Rivista dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Sviluppo globale, crisi globali: un percorso economico nella storia della contemporaneità

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Sviluppo globale, crisi globali: un percorso economico nella storia della contemporaneità

14 mar 2017

Abstract

La grande crisi globale del tempo presente esplosa nel 2008 può essere considerata uno snodo che induce a riconsiderare il passato attraverso una nuova lente e a stabilire confronti sollecitati proprio da nuovi interrogativi che nascono nell’attuale scenario globalizzato.

Quali parametri privilegiare, dunque, per iniziare a cogliere le specificità della globalizzazione del XXI secolo? Quali tendenze economiche dello sviluppo e delle crisi hanno costituito permanenze o discontinuità a partire dalla seconda metà dell’Ottocento? E come ridefinire i rapporti tra le risorse e i capitali che inducono a ridisegnare la mappa dei paesi ricchi e poveri?

Il contributo seguente, rivolto in particolare ai docenti di storia delle classi quinte, tenta di delineare un percorso ritagliato all’interno di una cronologia ragionata, per facilitare l’analisi e la comparazione dei contenuti ritenuti essenziali per la preparazione all’esame di Stato secondo in canone scolastico.

Dalla storia del tempo presente alla storia del tempo passato: una prospettiva circolare
  1. Contestualizzazione iniziale

Significativo punto di partenza, per la costruzione di un percorso didattico sulla globalizzazione dello sviluppo e della crisi, può essere costituito dall’introduzione agli avvenimenti che hanno scosso i sistemi economici mondiali nel 2008, una data da considerare come un tornante dell’età della finanza globale.

Il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers di New York ha segnato l’11 settembre dell’economia, ossia l’inizio di una fase in cui l’egemonia del mondo occidentale, guidato dagli Stati Uniti, non sembrava più scontata[1]. La paralisi del settore finanziario e bancario, accanto al collasso di settori trainanti come quello immobiliare e automobilistico, hanno determinato ovunque un calo drastico della crescita e un’ondata di disoccupazione generalizzata. E le cause della recessione possono essere ricercate nella bolla dei subprime, i titoli «derivati» dalle speculazioni sui mutui immobiliari statunitensi, la cui crisi era già avvenuta nel 2007, mostrando tutte le debolezze dei più evoluti meccanismi finanziari. La banche d’affari, maggiormente impegnate nelle alchimie finanziarie nate dalla pericolosa combinazione tra gli alti tassi di interesse e la dubbia affidabilità creditizia dei debitori, sono state tra le più esposte al fallimento.

Le successive insolvenze dei debitori, ormai note a tutti, hanno provocato un disastroso contagio, a causa della parcellizzazione dei prestiti venduti a numerose altre banche d’affari proprio per suddividere gli alti rischi di queste operazioni [Gallino 2013]. E con l’inasprirsi della crisi si è fatta strada la consapevolezza del passaggio segnato da una ridistribuzione delle risorse conseguente all’affermazione di attori nel mercato mondiale, che hanno spostato sempre più il baricentro dell’economia verso l’Asia e il Pacifico. Non a caso la crisi, pesantemente avvertita nell’Eurozona, ha avuto ben altra entità nei nuovi paesi emergenti.

  1. La prospettiva di lungo periodo

Dalla crisi del 2008 prende avvio un percorso didattico a tappe: una ricostruzione a ritroso nell’intento di delineare le crisi, le ristrutturazioni, le transizioni da un assetto economico a un altro, nel lungo periodo della loro successione ondivaga, caratterizzata da battute d’arresto e avanzate, recessioni ed espansioni, a partire dall’eredità della rivoluzione industriale (1870-1913)[2]. Si potranno poi comparare e incrociare i dati attuali con gli effetti della più grave recessione che dal 1929 ha condotto alla depressione degli anni trenta.

Si potranno tematizzare analogie e differenze a partire dalle più significative fasi della storia del capitalismo, che, pur essendo certamente diverse sul terreno produttivo, sociale e politico, hanno tuttavia rivelato comuni tendenze di fondo.

Il percorso passa necessariamente per la fase intermedia (1945-1973), comunemente conosciuta per la straordinaria espansione interconnessa con l’affermazione del welfare state. Si giunge poi, dopo la crisi petrolifera degli anni settanta, all’analisi della sempre più marcata integrazione dei mercati finanziari e alla ridefinizione della geografia produttiva. Da qui si ritorna al punto di partenza: la prima grande crisi della globalizzazione neoliberista.

