Rivista dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Parole in trincea. La memoria della Grande Guerra nelle testimonianze scritte dei soldati

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Parole in trincea. La memoria della Grande Guerra nelle testimonianze scritte dei soldati

14 lug 2016

I nomi sono di solito ignoti a tutti, se non a familiari e a vicini, nonché, nelle moderne organizzazioni statali, agli uffici che registrano nascite, matrimoni e decessi. Qualche volta quei nomi sono conosciuti dalla polizia, o da giornalisti in cerca di “storie vere”. In altri casi, invece, sono ignoti e inconoscibili […]. La loro vita è interessante quanto la vostra e la mia, anche se nessuno l’ha messa per iscritto. Ma il punto che più mi sta a cuore è che collettivamente, se non come singoli, quegli uomini e quelle donne sono stati protagonisti della nostra storia. Quello che hanno pensato e fatto è tutt’altro che trascurabile: era in grado di influire, e ha influito, sulla cultura e sugli avvenimenti, e questo non è mai stato così vero come nel XX secolo.

 Eric J. Hobsbawm, Gente non comune, 1998

Caro Padre, dechisono partito di Brescia i giorni non sono tanti ma a io mi pare dei anni che sono partito. Io cua in cuesti monti sono abbituato che si marcia come le capre. (…) Io cuesto momento sono in trincea ma none periccolo perche chueste sono trincei che no si avansano ne noaltri ne ialtri tedeschi qua sono sempre in meso al suono del canone e anche fucili adesso sono abbituato a sentire cuesto rimbombo mi pare cuando si va alla caccia il mese di Agosto

Lettera di Michele Scalvini, 13 agosto 1915

Estate 1914

Nell’estate del 1914 l’Europa prima e il mondo intero poi sono precipitati nella prima guerra tecnologica di massa su scala mondiale: la Grande Guerra. Per la prima volta, nonostante il teatro di guerra si sia concentrato soprattutto in Europa, sono stati coinvolti simultaneamente nazioni e territori coloniali di tutti i continenti, dall’Australia al Medio Oriente, dal Giappone alla Thailandia. Per la prima volta la guerra ha coinvolto una quantità di uomini fino ad allora inimmaginabile: le fonti riportano circa 74 milioni di soldati mobilitati su tutti i fronti, oltre 10 milioni di morti e almeno 21 di feriti. Per la prima volta la popolazione civile è stata massicciamente coinvolta dalle operazioni di guerra: violenze e soprusi nei territori occupati; miserie e patimenti per i profughi; sradicamento, morte fino allo sterminio per i deportati, basti pensare al caso degli armeni. Furono circa 8 milioni i prigionieri di guerra dei due schieramenti che sperimentarono la detenzione di massa e inaugurarono una rete di campi che poco più di vent’anni dopo avrebbe stretto l’Europa in una morsa concentrazionaria. Località fino ad allora sconosciute come Mauthausen inizieranno ad assicurarsi un posto nella memoria collettiva. Scienza e tecnica al servizio della moderna industria daranno un impulso straordinario alla produzione in serie di strumenti di morte e distruzione. È l’inizio della guerra totale, di quella che è stata definita la nuova «guerra dei trent’anni» o «guerra civile europea»[1].

La guerra e il vento della modernità

I «cannoni dell’agosto» del 1914[2], che tuoneranno fino al 1918, annunciano il parto, sanguinoso e drammatico, del Novecento e con esso della moderna società di massa. I mezzi di comunicazione, dalla stampa alla fotografia al cinematografo, dalle cartoline illustrate ai manifesti murali orchestreranno una campagna di propaganda finalizzata a mobilitare tutte le risorse, sia al fronte sia nella società civile, a fini bellici. Il mondo che uscirà da quella terribile carneficina non sarebbe stato più lo stesso, la voragine distruttiva della guerra lo segnerà in maniera indelebile modificando il modo di vivere, di essere e di pensare di milioni di uomini. I soldati sperimenteranno al fronte un concentrato di modernità nella sua versione più feroce e sanguinaria. La guerra in trincea si rivelerà immediatamente un’esperienza profondamente destabilizzante: i bombardamenti continui, il costante contatto con la morte, le lunghe, estenuanti attese prima degli assalti.

