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Che cos’è oggi la contemporaneità

Che cos’è oggi la contemporaneità

Il quarto stato, un celebre dipinto realizzato dal pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1901.,
Di Giuseppe Pellizza da VolpedoAssociazione Pellizza da Volpedo, Pubblico dominio, Collegamento

Abstract

L’autore attraverso la sua trentennale esperienza di responsabile dei programmi di storia per l’editore Il Mulino, ricostruisce il percorso della storiografia italiana sulla storia dell’Italia repubblicana.  All’aprirsi degli anni Novanta c’era la percezione che una stagione nella vita della Repubblica fosse finita e dunque pronta per essere consegnata alla storia. Si apriva così un periodo di sintesi e di interpretazioni che l’autore racconta attraverso le numerose ricerche pubblicate. Il cambiamento dello scenario geopolitico internazionale degli anni Novanta ha aperto la ricerca a tematiche fino ad allora rimaste in sottofondo: la guerra ai civili, la repubblica sociale, la violenza postbellica, le stragi nazifasciste, le memorie divise, l’epurazione, il tema delle vittime, la crisi dei partiti. Negli ultimi anni gli anniversari e le commemorazioni oltre ad assolvere a una funzione identitaria, sembrano dettare l’agenda degli storici, delle istituzioni e dei media.

Introduzione

Dovrei essere imbarazzato a prendere la parola qui per un compito che è con ogni evidenza troppo superiore alle mie forze. Eviterò pertanto di fare la parte dello studioso che non sono, facendo una rassegna della storiografia sull’Italia repubblicana: ci sono ottimi storici professionisti per questo. Parlerò – diciamo così – a libri chiusi sulla base più dei miei ricordi che delle mie letture.

Mi occupo dei programmi di storia del Mulino dal 1991, quindi da circa trent’anni. All’università mi sono laureato in Letteratura italiana e non ho alcuna preparazione specifica sulla storia, a meno che non sia da considerare tale il semestre che trascorsi all’Istituto regionale della Resistenza di Bologna. Quando arrivai alla redazione di storia, la storia contemporanea viveva una fase di particolare fermento. Eravamo dopo il 1989, era finita l’epoca del bipolarismo e in Italia si apprestava a collassare il sistema dei partiti. Iniziava la corsa a raccontare e spiegare un periodo storico che si considerava finito.

La contemporaneità e il problema delle fonti

Era il riscatto dei contemporaneisti. Paolo Pombeni mi ha raccontato più volte che un tempo era considerata vera storia solo quella dei medievisti e dei modernisti, con le loro pergamene indecifrabili, e che la storia contemporanea era ritenuta quella di cui si occupano i cattivi storici. Lui stesso veniva preso in giro perché si occupava di Giuseppe Dossetti, un argomento vivo e vegeto. Al di là delle battute v’era tuttavia un problema di fonti, che consigliava di non avvicinarsi troppo agli anni recenti. Per gli storici da archivio (che non sono tutti gli storici) l’indisponibilità delle fonti era sul serio un fatto ostativo. Ricordo Renzo De Felice dire che era ancora presto per studiare gli anni oltre la fine della guerra. In ciò vi era anche una ragione d’ordine differente. Avendo avuto l’occasione di pubblicare diverse testimonianze e, in generale, libri che riguardavano l’esperienza diretta di molte persone comuni (per fare un esempio recente, il saggio sull’eccidio della Divisione Acqui a Cefalonia nel settembre 1943, vexatissima quaestio, che ha rischiato persino una coda in tribunale)[1] mi sono reso conto della saggezza del celebre principio che la storia comincia là dove finisce la memoria. Anche la storia è un piatto da servire freddo. È abbastanza vero, anche se non sempre. Ad esempio quello che è stato per decenni e meritamente il libro canonico sulla Resistenza, prima di venire bistrattato con l’epiteto spregiativo di vulgata, cioè la grande Storia di Roberto Battaglia, fu commissionato all’autore da Italo Calvino nel 1950, cioè cinque anni dopo i fatti, e pubblicato nel 1953.[2]

Storia della “prima” repubblica o dell’Italia repubblicana?