  1. La profondità del tempo presente

Questa particolare scelta prospettica, costituita in primis dalle forti cesure economiche, permette di proporre una prima periodizzazione in macro segmenti, facendo leva proprio sulle «svolte capitalistiche» che dal ventesimo secolo si proiettano sino al tempo presente. Ogni fase potrà poi essere rivisitata e approfondita utilizzando appropriate lenti di ingrandimento a seconda dei livelli di analisi. In ogni caso è proprio dalle crisi da cui è stato scosso il capitalismo, sia sul piano interno sia su quello delle relazioni internazionali, che si sono originati conflitti e tensioni, guerre e rivoluzioni.

Si tratta, in definitiva, di focalizzare gli snodi fondamentali ai fini della comprensione della profondità del tempo presente, ma soprattutto di valutare l’incidenza del passato su di esso. Il presente può essere indagato dunque come spia rivelatrice del passato, in cui inoltrarsi allo scopo di capirne meglio gli sviluppi. E proprio sulla base delle domande che emergono direttamente dall’attualità si potrà chiarire la complessità del binomio cambiamento-permanenze e cogliere, anche solo a grandi linee per ovvi motivi didattici, la complessità di fattori e aspetti reciprocamente condizionantisi.

È vero che si è ancora immersi in fenomeni in atto dall’esito incerto, tuttavia queste incognite valgono per qualsiasi tematica del presente si intenda storicizzare. Occorre però che il docente di storia assuma questo rischio, pressoché inevitabile, connesso all’insufficiente sedimentazione temporale dei processi ancora in corso, nella convinzione che non si debba precludere agli studenti l’opportunità di utilizzare gli strumenti dell’analisi storica, nell’attesa che le tendenze prevalenti si consolidino a livello storiografico.

L’eredità della rivoluzione industriale: la «prima» globalizzazione (1870-1913)
  1. Il ciclo espansivo dell’economia occidentale

Il primo grande balzo verso la modernità si fa comunemente risalire al ciclo espansivo dell’economia occidentale che ha conosciuto una stagione di intenso sviluppo nel corso della storia contemporanea, così come indicato nei più diffusi manuali scolastici.

All’inizio dell’Ottocento l’Europa si trovava di fronte a profonde trasformazioni economiche lasciate in eredità dalla rivoluzione industriale inglese, che aveva permesso il consistente aumento della produzione di beni in svariati settori, sfruttando una nuova fonte energetica: il carbone. Dapprima appannaggio della storia inglese, le innovazioni tecnologiche si diffusero nelle altre nazioni europee, che crearono nuove imprese in grado di coniugare l’utilizzo intensivo di macchine, concentrate in appositi stabilimenti, e l’impiego di un capitale superiore alla quota destinata alla remunerazione della manodopera. Questi fattori segnarono una profonda cesura con il passato e gettarono le basi di un modello di vita radicalmente diverso rispetto agli altri che l’avevano preceduto per l’esperienza della simultaneità. Lo sviluppo industriale nel mondo occidentale fu caratterizzato, rispetto a quello precedente, da uno strettissimo rapporto tra scienza, tecnologia e industria, si rivoluzionò la tecnologia produttiva, delle comunicazioni e dei trasporti, in concomitanza con i cambiamenti nei settori trainanti dello sviluppo. Si intensificarono i processi di concentrazione e ristrutturazione industriale, mentre crebbero le dimensioni delle imprese e mutarono i rapporti tra l’industria e la finanza. La «prima» globalizzazione coincise con l’avvento della lampadina elettrica e dei collegamenti transatlantici, del cinema e della radio, dell’automobile e dei mercati finanziari internazionali, che cambiarono il tempo e lo spazio della storia.

  1. Individuazione di alcuni meccanismi di integrazione

L’industrializzazione non fu un processo globale omogeneo, ma rappresentò di fatto l’esordio dell’inarrestabile e convulso processo di sviluppo economico dell’Europa. Il suo prodotto interno lordo (Pil), ossia il valore globale dei beni e dei servizi, costituiva il 46% di quello mondiale nel 1870 e il 47% nel 1913[3]. E non fu solo una crescita quantitativa, ma rappresentò un fenomeno i cui effetti coinvolsero svariati settori a più livelli. L’inurbamento di masse di lavoratori anticipò in scala ridotta il processo migratorio d’oltreoceano, che si aggiunse alla circolazione transnazionale di beni e di capitali, oltre a quella delle idee e delle tecnologie. Si delinearono così i principali fattori che possono costituire gli indicatori dell’estensione della globalizzazione dell’ultimo quarto dell’Ottocento e del primo Novecento.