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Un’officina di scrittura

Il battesimo del fuoco significherà per molti soldati anche il battesimo della penna, perché la Prima guerra mondiale ha rappresentato un eccezionale laboratorio di pratica di scrittura per milioni di soldati scarsamente alfabetizzati. Fin dai primi decenni del XIX secolo, secondo le diverse situazioni regionali, e con crescente intensità soprattutto nel periodo tra la fine dell’Ottocento e il 1914, i fenomeni migratori avevano favorito l’ingresso nell’universo della scrittura di milioni di uomini e donne comuni, costretti dalla lontananza alla pratica della comunicazione scritta. La Prima guerra mondiale ha impresso un’accelerazione immensa alla diffusione della pratica della scrittura, non solo perché ha obbligato grandi masse, generalmente contadini, a prendere in mano una matita e quindi a confrontarsi con l’uso scritto attivo della lingua[3], ma soprattutto perché lo fecero in modo simultaneo, concentrato nel tempo e in condizioni limite[4]. La capillare e progressiva diffusione di questo strumento di comunicazione, che in più di un secolo ha coinvolto gli emigranti e i loro familiari, durante la prima guerra mondiale si trasforma in una sorta di fulminante epidemia che, in meno di quattro anni, ha contagiato alcuni milioni di italiani.

Scrivere per non morire

La frequenza con la quale i soldati al fronte scrivevano a casa è la dimostrazione di quanto fosse urgente la necessità di scrivere e ricevere posta. Francesco Ferrari, soldato bresciano, così scrive in una cartolina in franchigia, destinata alla sorella[5]:

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La principale differenza tra il bisogno di scrivere degli emigranti e quello dei soldati è determinata dalle caratteristiche dell’esperienza di guerra, che è tanto traumatica da riuscire a trasformare la scrittura in uno strumento di sopravvivenza[6]. Il mestiere di prender la matita rappresenta la possibilità di testimoniare la propria esistenza in vita, di rassicurare i propri cari, ma svolge anche la funzione terapeutica di allontanare momentaneamente e virtualmente i soldati dagli orrori della guerra, offrendo loro un rifugio negli affetti di casa, nei ritmi della vita della comunità. Ciò di cui milioni di uomini fecero simultaneamente esperienza nelle trincee che hanno insanguinato l’Europa tra il 1914 e il 1918 non era solo la guerra ma il mondo moderno: un mondo in cui c’erano l’industria e la scrittura, il grammofono e il cinema, e in cui la vita e la morte, il lavoro e il tempo libero assumevano nuovi contorni[7]; è l’alba della modernizzazione che ha impresso nella mente e nel corpo di milioni di fantaccini tutte le novità che il mondo industrializzato aveva prodotto, inclusa la potenza sovrumana della tecnologia finalizzata alla distruzione e alla produzione di morte.

Scrivere per resistere

Durante il periodo bellico si conta che transitarono da e per il fronte, con il ritmo di circa due milioni e settecentomila invii al giorno, quasi quattro miliardi di corrispondenze ordinarie (esclusi pacchi, raccomandate, ecc.)[8]. Le lamentele per la carenza di carta o cartoline sono un elemento ricorrente nelle missive e, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, le richieste alla famiglia riguardano molto più spesso i prodotti di cancelleria che non indumenti o generi alimentari, dei quali in trincea sicuramente non c’è molta abbondanza: Francesco Ferrari per segnalare il bisogno di mezzi per e su cui scrivere usa, significativamente, la parola «carestia», che evoca sofferenze e calamità con cui la civiltà rurale ha dovuto periodicamente convivere per secoli, ingaggiando lotte per la sussistenza iscritte in maniera indelebile nella memoria contadina. Moltissime lettere si soffermano su questi temi, mettendo in luce la rilevanza assunta dal rito della scrittura e, ovviamente, della lettura della corrispondenza in arrivo da casa. La tenacia con cui i soldati cercano di rimanere ancorati al loro mondo si riverbera nei riferimenti, precisi e circostanziati, agli affari e al lavoro della famiglia. Al fronte ricevono notizie sul raccolto del frumento, dei bachi da seta, sull’andamento dei prezzi del fieno e dell’uva, sulle trattative per l’acquisto di alcune vacche o sul contratto per il nuovo bracciante. Nelle lettere vengono ripresi uno ad uno tutti questi problemi, forniscono consigli ai familiari, esprimono soddisfazione o disapprovazione per le loro scelte, soffermandosi anche sui minimi dettagli.