Insomma, all’aprirsi degli anni Novanta c’era la percezione che una stagione nella vita della Repubblica era finita e dunque pronta per essere consegnata alla storia. Si cominciò avventatamente a definirla prima Repubblica; avventatamente perché, anche se Colarizi e Gervasoni ne hanno scritto la storia, una seconda Repubblica non è mai nata, non c’è mai stata una transizione costituzionale che sancisse il passaggio.[3] Di conseguenza non c’è nemmeno la terza di cui ora ogni tanto si scrive. Il primo, credo, che si avventurò a fare una Storia della prima repubblica fu per il Mulino nel 1993 Aurelio Lepre. Un libro molto fortunato, tuttora vivo. Con la sua voce chioccia e tartagliante De Felice mi disse che lo aveva adottato perché era quello che diceva meno fesserie. Bene, nel corso delle riedizioni che a mano a mano spostavano in avanti il termine della narrazione, dal 1992 al 1994, al 1998, al 2003, Lepre regolarmente aspettava che accadesse qualcosa che potesse legittimamente mettere la parola fine al libro; ma quel qualcosa non arrivava mai, sicché presto divenne evidente che il titolo era sbagliato. Nell’ultima riedizione, quella che arriva al 2003, proposi di cambiar titolo deviando su qualcosa come «Storia dell’Italia repubblicana» oppure «Storia dell’Italia contemporanea». L’autore riconosceva il problema ma volle mantenere il titolo originario per il timore non infondato che il cambiamento fosse preso per una truffetta editoriale, il tentativo di gabellare per nuovo un libro vecchio.

Quella iniziata allora fu una stagione di sintesi e di interpretazioni della storia repubblicana. Già nel 1989 era uscito Paul Ginsborg, poi nel 1991 Pietro Scoppola, nel 1992 Silvio Lanaro, nel 1993 Lepre, fra il 1994 e il 1997 i cinque tomi della Storia dell’Italia repubblicana Einaudi diretta da Francesco Barbagallo, nel 1995 Piero Craveri nella grande Storia d’Italia Utet, nel 1996 Enzo Santarelli, e Simona Colarizi con la sua storia dei partiti.[4] Più tardi, i volumi di Guido Crainz.[5] Una produzione così estesa che già nel 1998 diventava essa stessa argomento di riflessione, mi riferisco a un volume curato da Agostino Giovagnoli, Interpretazioni della Repubblica, che chiamava a raccolta gli autori delle principali opere uscite, insieme ad altri storici, come Galli della Loggia, che comunque nei loro lavori avevano offerto una prospettiva originale sul periodo.[6]

Il turning point della seconda guerra mondiale, il crollo del 1943 e la guerra civile

La constatazione da fare è che il termine a quo da cui far cominciare la Repubblica è il 1943. La storiografia, i media e il pubblico continuano a essere calamitati dagli anni di guerra e soprattutto da quella che, dopo Claudio Pavone e il suo libro del 1991, si può finalmente definire «guerra civile», anche fuori dai raduni dei nostalgici.[7] Che fatica, però, arrivare a questo passaggio. Ricordiamo bene gli anni in cui dire «guerra civile» ti qualificava come fascista. I partigiani, che ancora controllavano gli Istituti della Resistenza, vivevano come provocazione qualsiasi critica a una loro versione molto difensiva della Resistenza; di sicuro avevano le loro buone ragioni, ma comunque ci voleva poco a tirarsi addosso l’accusa infamante di revisionismo. Ricordo, quando ancora avevo qualche presenza nell’Istituto della Resistenza, una chiacchiera con un ricercatore probo, pignolo e indiscutibilmente antifascista, partigiano e figlio di partigiano, intendo Nazario Sauro Onofri, che mi disse di aver verificato pazientemente il numero degli uccisi nella strage di Marzabotto, i quali risultavano 800 invece dei 2000 ufficiali. Però, diceva, non lo si può dire. Questo era ancora il clima, ma cominciava a cambiare.

