Rivista dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Un Paese cantato. Parole per una nuova cittadinanza dai canti della Resistenza

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Un Paese cantato. Parole per una nuova cittadinanza dai canti della Resistenza

16 apr 2015

Abstract

È possibile trovare una via per comunicare e riflettere sul nostro recente passato con i giovani, cercare un modo per trasmettere una memoria carica di valori ancora oggi imprescindibili per la vita democratica, scoprire il filo rosso che lega la Costituzione alla Resistenza e alla storia quotidiana degli italiani? Sono le domande che si è posto Giovanni Perrino, già dirigente dell’Ufficio istruzione dell’Ambasciata italiana a Mosca, constatando i grandi sforzi compiuti e gli esiti incerti perchè la storia contemporanea sia nella scuola un punto di riferimento per la formazione delle competenze di cittadinanza. Pur nelle difficoltà di un dialogo intergenerazionale, forse la musica e i testi delle canzoni, da quelle popolari ai canti di guerra, dai canti resistenziali alle canzoni d’autore possono, dentro e fuori dalla scuola, raccontare l’Italia del Novecento e riscoprire parole che, giunte a noi sfinite e svuotate di significato, possono ritrovare senso per interpretare il presente.

Giovani e memoria

Affrontare nei dibattiti e nelle riflessioni comuni il problema del recupero memoriale è una vexata quaestio che chiama in causa una pluralità di motivi e una nutrita serie di possibili soluzioni sul modo di preservare la memoria collettiva, difenderla dai ricorrenti tentativi di rilettura dei fatti storici, conservarla a beneficio dei giovani e della loro formazione civica e trasmetterla alle generazioni future. Nonostante i tentativi fatti in passato, il crollo delle conoscenze storiche fra gli studenti è sotto gli occhi di tutti e, se l’Italia non è agli ultimi posti nelle statistiche OCSE, lo si deve al fatto che il disimpegno nell’acquisizione delle conoscenze legate alla storia moderna e contemporanea è generale nei sistemi scolastici e negli universi giovanili di molti Paesi europei. Dalla Prima guerra mondiale in poi i giovani hanno scarsa conoscenza né posseggono memoria dei fatti, persino dei più recenti.

Primo Levi descrive assai bene tale afasia. Nel suo libro I sommersi e i salvati, a pag.163, così lucidamente riflette: «Essi sono assillati dai problemi di oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi… Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull’onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge. Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati».

L’ingombrante fardello del “secolo breve”

Chi ha visto il film di Veltroni Quando c’era Berlinguer non si è stupito del fatto che molti ragazzi affermino di non aver mai sentito parlare di Enrico Berlinguer. Dagli anni Novanta, quando proprio il ministro Luigi Berlinguer pose l’accento sulla necessità dello studio della storia contemporanea e di una conseguente revisione dei programmi di storia nei tre gradi d’istruzione, il problema viene posto con crescente impegno, ma con risultati piuttosto modesti. In quegli anni i docenti, pressati dalla preoccupazione di esaurire il programma, non riuscivano quasi mai ad affrontare tutti gli argomenti e si fermavano, nel migliore dei casi, agli anni successivi alla Prima guerra mondiale. Oggi, l’ansia di dover seguire un programma rigido si è attenuata, ma il problema è in molti casi rimasto a testimonianza di un disagio nell’insegnamento della storia contemporanea accresciuto dalla marginalizzazione oraria della disciplina.

Viene autorevolmente riconosciuto che, a parte la pressione insostenibile dello studio diacronico, in quegli anni i docenti non possedevano strumenti didattici idonei ad affrontare con efficacia un periodo storico ritenuto troppo vicino per essere trattato con la dovuta obiettività e troppo complesso per ridurlo a uno studio prevalentemente mnemonico e inefficace. Molte attività di formazione si sono svolte nelle scuole anche in vista della costituzione degli auspicati laboratori didattici della storia contemporanea, ma gran parte delle iniziative non ha raggiunto gli obiettivi sperati.