Lo scambio di beni aumentò del 4% dal 1870 al 1931, la differenza dei prezzi tra un luogo e l’altro si ridusse notevolmente, indice di un più intenso e veloce spostamento delle merci, così come si intensificò la circolazione dei capitali. I paesi più ricchi dell’Europa, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, a cui si aggiunsero il Belgio, i Paesi Bassi e la Svizzera, finanziavano l’87% degli investimenti mondiali. A ciò si aggiunse la diminuzione del rapporto diretto tra risparmio e investimento locale, che possiamo considerare la prova di una più ampia circolazione di capitali rispetto al passato, poiché essi provenivano sempre più da aree diverse rispetto a quelle di ubicazione delle attività economiche.

Un ultimo elemento, in grado di fornire un’ulteriore indicazione dell’integrazione dei capitali, è dato dalla diminuzione dello spread tra i titoli di stato dei paesi europei più ricchi, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, e quelli più poveri[4]. L’indice, che passò dal 5% all’1% nel periodo preso in considerazione, rappresentava infatti la fiducia ad investire anche nei paesi dell’Europa economicamente più deboli.

  1. L’interdipendenza regolamentata dal gold standard

Il percorso di internazionalizzazione dell’economia fu caratterizzato da fasi di rallentamento e di ripresa; non a caso gli economisti distinguono due precisi cicli economici: il primo, dal 1873 al 1895, rappresentato dalla cosiddetta grande depressione, in cui si registrarono una forte riduzione della domanda, il calo dei profitti e una contrazione della circolazione monetaria che induceva al ribasso dei prezzi[5]; il secondo, dal 1896 al 1913, fu largamente enfatizzato per la crescita e lo sviluppo, tanto da essere definito della Belle Époque per il diffuso clima di ottimismo e di fiducia. I mercati raggiunsero un’estensione e un’integrazione tale da coinvolgere definitivamente l’Asia e l’Africa nelle dinamiche dello scambio economico. Le disuguaglianze erano sempre molto profonde, tuttavia la standardizzazione della produzione e la crescita dei redditi di ampie fasce di lavoratori dipendenti contribuirono a rendere più accessibili i principali beni di consumo.

Il processo della «prima» globalizzazione fu reso possibile, secondo alcuni studiosi, grazie a un sistema di regolazione delle monete definito gold standard [Eichengreen 2008]. Introdotto in Gran Bretagna agli albori del Settecento, esso fu utilizzato da molti altri Stati nel corso del secolo successivo. Era un sistema monetario in base al quale ogni paese decideva di mantenere fisso il cambio tra la propria moneta e l’oro, seguendo alcune regole: uno Stato non poteva stampare più carta moneta dell’oro che possedeva, né avrebbe potuto deliberatamente importarlo. Se rispettate, entravano in gioco alcuni meccanismi in grado di equilibrare i prezzi e la differenza dei capitali tra i paesi. Infatti, se un paese era in deficit, cioè sosteneva spese maggiori rispetto alle entrate, si riduceva automaticamente la quantità di oro disponibile, poiché il pagamento in oro era richiesto all’estero come pagamento delle merci. Diminuita la quantità di questo metallo prezioso, lo Stato doveva, nel rispetto delle regole del gold standard, ridurre artificialmente anche la carta moneta circolante. Tale contrazione induceva il ribasso dei prezzi che a sua volta stimolava le esportazioni, poiché i paesi esteri erano interessati ad acquistare merci a prezzi ritenuti vantaggiosi. Al contrario, se in un paese entrava più oro, perché la bilancia dei pagamenti era in attivo, questi doveva stampare più cartamoneta e ciò causava un aumento dei prezzi. Seguiva poi la conseguente diminuzione delle esportazioni, poiché i paesi esteri non ritenevano conveniente acquistare prodotti a prezzi elevati.

Le «buone regole» del gold standard, che contribuirono a favorire la crescita del Pil in molti paesi, anche se a livelli diversificati, furono tuttavia eccessivamente enfatizzate nel periodo successivo, contraddistinto dalle ormai note catastrofi politiche ed economiche. È bene precisare, infatti, che esse furono in parte disattese: le speculazioni erano all’ordine del giorno e la quantità fissa di oro in circolazione, che costituiva uno dei fondamentali meccanismi di aggiustamento, fu ben presto falsata dalla scoperta di nuove miniere d’oro.