Guerra di trincea

L’aspetto della guerra che più frequentemente si ritrova nella corrispondenza, raccontato direttamente senza mediazioni, riguarda la quotidianità della vita del soldato. Privazioni e angustie patite al fronte vengono descritte soffermandosi soprattutto sui dettagli materiali: il tormento della pioggia, del fango e del freddo, la sporcizia, la convivenza con pidocchi e topi. E’ la guerra di trincea fatta di progressivo abbrutimento, generato dall’essere costretti a vivere rintanati in stretti e tortuosi cunicoli scavati nella terra, nella roccia o nella neve. La contaminazione più raccapricciante, che non di rado ha determinato profonde turbe di tipo psicologico fra i sopravvissuti[9], è quella tra vita e morte. Spesso, infatti, i soldati, dato che talvolta la distanza dalle trincee nemiche arriva a essere di pochi metri, sono costretti a convivere con i cadaveri, magari dei loro stessi compagni, addirittura per mesi: «Dal fondo da un Trincerone vi scrivo la mia misera vita. Io mi trovo in trincea, alla distansa del nemico a 30 metri. Stiamo qui come i carcerati, dal giorno non si può alsare un dito, la notte stiamo attenti, ai nosti buchi, per non essere presi allassalto. Tutto il giorno e la notte si sente il nemico, che ne dice, venite venite talliani in sieme con noi, quando noi parlamo lori ne schersano, e ne diccono, venite se siete capaci nelle nostre trincee. Guardando fuori dai buchi della nostre trincee, si vede i reticolati pieni di morti, da 5 o 6 mesi fa, e non si può andare a prenderli, si sente una teribile pussa, che non si può risistere, questi li abbiamo davanti a noi»[10].

Il rombo del cannone

Nella guerra di trincea e logoramento le artiglierie svolgono una funzione fondamentale dal punto di vista strategico, ma producono un effetto dirompente nell’esperienza percettiva dei soldati. Il martellamento dei bombardamenti che precede ogni assalto può durare giorni interi, rovesciando sulle trincee tonnellate di esplosivo che polverizzano uomini e cose fino a modificare permanentemente la morfologia del territorio. I fanti non possono far altro che rimanere rannicchiati e immobili, immersi in un rumore assordante, sperando che il prossimo colpo non arrivi troppo vicino. Il fragore delle esplosioni diventa così un elemento costante della vita in trincea fino ad invadere la mente dei soldati compromettendone, in moltissimi casi, l’equilibrio: «Le trincee i camminamenti tutti andavano per aria il fuoco era terribile la fucileria le bombe che scoppiavano, non ce ne capivi più niente avevi la testa più al posto, eri come un matto (…) Scusami se non o potuto spiegarti meglio perché la mia testa non e ancora a posto e il braccio mi trema nel pensare l’avvenimento di ieri»[11].

Un vocabolario contadino per raccontare la guerra

Causa principale delle cosiddette nevrosi di guerra il rumore assordante delle esplosioni appare come qualcosa d’indescrivibile. L’unico paragone – mediato dalla propria esperienza – che risulti convincente è quello con i più terribili eventi naturali conosciuti, dal terremoto alla tempesta. Spesso i soldati lo utilizzano nel tentativo di rendere comprensibile a chi è rimasto a casa lo sconvolgimento provocato dai bombardamenti. Disastri e calamità naturali appartengono all’universo culturale contadino, da sempre hanno regolato e scandito i ritmi e i tempi della vita rurale: i fanti piegano il proprio vocabolario alle esigenze della guerra di trincea, usando parole note per descrivere eventi inediti, ma riconducibili in qualche modo alla propria esistenza. La maggioranza dei soldati, fanti e contadini, era totalmente estranea alle ragioni e agli ideali di una guerra che accettava con rassegnazione, come se si trattasse di un evento voluto da un destino imperscrutabile, organizzato e diretto da una macchina che li sovrastava con il dispiegamento di tutta la sua potenza eccezionale. Obbedivano a ordini che non potevano rifiutare: «Ma ché volete fare, siamo comandati e bisogna andare»; «Qui bisogna prenderla come viene»; «E ché civuoi fare questo è un mestiere cosi e non cè niente da dire»[12]. Il vocabolario tradizionale assume nuovi significati e, al tempo stesso, è costretto a incorporare nuove parole.