La conseguenza è, come si è detto, un’acritica e spesso difficile accettazione del presente nel cui rispecchiamento sono più i vuoti del silenzio sofferto e indifferente che l’analisi delle cause di questo difficile passaggio al futuro.

Alla deriva della memoria contribuiscono molti elementi che non è difficile individuare: basti solo citare la contrazione del linguaggio e l’evoluzione della comunicazione, la diffusione degli strumenti digitali, la prevalenza sugli altri del linguaggio visivo e di quello promozionale, la preferenza dilagante per un sistema di conoscenze appreso dal vivo attraverso l’esperienza, rispetto a quello prima desunto dai libri e costruito con il lavoro in classe.

Non solo scuola

Compito degli istituti di ricerca e delle associazioni culturali è quello di arginare tale deriva collaborando con i docenti per riqualificare e sostenere gli apprendimenti scolastici e ricondurre le conoscenze storiche al loro ruolo primario nella formazione giovanile. Istituti storici ed associazioni come l’A.N.P.I, nata nel 1948 con lo scopo di trasmettere alle generazioni future l’enorme materiale storico, documentale e testimoniale della lotta di liberazione dal nazi-fascismo, hanno contribuito alla crescita nel nostro Paese di un’autentica cultura democratica attraverso una severa difesa dei valori resistenziali.

Come in altri Paesi europei, la fine della Seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo – in Italia il 25 Aprile – sono annoverate fra le principali festività del calendario civile e costituiscono da settant’anni occasione di celebrazione. Il riconoscimento del 27 Gennaio come Giorno della Memoria ha aumentato considerevolmente la sollecitazione a non dimenticare la Shoà, non solo in forma celebrativa, ma riconoscendo il ruolo centrale della memoria storica nel percorso formativo di ognuno. Negli anni passati, molti testimoni di quel periodo erano ancora attivi e alcuni di loro, anche sull’onda emotiva suscitata dai mass media, decisero per la prima volta di rendere pubblica testimonianza della loro esperienza. Alcuni, sull’esempio di Primo Levi, iniziarono a scrivere, dando vita a una preziosa memorialistica.

Grande apprezzamento ebbe il dramma teatrale di Peter Weiss L’Istruttoria, basato sulle testimonianze rese dai gerarchi nazisti al processo che si svolse a Francoforte sul Meno dal 1963 al 1965. In Italia il dramma fu messo in scena con grande successo da Gigi Dall’Aglio del Teatro Due di Parma, a partire dalla stagione 1983. Risalgono infatti agli anni Ottanta e Novanta i tentativi di andare oltre le celebrazioni retoriche delle tragedie belliche e della fine del ventennio fascista per mettere in scena testimonianze dirette di chi quel dramma lo aveva vissuto in prima persona.

La vita di Alcide Cervi, dopo l’eccidio dei figli, la nascita del Museo Cervi e la valorizzazione dei siti memoriali sparsi in ogni parte del Paese hanno dato un impulso significativo alla ricostruzione dell’identità nazionale secondo le indicazioni della Costituzione.

Le festività civili vengono sempre celebrate con impegno, ma la presenza delle scuole alle celebrazioni pubbliche è spesso resa problematica dal divario fra le esigenze dell’attività didattica e quelle del calendario che possono rendere formale e poco efficace una riflessione sul recente passato.

Creare un clima culturale favorevole alla partecipazione e all’apprendimento

Oggi, scomparsi molti protagonisti, sostituite le autobiografie con approfondimenti di altro genere, cinematografico o teatrale, venuti meno i finanziamenti, non può tuttavia essere abbandonato lo sforzo perché la didattica della storia contemporanea e la formazione di una coscienza democratica a partire dai gradi iniziali del sistema di istruzione progrediscano e diventino patrimonio comune e condiviso delle scuole italiane.

Esperienze di qualità, che pure esistono oltre le previsioni, sono segno di vivacità culturale e di un forte impegno professionale di docenti e dirigenti, spesso frutto dell’iniziativa di gruppi, di reti di scuole, di istituzioni e associazioni che collaborano per rendere più attiva e consapevole la partecipazione e la stessa informazione.