Tab.1

Le crisi economiche nella nuova guerra dei “Trent’anni” (1914-1945)
  1. Buchi nella rete: la prospettiva globale delle crisi

Il periodo compreso tra il 1914 e il 1945 può esse considerato un’unica grande fase di recessione, in cui si verificarono grandi cambiamenti economici oltre che politici. Tuttavia tre furono i sotto-periodi più critici: dal 1914 al 1921, dal 1929 al 1933 e dal 1939 al 1946. Mentre nel primo e nel terzo rientrano le due guerre mondiali, nel secondo si colloca proprio la Grande crisi finanziaria, che seguì al rallentamento dell’economia già delineatosi nel corso degli anni venti.

Se si analizzano i dati economici dei due conflitti nel breve periodo si possono notare alcuni settori produttivi in crescita, come quello ovviamente legato alla produzione degli armamenti, ma nel lungo periodo le guerre segnarono fasi di arretratezza rispetto alla «prima» globalizzazione, caratterizzata dalla creazione da una fitta rete di commerci e di reticoli globali sia economici sia finanziari. Così come furono gravi, nel lungo periodo, le conseguenze economiche dei trattati di pace che posero fine alla prima guerra mondiale e ridisegnarono la geografia politica europea. Già i più attenti osservatori di allora evidenziarono le contraddizioni e i limiti della «pace cartaginese» imposta ai tedeschi, per impedire che la Germania tornasse a essere una grande potenza economica[6]. E l’impossibilità da parte del paese di pagare l’enorme cifra in denaro richiesta come indennità di guerra avrebbe pesato sulla stabilità economica complessiva dell’Europa, minacciandone lo sviluppo futuro[7].

  1. La focalizzazione dello snodo più significativo

Il secondo sotto-periodo, quello segnato dalla crisi del 1929 e dalla virulenta depressione dei primi anni trenta, vide incepparsi il meccanismo di crescita economica trainato dagli Stati Uniti e l’inizio di una drastica fase discendente [Kindleberger 1986]. La sovrapproduzione innescò un circolo vizioso: il crollo di Wall Street provocò rapidamente una crisi internazionale e la depressione ebbe effetti recessivi devastanti nel corso degli anni trenta, sia nei paesi industrializzati sia in quelli esportatori di materie prime, determinando un calo generalizzato della domanda e dell’offerta. Fra le varie conseguenze, furono particolarmente evidenti il calo della produzione e il notevole aumento del tasso di disoccupazione. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente e con esso i redditi dei lavoratori e delle imprese, i prezzi e i profitti. E le difficoltà economiche ebbero tra le più evidenti conseguenze politiche la nascita o il rafforzamento dei regimi totalitari in Europa.

Non vi è ancora accordo tra gli economisti sulle cause della Grande crisi del 1929: chi pone l’accento sulla politica monetaria statunitense e sulla contrazione della quantità di moneta in circolazione [Friedman], chi sul cattivo uso del regime aureo [Robbins], sulla stagnazione secolare [Hansen], o ancora sullo squilibrio strutturale [Svennilson]. In ogni caso, la depressione ebbe tale intensità e durata per il fatto che il sistema economico internazionale venne reso instabile dall’incapacità della Gran Bretagna, e nello stesso tempo dalla indisponibilità degli Stati Uniti, ad assumere il ruolo di guida mondiale della stabilizzazione. Così ogni paese si volse a proteggere i propri interessi privati nazionali e si delineò un nuovo modo di concepire la politica economica attraverso l’intervento dello Stato in molteplici settori, pur nella diversificazione dei provvedimenti adottati per superare la crisi, mentre la prospettiva di decadenza, o la ricerca di un antidoto all’anarchia del capitalismo, fornì linfa e vigore ai totalitarismi europei [8].

Molti paesi attuarono una politica di regolamentazione dell’economia, altri introdussero capitali pubblici nel proprio sistema economico, nell’intento di riattivare il circolo virtuoso tra aumento dei consumi e ripresa della produzione industriale. Le politiche economiche attuate dalla maggior parte di paesi toccati dalla crisi, tuttavia, non furono efficaci ed essi riuscirono a risollevarsi solo alla fine del secondo conflitto mondiale.

