|
Da almeno 10
anni ci sono storici, nonché studiosi e appassionati
di storia, che producono ragionamenti, progetti, esperienze riguardo all’intreccio tra Internet e storia, tra informatica, telematica e
storia. Si tratta di un campo di interessi, tensioni conoscitive,
sperimentazioni pratiche, dibattiti teorici ben lontano dall’essere
concluso e sistematizzato. Mancano spesso le parole di uso quotidiano
per indicare fenomeni ed esperienze comuni e questo è, osserva Dario
Ragazzini introducendo questo volume, "la spia linguistica di una
situazione che è tardi per definire allo stato nascente, ma che pure
non si è ancora stabilizzata" (p. IX). "Storiografia
digitale" e/o "storiografia di rete" sono alcune delle
espressioni proposte in questo libro per dare un volto a questa area
di interessi e tensioni conoscitive, oltre che .di realizzazioni
concrete. Sono termini che vanno assunti con i loro margini di
provvisorietà e di ambiguità, come tentativo di predisporre una
formulazione aperta a ulteriori sviluppi e precisazioni, piuttosto che
come pretesa di aver trovato una formula capace di delimitare e
fissare un campo di studi e di esperienze in continuo mutamento. Alla
discussione di alcuni di questi temi vengono dedicati i quattro saggi
contenuti nel volume: "Le fonti storiche nell’epoca della loro
riproducibilità informatica", di Dario Ragazzini; "La
storia contemporanea nella rete del "villaggio
globale"" di Serge Noiret; "La fotografia di
documentazione storica in Internet", di Monica Gallai e Luigi
Tomassini; "Una memoria fragile: il web e la sua
conservazione", di Stefano Vitali.
La presenza sul
Web di contenuti di storia è sotto gli occhi di tutti e di per sé
non costituirebbe un fatto rilevante se potesse essere ridotta ed
esaurita ai suoi livelli più bassi, e cioè alla propaganda
ideologica o al narcisistico desiderio di esternazione di alcuni. Il
fatto è che il Web si è rivelato essere un medium importante per la
comunicazione di storia in ambito scientifico, di alta divulgazione,
per l’insegnamento/apprendimento di storia. In diversi siti web di
argomento storico si è accumulato nel corso del tempo materiale di
studio e di informazione (banche dati, riviste, pubblicazioni
scientifiche, dibattiti, saggi, ricerche), mentre il Web è diventato
un importante luogo di sedimentazione della memoria e di reperti del
nostro presente: basti pensare all’impatto sul Web degli avvenimenti
dell’11 settembre 2001. Se a queste osservazioni colleghiamo le
riflessioni già avviate da tempo da diversi studiosi sul rapporto tra
computer e storiografia, possiamo convenire con Ragazzini che da tutto
questo possono derivare significativi cambiamenti riguardo agli
oggetti e ai metodi di lavoro degli storici. Non è il cambiamento di
supporto (dalla stampa al digitale) che si vuole sottolineare nell’espressione
"storiografia digitale", quanto piuttosto il cambiamento
delle forme culturali e delle modalità di circolazione del sapere in
atto con la Rete: "storiografia digitale" o
"storiografia di rete" indicano quindi una "scrittura
della storia" capace di reagire alle potenzialità del medium e
delle tecnologie informatiche. I due ambiti nei quali questo
cambiamento è in atto o può scatenarsi sono il rapporto con le fonti
e la comunicazione dei risultati della ricerca. Nel primo caso ci
troviamo già oggi di fronte a consistenti progetti di
digitalizzazione delle fonti e di loro più ampia accessibilità
attraverso Internet, con tutti i problemi e le cautele che questo
comporta, e nello stesso tempo sappiamo che le fonti per lo studio
della realtà contemporanea non potranno che
essere digitali perché in buona parte esse nascono già come tali.
Nel secondo caso, osserva Ragazzini, la "storiografia
digitale" favorisce non l’approccio narrativo ma l’approccio
problematico: lo storico non è più l’esploratore che ritorna da un
viaggio in terre lontane nel tempo e ci racconta la sua impresa
mostrando qualche reperto, ma diventa l’organizzatore di una
scenografia: egli mette a disposizione una rete di significati e una
rete di fonti basate su selezioni e interconnessioni, che il
lettore/utente è invitato a ripercorrere. Diventa qui importante l’individuazione
di fattori e di variabili, mentre "la comunicazione elettronica
potrebbe (il condizionale è d’obbligo) offrire occasioni e
modalità di rappresentazione multiple e contemporanee di
interazioni" (p. 33).