Se è semplice fare un elenco dei valori da trasmettere, le difficoltà giungono quando si tratta di individuare gli strumenti e di renderli compatibili con le possibilità di utilizzo nell’organizzazione scolastica attuale. Rappresenta spesso una vera sfida per gli over 65 parlare a platee di under 18, teenagers, spesso distratti da un numero crescente di attività e talvolta privi di nozioni storiche fondamentali per comprendere la complessità.

Anche la stessa cinematografia, usata come strumento di coinvolgimento emotivo, spesso esce desolatamente sconfitta sia perché di genere diverso rispetto ai film che la maggior parte dei giovani predilige e sia per il genere storico lontano dai loro immediati interessi.

Anche se la parola «attrattività» spesso fa capolino nelle riviste di didattica delle discipline, bisognerebbe pur sempre distinguere la quantità e qualità delle conoscenze da trasmettere dalla necessaria positività del clima culturale in cui si svolge l’insegnamento.

Per una progettualità scolastica integrata

Le ricerche su territori informatici, nelle biblioteche o nel vivo dei vari contesti, anche familiari, necessitano di un’attività didattica in grado di collocarle in processi organici d’apprendimento. Dai progetti segmentati e spesso improduttivi occorre tornare, con l’uso costante degli strumenti più innovativi, ad una progettualità scolastica integrata, capace di fornire, attraverso esperienze personali, ricerche e memorie familiari, conoscenze sistematizzate e utili all’arricchimento umano e culturale degli studenti. L’individuazione degli strumenti necessari a tale opera di trasmissione è compito dei docenti che devono essere specialisti della disciplina e conoscere le metodologie più aggiornate per insegnarla coinvolgendo il vissuto dello studente. L’intervento in classe di uno storico anche prestigioso potrebbe coronare un’importante attività didattica, ma anche non avere efficacia alcuna se l’intervento si svolge in modo avulso dal contesto didattico e dal discorso coeso e serrato che il docente svolge nella sua attività in classe.

Nel 70° anniversario della Liberazione, con l’approssimarsi di parecchi eventi legati anche al primo centenario della Prima guerra mondiale, è auspicabile che vengano individuate forme diverse della partecipazione studentesca in modo da rendere le scuole protagoniste responsabili delle scelte didattiche e delle ricadute sul percorso formativo.

Il dovere di comunicare

A volte appare scarsamente costruttivo essere custodi delle reliquie se non si è capaci di partire da queste per elaborare proposte in grado di tenere acceso il fuoco, a partire dai valori che ne hanno permesso il mantenimento. L’obiettivo è pertanto giungere al riconoscimento che quegli anni, pur nella loro complessità, sono alimento della democrazia e dell’impegno antifascista così presente nella Costituzione repubblicana. Appare utile a tale proposito una riflessione di Primo Levi sulla pretesa incomunicabilità fra il mondo giovanile proiettato nel futuro e il suo passato. La pagina è tratta ancora una volta da I sommersi e i salvati (pagg.68-69):

«Secondo una teoria che a me pare frivola e irritante, ‘l’incomunicabilità’ sarebbe un ingrediente della condizione umana e in specie del modo di vivere nella società industriale: siamo monadi, incapaci di messaggi reciproci, o capaci solo di messaggi monchi, falsi in partenza, fraintesi all’arrivo. Mi pare che questa lamentazione proceda da pigrizia mentale e la denunci; certamente la incoraggia, in un pericoloso circolo vizioso. Salvo casi di incapacità patologica, comunicare si può e si deve perché il silenzio, l’assenza di segnali è, a sua volta un segnale, ma ambiguo, e l’ambiguità genera inquietudine e sospetto. Negare che comunicare si può è falso: si può sempre. Rifiutare di comunicare è colpa; per la comunicazione, e in specie per quella sua forma altamente evoluta e nobile che è il linguaggio, siamo biologicamente e socialmente predisposti. Tutte le razze umane parlano; nessuna specie non umana sa parlare».