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Guerra di parole

Un fenomeno particolarmente rilevante – e che costituisce un salto di qualità nella costruzione di una lingua intesa come espressione del riconoscimento di un’identità nazionale – è quello relativo alle parole della Patria. I motti della retorica patriottica sono, infatti, gli unici in grado di spiegare e giustificare la morte industriale di questa guerra, la produzione in serie di morte e distruzione nelle quali si trova coinvolto il soldato. Citiamo, fra i molti che se ne potrebbero fare, un esempio particolarmente significativo, in cui la prosa stentata mette ancor più in risalto l’uso, carico di disperazione, che viene fatto di queste parole apprese frettolosamente e integrate a fatica nel proprio vocabolario: «Mia cara da quatro mesi che faccio questa vita da eremita non si vede mai un borghese e neppure si sente un rintocco di campana si sente altro che il continuo rombo del cannone che non ci lascia un minuto di tregua ti faccio noto che il giorno 10 di (…) fare celebrare una messa ai morti di Chedi in sieme coi miei bambini va a ascoltarla e pregate che mi preservi dei pericoli per me questo giorno come pure per i miei compagni deve essere un giorno di inferno pero coragio se andiamo contro il barbaro nemico e speriamo di poter portare una gloriosa vittoria e così poter liberare i nostri cari fratelli delle terre in redente dal barbaro nemico. Ti raccomando, se soconbessi i miei cari bambini e dille che il suo babbo che tanto li amava e morto per la grandessa della patria e da eroe moriva sul campo della gloria e te Achille mio caro fratello unito alla mia sposa insegna a miei banbini a creserli buoni e insegnale a lavorare e amare la sua patria come io lamavo e baciali per me che io forse non li vedro piu»[13].

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Retorica patriottica e ricerca di senso

Dal «barbaro nemico» ai «campi della gloria», dalle «terre irredente», alla «gloriosa vittoria», ricorrono, in rapida successione, le parole della retorica patriottica, provocando un effetto straziante rispetto alle drammatiche condizioni di vita descritte nella prima parte del testo, ma sembrano l’unica sensata giustificazione di fronte alla probabilità della propria morte, al dolore che provoca il pensare di non poter rivedere la propria famiglia. Il ricorso ad un frasario in così stridente contrasto con i propri codici espressivi si spiega soltanto con l’urgente necessitò di ricondurre gli aspetti più destabilizzanti della propria esperienza all’interno di un quadro che riesca a dargli giustificazione e senso. Spesso sono i valori religiosi a costituire la risorsa primaria alla quale attingere per fronteggiare la situazione. In virtù della logica di accettazione e superamento della morte che li contraddistingue, essi svolgono una funzione essenziale per cercare di esorcizzare la paura e il senso di smarrimento[14]. Ma gli slogan della retorica nazional-patriottica, ancorché innaturali e introdotti grazie ad una battente campagna propagandistica – specialmente dopo Caporetto – rappresentano un loro insostituibile complemento, rivelando un enorme potere significante. L’adozione di codici linguistici estranei al proprio panorama mentale e culturale segna uno stacco verticale nelle forme di comunicazione, appare come una violenza, uno «stupro» del vocabolario contadino, indispensabile però a render conto di una morte che appartiene a un mondo altro rispetto al proprio. Quello stesso Stato che ha mandato milioni di contadini a morire in trincea nel nome di un ideale che non ha nulla in comune con le loro aspirazioni, gli fornisce poi le parole per giustificare e rappresentare un dramma altrimenti inspiegabile[15].