“Triangolo della morte” e violenza postbellica

Non so quanto ciò fosse reso possibile dall’ala protettiva del libro di Pavone, forse fu più importante l’emergere negli Istituti di una generazione più giovane cui va il merito – bisognerebbe ricordarlo sempre – di essere stati gli iniziatori di una nuova stagione di ricerche che ha affrontato temi sino ad allora tabù: le violenze del dopoguerra, le lotte interne alla Resistenza. Claudio Silingardi, Massimo Storchi, Mirco Dondi, Guido Crainz, i nomi principali che mi vengono a mente sono tutti connessi agli istituti. E Santo Peli con la sua Resistenza difficile.[8] Il lavoro di Giampaolo Pansa, certo molto discutibile con la sua pornografia del sangue, ma lungi dall’essere un libro liquidabile con un’alzata di spalle, mette a frutto (e lo dice) anche la ricerca uscita dagli Istituti.[9]

Lotta partigiana e rappresaglie nazifasciste

Sempre da una storiografia nettamente antifascista emerge un altro dei temi controversi della Resistenza, che sono le rappresaglie e le connesse tensioni fra partigiani e la popolazione. È un tema che sta ben fitto nelle radici della Repubblica, perché ha diviso e divide le comunità. Il tema, per dirla col titolo del libro di Giovanni Contini Bonacossi sulla strage di Civitella in Val di Chiana, della Memoria divisa.[10] Lo specialista in argomento è Paolo Pezzino, che oltre ad aver studiato bene alcune stragi toscane (ricordo in particolare il suo libro sulla strage di Guardistallo, che è quello che prediligo) ha allargato il raggio dell’indagine a includere la questione dei mancati processi ai responsabili delle stragi.[11]

Il nodo dell’epurazione mancata

Guardando in prospettiva, è impressionante come nel giro di pochi anni vengano in primo piano tutti insieme i nodi rilevanti che stanno alla radice della nostra Repubblica. Perché connessi ai processi mancati ci sono i processi celebrati contro i fascisti, ossia l’epurazione. Anche qui prima degli anni Novanta e prima del grande studio di Hans Woller che si intitola I conti con il fascismo non esisteva quasi nulla.[12] Questi sono temi che del resto allineavano la nostra storiografia a quella internazionale che, con una sensibilità innescata dai vari cambi di regime di quegli anni, metteva a fuoco quella che si è chiamata la transitional justice o in maniera più allargata la sortie de guerre.

La Repubblica sociale italiana

Non è finita. È sempre allora che la storiografia accademica inizia a studiare davvero la Repubblica di Salò, da cui aveva girato alla larga, lasciando sostanzialmente il dirty work agli storici giornalisti. Penso a Dianella Gagliani che studia le brigate nere, a Massimiliano Griner e la banda Koch, alla Repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini.[13] Certo è ancora un argomento che scotta, come si vide nel 2000 quando un illustre storico antifascista come Roberto Vivarelli pubblicò con noi una memorietta sul suo passato di volontario quattordicenne nelle Brigate nere, un testo del più grande interesse, che fu accolto da polemiche acerbissime e persino qualche volta sbracate.[14]