Il compito attuale consiste nel traghettare nei tempi convulsi che viviamo non solo quella storia, ma anche i valori che veicola e che spesso attendono ai nostri occhi di essere riconosciuti e tradotti in codici comportamentali all’interno di un quadro istituzionale di efficienza e funzionalità.

Un paese cantato
Un paese Cantato, recital, produzione musicale di Daniele Goldoni, testi di Giovanni Perrino

Un paese Cantato, recital, produzione musicale di Daniele Goldoni, testi di Giovanni Perrino

Per questa ragione è stato ideato e progettato dalla sezione territoriale A.N.P.I. di Poggio Rusco (Mantova) il recital Un Paese Cantato, di seguito illustrato, che ha preso avvio da una riflessione sulla musica dei più famosi cantautori degli anni ‘70 e ’80, i cui contenuti si legano senza soluzione di continuità alle scelte di tolleranza e di pace che, nel triennio 1943-45, indussero molti giovani al rifiuto della guerra e all’impegno antifascista. L’ipotesi di lavoro riguarda le fonti d’ispirazione di importanti artisti come Guccini, De Gregori, Dalla, De Andrè, Fossati, Gaber che si collegano al vasto repertorio di musica popolare sparso per tutta Italia e custodito negli archivi.

Tali musicisti, legati ad un contesto sociale e spesso ideologico definito, nelle loro composizioni, oltre all’amore, fanno riferimento ad espressioni valoriali come la solidarietà, la lotta per una società più libera e giusta, la libertà, il bisogno di verità, il lavoro. Il loro repertorio musicale può considerarsi ed essere rappresentato come un’ideale colonna sonora degli ultimi decenni e delle trasformazioni sociali del Paese.

Ci si è chiesti, in pratica, se non valesse la pena verificare se i valori espressi dalle canzoni, che i giovani conoscono a memoria e cantano nei concerti, siano legati come un filo d’Arianna ai canti popolari della Resistenza, a quella stessa voglia di libertà e di giustizia che aveva animato i partigiani e prima di essi gli alpini ed i soldati della guerra del 1915-18. È ormai accreditato da parte di autorevoli studiosi come Roberto Leydi che il movimento partigiano, più che esprimere sue canzoni, elaborò, adattandoli, testi e melodie le più varie. Un esempio da canto risalente alla prima guerra mondiale è Il bersagliere ha cento penne rimasto intatto anche nel titolo mentre canti popolari o appartenenti al filone socialista e anarchico come, ad esempio, Addio Lugano bella vennero ampiamente utilizzati negli anni della Resistenza. Affascinante, anche se non pienamente comprovata, appare l’ipotesi di un’origine popolare padana di Bella Ciao, la cui melodia potrebbe risalire a un canto delle mondine in seguito divenuto canto partigiano nella zona della Libera Repubblica di Montefiorino sull’Appennino bolognese dove erano attive le Brigate Garibaldi. Altro esempio riguarda l’origine di Fischia il vento che Felice Cascione, comandante partigiano della Brigata di cui farà parte Italo Calvino, scrive sulla melodia popolare russa di Katiuscia cantata da un suo compagno che aveva partecipato all’invasione fascista sul fronte del Don. Bella Ciao, dopo la Liberazione, divenne un successo internazionale quando venne cantata dai partigiani padani nei vari Festival Internazionali della Gioventù che in quegli anni si svolgevano in molte capitali dell’Est europeo.

Canti di dolore e di libertà

Il canto ebbe invece sorte diversa in Italia dove rimase patrimonio dei valori resistenziali della sinistra. Si pensi che solo nel 1963 Giorgio Gaber potè cantarla, insieme a Maria Monti, nella trasmissione televisiva Canzoniere Minimo, ma senza l’ultimo verso «questo è il fiore del partigiano morto per la libertà». Il cantante la registrò su 45 giri solo nel 1965.

Testimonianza di quanto la canzone accompagni la storia del Paese, è la famosa canzone Dio è morto. Scritta da Francesco Guccini, fu portata al successo dai Nomadi, partecipò al Cantagiro nel 1967, ma la RAI ignorò il brano ritenuto blasfemo. La canzone, invece, venne apprezzata e trasmessa per prima dalla Radio Vaticana che in tal modo ne autorizzò la divulgazione.