Tab.2

Il “ciclo economico” della ripresa (1946-1973)
  1. Alla ricerca dell’anello di congiunzione

Gli accordi di Bretton Woods (1944) trasformarono il sistema del gold standard, poiché si istituzionalizzò il gold exchange standard, già adottato da diversi paesi nel primo dopoguerra, che consentiva riserve anche in valuta estera, a sua volta convertibile in oro per ridurre le pressioni su quest’ultimo[9]. Si giunse così a considerare come punto di riferimento dei cambi non più l’oro ma il dollaro americano, che divenne l’unica valuta di riferimento. In definitiva, si decise la riorganizzazione monetaria mondiale e si posero le basi per un nuovo assetto economico attraverso l’introduzione di tassi fissi di cambio tra le monete di tutti i paesi e il dollaro. Ciò significava che gli scambi e i pagamenti nel mercato internazionale sarebbero avvenuti prevalentemente in dollari e che le banche centrali delle altre nazioni avrebbero potuto usare i dollari al posto dell’oro per le loro riserve.

La conferenza segnò la fine del predominio monetario e finanziario della Gran Bretagna, mentre gli Stati Uniti furono riconosciuti come la massima economia a livello mondiale sia per il ruolo assunto nel mercato finanziario e commerciale, sia per la quantità di oro posseduto (circa due terzi delle riserve auree mondiali), oltre che per l’ampiezza della struttura industriale.

Al termine della guerra, gli Stati Uniti abbandonarono la politica isolazionista nei confronti del resto del mondo, in particolare in Europa, dove si privilegiò la cooperazione, sconfessando l’atteggiamento di rivalsa nei confronti degli sconfitti, e si abbandonarono le politiche protezionistiche realizzate da vari Stati dopo «il giovedì nero». Una preminenza, quella degli Stati Uniti, che si fondò sull’ampia assistenza concessa in beni e capitali ai paesi dell’Europa occidentale, che poterono così beneficiare di considerevoli aiuti[10].

  1. I pilastri della globalizzazione

A garanzia della cooperazione furono creati il Fondo monetario internazionali (Fmi) e la Banca mondiale. La prima istituzione doveva assicurare la stabilità dei cambi, utilizzando i fondi messi a disposizione dai paesi aderenti, fornire aiuto ai paesi con difficoltà di bilancio e favorire l’allargamento del commercio internazionale. La seconda, la Banca mondiale, nacque con lo scopo di concedere prestiti agli Stati aderenti, nel tentativo di perseguire un duplice obiettivo: nel breve periodo, far fronte alla ricostruzione industriale, successivamente colmare eventuali ritardi nello sviluppo economico.

Per rendere esaustivo il quadro, si potrà fare riferimento all’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio (Gatt), con il quale ventitré Stati pattuirono nel 1947 di diminuire gradualmente i dazi commerciali, così da facilitare la ripresa degli scambi. La crescita mondiale registrò un tasso annuo dell’8% ed ebbe luogo soprattutto in Europa, nell’intervallo preso in considerazione, con risultati ancora più incisivi nei paesi più poveri, che avevano una maggiore disponibilità di manodopera: una crescita sotto l’egida del dollaro definita «l’età dell’oro» [Hobsbawm].

  1. Il processo di integrazione europea

Dal punto di vista sociale, gli anni del benessere economico furono caratterizzati da un regime di welfare state, che consisteva nel sostegno da parte dello Stato ai cittadini, in molteplici settori: dalla sanità all’istruzione, dall’assistenza angli anziani all’erogazione di servizi per il miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti. Una tappa importante nel processo di integrazione europea, che ebbe una gestazione piuttosto lunga e complessa. A scopo esemplificativo si potrà far riferimento a quelle istituzioni che più di altre contribuirono a caratterizzarne il percorso: l’Unione europea dei pagamenti (Epu), la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) e la Comunità economica europea (Cee).

L’Unione europea dei pagamenti (1950-1958), finanziata dapprima con i fondi del Piano Marshall, fu un’organizzazione economica internazionale che aveva lo scopo di fare da tramite tra le bilance dei pagamenti all’interno dell’Europa, in un periodo in cui le riserve delle banche centrali degli Stati europei erano molto basse. Può essere considerata di fatto il primo significativo esperimento di cooperazione monetaria in Europa. Mentre l’istituzione che fece da volano all’integrazione dell’unione europea negli anni Cinquanta fu la Ceca, nata con il proposito di gestire il mercato e la produzione del carbone e dell’acciaio. E può essere considerata l’istituzione che precorse la strada del Trattato di Roma, firmato nel 1957, che sancì la nascita della Cee, il primo pilastro della successiva Unione europea (1992).

