirol nei rapporti italo-austriaci (1945-1955), in Diego D’amelio, Andrea Di Michele, Giorgio Mezzalira, La difesa dell’italianità. L’Ufficio per le zone di confine a Bolzano, Trento e Trieste (1945-1954), il Mulino, Bologna 2015, p. 123.

[3]      Agpcm, Uzc, sez. III, b. 126, vol. II, f. Situazione politica in Alto Adige con riferimento all’Accordo di Parigi, Lettera del Ministero degli Affari Esteri, DGAP Uff. I, Roma, 26 luglio 1956.

[4]      Agpcm, Uzc, sez. III, b. 125, vol. II, f. Politica generale austriaca varie questioni, Comunicato del Ministero degli affari esteri alla Presidenza del consiglio, 8 febbraio 1954.

[5]                     Nell’ottobre dello stesso anno il governo italiano finanziò un programma per l’edilizia popolare della somma di 2,5 miliardi di lire per costruire centinaia di alloggi nella Provincia di Bolzano. I timori di un nuovo arrivo di italiani in Alto Adige si univano alla denuncia del ritardo nell’emanazione della norma di attuazione relativa all’edilizia pubblica che costituiva una delle competenze della Provincia di Bolzano.

[6]                     Le relazioni mensili di P.S. della seconda metà degli anni Cinquanta riportano con frequenza episodi di esposizione di bandiere e vessilli tirolesi, volantinaggi e affissioni di manifestini di stampo sciovinista, scritti, insulti, diverbi e zuffe, … in Agpcm, Uzc, sez. III., bb. 75, voll. I-II, 76, 77.

[7]              Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazioni sull’inchiesta condotta su episodi di terrorismo in Alto Adige presentate rispettivamente dai senatori Boato e Bertoldi, doc. XXIII, n. 52, 1992, p. 12.

Dati articolo

Autore:
Titolo: Dalla crisi della prima autonomia al terrorismo in Alto Adige/Südtirol
DOI: 10.52056/9791254691090/08
Parole chiave: ,
Numero della rivista: n.17, giugno 2022
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo:
, Dalla crisi della prima autonomia al terrorismo in Alto Adige/Südtirol, Novecento.org, n.17, giugno 2022. DOI: 10.52056/9791254691090/08

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