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Scrittura come strumento di controllo sociale

Traspaiono le tracce di un’educazione nazionale in fieri: la Grande Guerra, intesa come nodo cruciale della modernizzazione, distrugge il tessuto sociale e culturale del mondo contadino, sferza un brutale quanto sanguinoso colpo all’universo comunicativo del mondo rurale, fatto di oralità e dialetti, si configura come una sorta di acculturazione violenta ai valori di identità nazionale che iniziano a mettere radici, costituendo uno degli elementi che hanno concorso all’affermazione dell’egemonia dello Stato sulle classi subalterne. La scrittura si rivela, in questa fase di iniziale diffusione di massa, un formidabile strumento di controllo sociale al servizio della classe dirigente, un canale attraverso il quale consolidare il proprio dominio, un moltiplicatore del consenso passivo che non riesce, comunque, a determinare un’adesione attiva agli ideali della guerra.

Guerra di carta

I soldati nei loro scritti dal fronte ci hanno lasciato una testimonianza diretta di questo terribile evento, una traccia del suo passaggio nella soggettività, priva di rielaborazioni della memoria. Un’impronta «a caldo» lasciata su lettere e cartoline in franchigia, spesso sofferte, sgrammaticate, dalla grafia incerta, che ci conduce attraverso uno straordinario viaggio indietro nel tempo: sulle trincee del Carso, attraverso i reticolati della terra di nessuno o nelle retrovie, fra i camminamenti scavati in prossimità degli argini dell’Isonzo o nelle terre irredente, oltre i confini con l’Austria. Emerge così la guerra come esperienza privata, tante storie singole di individui uniti dalla stessa sorte e dall’appartenenza allo stesso mondo. I fanti, nella loro maggior parte, provengono da un microcosmo fatto di riti, usanze e tradizioni dalle radici secolari, i cui tempi di vita sono scanditi dal rapporto con la natura e le stagioni, i cui orizzonti sono contraddistinti dalla cultura dialettale, prevalentemente orale, e dalla dottrina cattolica, con il suo prontuario che va dall’etica del sacrificio e della rassegnazione al senso del dovere del buon cristiano. Nei loro scritti ritroviamo moltissimi elementi di questo mondo, ma è proprio nel momento in cui si scontra con la grande Storia, quando subisce i colpi letali infertigli dalla moderna società di massa.

Fonti private e grande storia

In circa trent’anni si è ormai consolidata una letteratura scientifica – nonostante il permanere di una certa diffidenza in ambito accademico – che ha posto in evidenza la rilevanza storiografica di queste fonti[16] la cui peculiarità deriva dalla loro natura privata e dalle conseguenti difficoltà di reperimento e consultazione[17]. Oggi si celebra il centenario di questa guerra, con una proliferazione di eventi, pubblicazioni, edizioni e riedizioni, operazioni multimediali dal Web alle edicole che coinvolgono istituzioni, ministeri e testate giornalistiche. Probabilmente una tale varietà d’iniziative non si è vista nemmeno per il 150° dell’unità d’Italia, a dimostrazione di quanto la Prima guerra mondiale formi parte integrante delle radici identitarie profonde, non solo europee ma in particolare italiane. Il centenario è da poco iniziato, ci auguriamo che sia non solo occasione per avviare raccolte e collezioni di documenti e ricordi ma per incentivare l’analisi delle trasformazioni innescate nel corpo sociale della nazione che da quell’evento venne forgiato, per avviare una riflessione profonda sul nostro essere italiani a partire da quelle radici, da quelle trincee, dall’esperienza vissuta da quei milioni di contadini.

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Note:

[1]                     E. Traverso, A ferro e fuoco. La guerra civile europea (1914-1918), Il Mulino, Bologna 2008.

[2]                     Opera classica sulla prima guerra mondiale di B.W. Tuchman, I cannoni d’agosto, Bompiani, Milano 1998 (ed. or. 1962).

[3]                     G. Sanga, Lettere di soldati e formazione dell’italiano popolare unitario, in S. Fontana e M. Pieretti (a cura di), La Grande Guerra. Operai e contadini lombardi nel primo conflitto mondiale, Silvana Editoriale, Milano 1980, p. 47.