Sebbene il mondo fosse diviso in due blocchi contrapposti sotto il profilo ideologico e della politica di potenza, l’attrattiva politica generata dal blocco orientale sulla scena mondiale si rivelò minore di quanto creduto nel dopoguerra e le aspirazioni degli Usa alla leadership mondiale trovarono ampi consensi, soprattutto nell’Europa occidentale e in Giappone. D’altro canto, il Consiglio di mutua assistenza economica (Comecon) istituito a Mosca nel 1949 come risposta al piano Marshall, a cui aderirono l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Romania, la Bulgaria, l’Albania e la Germania orientale, fu caratterizzato da relazioni bilaterali, ossia tra l’Unione Sovietica e i paesi satelliti, piuttosto che tra gli Stati stessi.

  1. Ampliamento prospettico

La mondializzazione dell’economia entrò in una nuova fase caratterizzata, oltre che dalla crescente integrazione europea, anche dall’emersione dei paesi del Terzo mondo, poiché in questo periodo si realizzò un’imponente decolonizzazione realizzata dalle popolazioni non bianche di tutto il mondo, dopo quella che interessò le Americhe tra l’ultimo quarto del Settecento e il primo dell’Ottocento. E il ritiro del dominatori coloniali non rappresentò il ritorno allo statu quo ante, ma portò alla nascita di nuovi Stati nazionali che entrarono a far parte del sistema economico mondiale, nonostante continuasse a essere palese la dipendenza dal «Primo mondo».

La recessione che chiuse questo «glorioso trentennio», dovuta soprattutto agli effetti negativi della guerra del Vietnam, al rincaro dei prezzi dell’energia e al sequestro di ricchezza operato dalle rendite petrolifere, portò gli Stati Uniti alla perdita del loro ruolo-guida, mentre le industrie europee e giapponesi stavano diventando molto competitive e, in alcuni settori, mostravano addirittura un’incontrastata efficienza.

Il peggioramento del deficit della bilancia americana dei pagamenti determinò la creazione di una liquidità oltre i livelli di guardia con il risultato di suscitare aspre reazioni nei paesi occidentali, che mal tolleravano il privilegio di Washington di pagare il suo disavanzo in dollari, reclamando la conversione dei «biglietti verdi» in oro. Così tra il pericolo di veder assottigliare sempre più le riserve auree e quello di svalutare il dollaro, il presidente Nixon preferì seguire nel 1971 la seconda opzione, decretando in tal modo il dissolvimento del sistema di cambi fissi varato a Bretton Woods e l’inizio del sistema di cambi flessibili.

Tab.3

La «seconda» globalizzazione: i limiti dello sviluppo
  1. Gli anni settanta: il decennio di transizione

Esauritasi l’onda lunga della ricostruzione postbellica, gli anni settanta segnarono una fase di rallentamento della crescita economica, accompagnata da crisi energetiche senza precedenti, a partire da quella del 1973. Lo shock petrolifero, iniziato con l’aumento del prezzo del greggio da parte dei principali paesi produttori, ebbe effetti di restrizione dei consumi, che incisero sul tenore di vita e sull’organizzazione della produzione industriale[11].

La crisi ebbe conseguenze significative soprattutto nell’Europa orientale e nell’Urss, rispetto ai paesi occidentali, e fu uno tra i più rilevanti fattori che contribuirono all’abbattimento del muro di Berlino. Anche gli Stati Uniti ne furono colpiti, seppur in misura minore: subirono un aumento dell’inflazione e un forte passivo della bilancia commerciale.

La crisi degli anni settanta tuttavia non fu generalizzata: alcuni paesi dell’America meridionale e soprattutto dell’Asia orientale, le cosiddette «tigri asiatiche», videro crescere il loro Pil a tassi elevati, tanto da entrare in una spirale di incontrastato sviluppo[12].

  1. Alla ricerca di alcune specificità

Gli anni compresi tra il 1980 e il 2008 furono segnati da una nuova fase di globalizzazione, per rappresentare la quale bisognerà far riferimento all’ingresso delle nuove tecnologie informatiche e alla nuova rivoluzione dello spazio e del tempo [Bauman 1999]. Anche in questo caso si potranno utilizzare, a scopo didattico, solo alcuni degli indicatori di un fenomeno che investe ormai tutti i settori della vita umana: la straordinaria diffusione di internet e la nascita dell’Unione europea, siglata a Maastricht nel 1992, intesa principalmente come un unico spazio economico e monetario.

Sul piano internazionale, si potrà far riferimento all’Uruguay round, promosso da Ronald Reagan nel 1986 e conclusosi nel 1994 a Marrakech, che pose gli accordi Gatt, ossia il regime delle tariffe nel commercio internazionale, sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Essa si era dotata di strumenti sanzionatori verso i paesi non in linea con il processo di liberalizzazione delle tariffe, poiché l’obiettivo era quello di giungere al completo abbattimento delle barriere doganali per la creazione di un libero mercato planetario.