Il saggio di Serge
Noiret è un utile guida alle risorse di storia contemporanea presenti
sulla Rete, nel tentativo di verificare sul campo l’esistenza di una
"storiografia digitale", di saggiarne la consistenza e
valutarne la tenuta. Al di là di alcuni casi già
noti, e cioè il saggio di Darnton sui caffè della Parigi
prerivoluzionaria (<http://www.indiana.edu/~ahr/darnton/>),
o i progetti di storia urbana degli USA di P. J. Ethington e altri (<http://cwis.usc.edu/dept/LAS/history/Historylab/LAPUHK/index.html>),
o il progetto The Valley of the Shadow del prof. Ayers e dell’Universita
della Virginia (<http://valley.vcdh.virginia.edu/>),
i risultati del
"viaggio" (o delle "pedalate") di Noiret non sono
molto esaltanti: "Poche volte vengono infatti offerti questi
particolari contenuti di rete che siano connessi all’uso
approfondito delle possibilità comunicative di un nuovo medium come
Internet per valorizzare e diffondere i materiali scientifici, dalle
fonti primarie a quelle secondarie, per non parlare della storiografia
di rete" (pg. 43). A ciò si aggiunga il fatto che diventa sempre
più evidente la tendenza a frammentare il Web in aree chiuse con
accesso riservato nel campo delle pubblicazioni scientifiche,
contraddicendo uno dei motivi della sua nascita come strumento di
massima diffusione e accessibilità della conoscenza. Riguardo all’impatto
delle nuove tecnologie osserva Noiret che esse non cambiano in modo
radicale le carte a disposizione dello storico ma si limitano a
redistribuirle assegnando nuove identità e statuti alle pratiche
degli storici e ai documenti digitali.
Il saggio di Monica
Gallai e Luigi Tomassini sulla fotografia in Internet ripercorre in
termini generali le questioni legate all’uso delle foto come fonti
storiche e alla loro archiviazione e colloca all’interno di esse il
tema della loro digitalizzazione e circolazione in rete. Diventano
infatti molto delicati i problemi metodologici relativi al rapporto
tra il documento fotografico e il contesto in cui è inserito nonché
al modo di trattare la singola foto e le sue informazioni di corredo.
Può accadere infatti che l’accesso attraverso la Rete alle foto
esalti la tendenza a isolare le foto, a considerarle come "pezzi
unici" sganciati dal contesto o dalla serie in cui sono inseriti,
ad assegnare ad esse valore documentario solo in relazione al loro
contenuto iconico trascurando del tutto formazioni discorsive e
contenuti a cui esse sono comunque legate. Nel saggio vengono trattati
problemi ed esperienze in corso di catalogazione e di digitalizzazione
delle foto fornendo importanti spunti di riflessione critica a questo
riguardo.
Tra le metafore con
le quali si è tentato di interpretare e rendere familiare l’assoluta
novità costituita da Internet e poi dal Web, due hanno goduto di
particolare successo: la Biblioteca, l’Archivio. Tra queste, la
seconda si è mostrata nel corso del tempo più adeguata e più
produttiva se consideriamo i siti Web non come una nuova tipologia di
pubblicazione ma come uno strumento di comunicazione e di
organizzazione per i soggetti produttori, che in essi sedimentano
progressivamente, secondo dinamiche di
accumulazione/sostituzione/aggiornamento materiali riguardanti la loro
vita e la loro attività. In questa direzione si avvia il discorso di
Stefano Vitali nel momento in cui considera il Web come fonte storica
e ragiona sui vari progetti in atto di "archiviazione" del
Web. Molti di questi progetti nascono dalla consapevolezza del ruolo
svolto dal Web come strumento di aggregazione e di comunicazione,
terreno di sviluppo di specifiche forme di cultura , punto di
riferimento per comportamenti e culture che utilizzano nella vita
sociale logiche e strumenti messi a disposizione dalla Rete.
"Archiviare" il Web significa non dover rinunciare a fonti
che possono dare più di una chiave d’accesso alle dinamiche del
mondo contemporaneo. Si tratta di una "memoria fragile" ma
preziosa, che potrà sopravvivere soltanto se i soggetti che hanno
popolato il cyberspazio si faranno carico di strategie organiche per
la sua conservazione nel tempo.
Antonino Criscione
|