[4]                     Su Grande Guerra, modernizzazione e scrittura cfr. A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991 e 1998. Sulla relazione tra Grande Guerra, scrittura e memoria cfr. F. Caffarena, Lettere della Grande Guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Unicopli, Milano 2005.

[5]                     La lettera di Francesco Ferrari, come quella di Michele Scalvini citata all’inizio e quelle che seguono, proviene dal fondo Carteggi della prima guerra mondiale, custodito presso l’Archivio di Stato di Brescia (d’ora in poi ASBs). Si tratta di un fondo di oltre 5000 autografi di circa 2000 soldati bresciani ed alcune centinaia di cremonesi. Per una ricostruzione complessiva della genesi del fondo e dei problemi a essa inerenti cfr. F. Croci, L’epistolografia popolare come fonte per la storia della prima guerra mondiale, in «Studi bresciani», n.6 1992, pp.51-64. Per un quadro d’insieme sulle fonti di epistolografia popolare della Grande Guerra, che fra l’altro inserisce anche questo fondo in un panorama più ampio e attualizzato, si veda F. Caffarena, Lettere della Grande Guerra, op. cit. Sulle testimonianze scritte dei soldati nella prima guerra mondiale sono stati recentemente pubblicati molti lavori, tra i più significativi per solidità d’impianto scientifico si veda A. Gibelli, La guerra grande. Storie di gente comune, Laterza, Roma-Bari 2015; Q. Antonelli, Storia intima della Grande Guerra. Lettere, diari e memorie dei soldati dal fronte, Donzelli, Roma 2014. Tutti i documenti citati nel presente testo sono stati trascritti mantenendo la grafia originale.

[6]                     Per un esempio di scrittura come strumento di sopravvivenza cfr. F. Croci, Scrivere per non morire. Lettere dalla Grande Guerra del soldato bresciano Francesco Ferrari, Marietti (ora Paravia-Scriptorium), Genova 1992. Sulle analogie e differenze fra la scrittura dei soldati e quella degli emigranti cfr. A. Gibelli, Emigrantes y soldados. La escritura como pràctica de masas en los siglos XIX y XX, in A. Castillo Gòmez (a cura di), La conquista del alfabeto. Escritura y clases populares, Ediciones Trea, Gijòn 2002.

[7]                     A. Gibelli, L’officina della guerra, op. cit.

[8]                     F. Caffarena, Lettere della Grande Guerra, op. cit.

[9]                     E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna, 1985; A. Gibelli, L’officina della guerra, op. cit.

[10]                   ASBs, Zanni G., 8 aprile 1916.

[11]                   ASBs, Andreis U., 15 maggio 1916.

[12]                   ASBs, Ferrari F., 8 aprile 1916.

[13]                   ASBs, Cancelli G., 7 giugno 1917.

[14]                   Cfr. F. Croci, Lettere di soldati a un parroco bresciano nella Grande Guerra, in C. Zadra – G. Fait (a cura di), Deferenza. Rivendicazione. Supplica. Lettere ai potenti, Pagus Edizioni, Treviso 1991; C. Stiaccini, Trincee di carta. Lettere di soldati della Prima Guerra Mondiale al parroco di Fara Novarese, Interlinea Edizioni, Novara 2005.

[15]                   A. Gibelli, L’officina della guerra, op. cit., pp. 99-102.

[16]                   Per una bibliografia di riferimento si veda il già citato lavoro di F. Caffarena, Lettere della Grande Guerra. Per un’analisi storiografica sulle testimonianze scritte dei soldati A. Gibelli, La guerra grande, in corso di pubblicazione presso Laterza.

[17]                   Oggi in Italia esistono tre centri che si occupano di questo genere di fonti: l’Archivio della Scrittura Popolare di Trento; l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano; l’Archivio Ligure della Scrittura Popolare dell’Università di Genova. Quest’ultimo, fondato da Antonio Gibelli nel 1986 e diretto da Fabio Caffarena, è un centro di ricerca dell’università, per informazioni dettagliate si veda F. Caffarena e G. Mamone, Storie di gente comune. L’Archivio Ligure della Scrittura Popolare, in «Storia e Futuro», n. 24, ottobre 2010, http://storiaefuturo.eu/storie-comune-larchivio-ligure-scrittura-popolare-genova/

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