Si chiuse così l’ultimo capitolo del vecchio ordinamento basato su sistemi regionali di preferenze tariffarie, passando dal multilateralismo all’unicità del mercato globale. E ciò segnò una maggiore interrelazione tra le diverse economie e una concorrenza sempre più serrata tra i diversi attori coinvolti nella contesa fra i paesi avanzati.

  1. Prospettiva multipolare

Se consideriamo il Pil mondiale, si registrò nell’intervallo compreso tra il 1980 e il 2008 un aumento del 60%. Alcuni vecchi paesi ricchi mantennero livelli elevati di crescita (gli Stati Uniti del 62%, la Gran Bretagna del 74%), ma l’Asia orientale si distinse per l’esorbitante misura della crescita della ricchezza: la Cina del 1.083%, la Corea del Sud del 360% e l’India del 230%. Le reti formate dalle imprese transnazionali, in concomitanza con le nuove tipologie di finanziarizzazione dell’economia, associate a nuovi modelli di produzione e di consumo, trasformarono il mondo in un gigantesco mercato, dove ogni tipo di operatore economico interagiva senza incontrare confini e ostacoli.

Da qui la progressiva finanziarizzazione dell’economia, ossia l’aumento di ricavi attraverso operazioni speculative nel circuito borsistico globale, in un contesto transnazionale sempre più incontrollato e deliberatamente incontrollabile [Gallino 2013].

Tale processo, tradottosi nella creazione e diffusione di strumenti finanziari strutturati, ha progressivamente incoraggiato gestioni poco prudenziali. Ciò a danno della stabilità dell’intero settore finanziario e, per contagio, di tutto il sistema economico globale. E l’eccessiva finanziarizzazione del sistema, determinata dal ruolo preminente assunto da intermediari spregiudicati e strumenti finanziari «tossici», è ritenuta da non pochi esperti il fattore scatenante della crisi economica globale in cui siamo ancora immersi.

Conclusioni

Giunti al termine del percorso, dopo il ricongiungimento alla prima grande crisi della globalizzazione neoliberista, si potranno individuare con più consapevolezza le analogie e le differenze, le cause e le conseguenze, rispetto alle crisi economiche del Novecento. Si potranno valutare i relativi «correttivi», contestualizzandone gli effetti positivi e negativi sia nel breve sia nel lungo periodo.

Gli studiosi hanno individuato nell’attuale crisi molti degli eventi che si potrebbero considerare come cause della crisi del 1929. E l’accostamento sembra opportuno non solo in considerazione del luogo in cui si sono originate e da cui si sono propagate, ovvero gli Stati Uniti, ma anche per le negative conseguenze scaturite, allora come ora, dal fallimento delle autorità di regolamentazione e di vigilanza del mercato finanziario. In definitiva, per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco, a distanza, come se lo vedessimo attraverso un cannocchiale rovesciato [Ginzburg].

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Graf.1

Graf.2


Note:

[1] Si è trattato del maggior fallimento nella storia economica degli ultimi ottant’anni: l’ammontare del debito accumulato risultava essere di circa 613 miliari di dollari. La globalizzazione della finanza ha poi determinato un’onda lunga della crisi, coinvolgendo in particolar modo l’Eurozona. Può essere significativo a livello didattico mettere a confronto i dati pubblicati dal Fmi (Fondo monetario internazionale) relativi alla crescita economica e alla disoccupazione negli Stati Uniti e in Europa tra il 2007 e il 2016.

[2] Si tratta della periodizzazione indicata nei programmi curricolari del monoennio conclusivo dei corsi di studi superiori.

[3] Cfr. Piketty T. 2014, Il capitale nel XXI secolo, Milano: Bompiani, p. 101.

Il Prodotto interno lordo (Pil), valutato secondo i prezzi di mercato, è calcolato sul valore totale dei beni e dei servizi prodotti all’interno di un paese in un determinato periodo di tempo. Il Pil misura i consumi del settore privato, a cui sono aggiunti gli investimenti, la spesa pubblica, le variazioni di capitale azionario e la differenza tra le esportazioni e le importazioni.

[4] Tanto più alto era l’interesse che un paese doveva pagare ai suoi creditori, cittadini o investitori stranieri che avevano acquistato i titoli di Stato, tanto più l’economia versava in cattive acque, con ripercussioni negative sulla crescita economica. Al contrario, se gli interessi che lo Stato doveva pagare si riducevano, così come avvenne tra il 1870 e il 1913, l’integrazione dei capitali aumentava, indice di una maggiore fiducia da parte degli investitori.