Giovanna Daffini (Villa Saviola (Mn) 1913 – Gualtieri (Re) 1969), suonatrice ambulante e cantautrice. Di origine contadina, fu una delle principali e più originali interpreti dei canti della tradizione popolare cui la partecipazione attiva alla resistenza affiancò un vasto repertorio di canzoni politiche e di protesta. (da: Cantastorie del Novecento italiano, www.irsap-agrigentum.it/altri_cantastorie.htm/)

Giovanna Daffini (Villa Saviola (Mn) 1913 – Gualtieri (Re) 1969), suonatrice ambulante e cantautrice. Di origine contadina, fu una delle principali e più originali interpreti dei canti della tradizione popolare cui la partecipazione attiva alla resistenza affiancò un vasto repertorio di canzoni politiche e di protesta.
(da: Cantastorie del Novecento italiano, www.irsap-agrigentum.it/altri_cantastorie.htm/)

Un’analisi di tal genere ha confortato l’idea guida generatrice del progetto, che si potesse raccontare ai giovani la storia del Paese attraverso le sue musiche, partendo dai canti di guerra per giungere, attraverso la canzone popolare e della Resistenza, alle canzoni dei più noti cantautori. Dopo una prima verifica dei titoli delle più note canzoni, si è ritenuto di intercettare l’interesse del mondo giovanile e non solo, riflettendo sul fatto che le parole e le musiche spesso eleganti degli artisti originano, quanto ad ispirazione, dagli stessi temi di quei canti storici. In questi testi, il bisogno di sussidiarietà, la voglia di giustizia, i problemi occupazionali non confliggono con il tema amoroso tipico di tanta musica leggera ma, piuttosto, vi si accompagnano in modo originale diventando canti contro la guerra, contro i soprusi e lo sfruttamento, canti di dolore e di libertà in un Paese che faticosamente ha cercato negli anni la strada per essere degno del sogno dei martiri della Resistenza.

Scartando ogni ipotesi di racconto cronologico, si è ritenuto di identificare alcuni temi intorno ai quali poter dimostrare la possibilità di lettura del recital. Si è ritenuto che parole come la guerra, il lavoro, la fratellanza, la pace, fossero le più idonee per costruire un concerto di facile e piacevole ascolto. A Felice Cascione, agli ignoti autori di Bella Ciao o di Sciur padrun da li beli braghi bianchi risultano accostati Paolo Pietrangeli e Ivano Fossati, i testi dei quali sono diventati colonne sonore di periodi importanti ma difficili del nostro dopoguerra. Valle Giulia di Paolo Pietrangeli ricorda le proteste studentesche e operaie, mentre la più recente Canzone popolare di Fossati fa riferimento alle trasformazioni degli anni Novanta.

Il titolo del recital musicale, Un Paese cantato affidato ad un noto cantautore come Daniele Goldoni ed alla sua band, dichiara esplicitamente lo scopo di raccontare la storia recente e le trasformazioni socioculturali del Paese dai canti di guerra e resistenziali fino ai nostri giorni.

In un percorso di tal genere si è avuta conferma che la storia della musica, da quella lirica a quella sinfonica o leggera, può costituire in ogni tempo un importante strumento di conoscenza e di ricerca.

Un grimaldello, una chiave come tante con cui rivolgersi a un pubblico giovanile raccontando, anche con le parole delle musiche preferite, che essere cittadini vuol dire vivere ancorati a quei valori, a quelle scelte di libertà che furono proprie dei partigiani, che sostennero fino alla morte la loro fiducia nel futuro.

Un modesto quanto indispensabile lavoro di ‘traduzione della tradizione’, che consente di individuare più facilmente nel linguaggio quotidiano parole chiave non obsolete o rese vuote dalla ripetitività dei media, facendole tornare attuali, legate alle modalità odierne della comunicazione giovanile ed efficaci a suscitare negli ascoltatori un’immediata adesione.

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