[5] La prima crisi finanziaria globale, iniziata alla borsa di Vienna nel 1873, si propagò velocemente prima nei paesi industrializzati europei minori (Olanda, Italia, Belgio), poi negli Stati Uniti e quindi in Francia e nel Regno Unito, che erano i paesi leader dell’economia mondiale. Furono colpite soprattutto le banche esposte nei settori delle ferrovie, dei prodotti primari e dell’edilizia.

[6] Keynes J.M. 2007 (ed. or. 1919), Le conseguenze economiche della pace, Milano: Adelphi.

[7] Senza curarsi delle riserve di oro, la Germania stampò cartamoneta, il Papiermark (marco di carta), per estinguere il debito, causando però la sua rapidissima svalutazione. Il valore del marco scese drasticamente nel giro di pochi anni. A riguardo alcuni dati possono essere esemplificativi: nel 1914 un dollaro valeva 4.2 marchi tedeschi; alla fine del conflitto (fuori dal gold standard), un dollaro valeva 14 marchi e, nel 1921, 65 marchi. Nel luglio 1922 un dollaro valeva 493 marchi, per poi raggiungere la cifra di 17.792 nel gennaio 1923. Nel luglio 1923, 350.000 marchi e a fine anno il marco valeva meno della carta su cui era stampato. E la crisi in cui versava la Germania ebbe gravi ripercussioni anche nei paesi vicini, soprattutto in termini di inflazione. Persero potere d’acquisto la moneta polacca, bulgara, greca e austriaca.

[8] Si potrà far riferimento, in primo luogo, al New Deal, il piano di riforme economiche e sociali introdotto dal presidente statunitense Franklin Roosevelt. Si applicò di fatto il modello keynesiano che mirava, accrescendo la domanda globale e impiegando le risorse inutilizzate, a tonificare l’attività economica e a ricostruire così le condizioni per incrementare l’occupazione e il reddito nazione. In particolare potranno essere presi in considerazione il National Recovery Act, piano attuato per risollevare le sorti dell’industria e l’Agricultural Adjustment Act, che doveva riportare in salita i prezzi dei prodotti agricoli, restringendo la superficie messa a coltura.

Tra i casi europei, possono essere analizzati a scopo esemplificativo, da una parte, la Gran Bretagna, che, dopo l’uscita nel 1931 dal gold exchange standard e la conseguente svalutazione della sterlina rispetto al dollaro, vide l’aumento delle esportazioni, ma non l’uscita dalla crisi. Dall’altra, si può analizzare il caso della Germania, che, fallita l’esperienza della Repubblica di Weimar, diede un forte impulso all’industria bellica e alla realizzazione di una vasta rete di lavori pubblici: un’espansione resa possibile grazie allo sfruttamento di una parte della società tedesca, dissidenti politici ed ebrei in primo luogo. Dall’altra ancora, il caso dell’Italia fascista, che, grazie alla fondazione dell’Iri, controllava i più importanti istituti di credito e significativi settori industriali.

[9] Alla conferenza di Bretton Woods, nel New Hampshire, parteciparono i rappresentanti di 44 paesi impegnati nella guerra contro l’Asse. Il sistema sanciva l’egemonia degli Usa in campo economico, attraverso l’integrazione mondiale del mercato. Gli Stati firmatari si impegnavano a vincolare le loro valute all’oro e al dollaro, convertibile, quest’ultimo, in oro al prezzo di 35 dollari per oncia. La moneta americana divenne così il mezzo di pagamento e la valuta di riserva delle Banche centrali.

[10] A tale riguardo si potrà far riferimento al Piano Marshall, che permise di rimettere in sesto la maggior parte delle economie europee e, nello stesso tempo, di mantenere l’Europa quale principale partener degli Stati Uniti, nell’ottica di espansione del capitalismo e della sua legittimazione sociale.

[11] In pochi mesi il prezzo del petrolio negli Stati Uniti passò da 25 centesimi a più di un dollaro al gallone.

[12] Nel decennio 1970-1980, il Pil di Hong Kong aumentò dell’84.4%, a Singapore del 104%, a Taiwan del 107.3% e nella Corea del Sud del 90%. Anche l’India e la Cina mantennero indici elevati di crescita: il primo paese registrò un aumento del Pil del 39.5%, il secondo del 76.3%, mentre il Sud America si attestò su un livello di crescita simile a quello dell’India.

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