Il punto di vista delle vittime

Ed è sempre allora, almeno a mio modo di vedere, in connessione con l’evaporare delle grandi filosofie della storia o se vogliamo dirla in spiccioli delle ideologie politiche totalizzanti, che viene meno (anche questo non è un fatto meramente italiano) la legittimazione politica della violenza ed emerge una del tutto inedita attenzione alle vittime. Alle vittime delle guerre, delle epurazioni selvagge, dei bombardamenti, delle marocchinerie, del terrorismo. Il tema della «guerra ai civili». Come riassunse in un convegno fiorentino di qualche anno fa Richard Overy, illustre storico militare, si è passati dal guardare i bombardamenti dall’alto, cioè come un’azione militare, a guardarli dal basso, cioè dalla parte delle vittime.[15] Una delegittimazione della violenza di sicuro raccomandabile, ma che può ostacolare la comprensione del passato. Raccomanderei a questo proposito la lettura di un libro che non riguarda l’Italia e non riguarda gli anni di cui ci occupiamo ma la Grande Guerra, La violenza, la crociata, il lutto di Stéphane Audoin-Rouzeau e Annette Becker, che nel titolo originale invita a «ritrovare la guerra», cioè proprio a tornare a comprenderne le ragioni.[16]

Il partitismo e la crisi degli anni Novanta

Gli anni Novanta sono quelli della crisi dei partiti, ed è inevitabile che essa rimbalzi all’indietro nell’attenzione alla nascita della Repubblica. I partiti sono l’asse di una delle interpretazioni più fortunate dell’Italia repubblicana, appunto La Repubblica dei partiti di Pietro Scoppola, e lo sono in chi vede nella partitocrazia il baco originario della nostra storia. Penso a Ernesto Galli della Loggia e alla sua Morte della patria,[17] dove sulla base tra l’altro delle memorie di Alfredo Pizzoni identifica già nelle logiche spartitorie del CLN Alta Italia una politica italiana che partiva con il piede sbagliato. Le memorie di Pizzoni, cioè di colui che fu il presidente del CLNAI, sono peraltro un testo di grande interesse: il ritratto di un alto borghese con un fortissimo senso dello stato, di sicuro inadatto a intendere le dinamiche fra i partiti, e poi amareggiato per essere stato messo da parte e in seguito persino dimenticato. Di queste memorie sono interessanti anche le vicende editoriali, a dimostrazione di quanto certi argomenti continuino a essere terreno minato. La Banca Commerciale ne affidò l’edizione a Einaudi che, non potendo sottrarsi, nel 1993 realizzò il libro ma non lo mise in commercio. Gli eredi se le ripresero indietro e il libro finì da noi.[18]

Devo dire che fa una certa impressione ripensare oggi a quelle polemiche sulla partitocrazia; abbiamo attraversato una lunga stagione in cui i partiti erano una zavorra di cui disfarsi, e oggi siamo qui a interrogarci sulle conseguenze della scomparsa dei corpi intermedi, ossia di quei canali bidirezionali che per un verso convogliavano le istanze dal basso ma per l’altro avevano anche una funzione di educazione, si vorrebbe dire di disciplinamento dei cittadini. A suo modo già negli anni della grande crisi di Tangentopoli Claudio Martelli aveva avvisato: il problema, disse una volta in televisione, è che se andiamo via noi arrivano i “baluba”.

Si cominciò comunque a fare o a ripensare la storia dei partiti repubblicani (per inciso, ed è anche questo forse un segno dei tempi: vent’anni fa la Storia dei partiti era insegnamento abbastanza fiorente nell’università, oggi è pressoché scomparso), compito difficile per gli storici perché non di tutti i partiti esistono gli archivi. In questo se la cavano meglio i politologi, che non ne hanno bisogno. Non per caso, la prima monografia di peso sul Movimento sociale italiano, uscita nel 1989, è Il polo escluso del politologo Piero Ignazi.[19] Ci sono stati libri importanti. La fine dell’URSS e l’apertura degli archivi russi non è stata senza conseguenze sulla storia del PCI, ad esempio. Il libro di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky Togliatti e Stalin, basato su una massa ingente di carte che Zaslavsky aveva prontamente fotocopiato in Russia (e che oggi pare non siano più disponibili per la consultazione), ha documentato il grado fortissimo di dipendenza, anche economica, del PCI dall’URSS restringendo di molto i termini dell’autonomia di Togliatti anche in scelte decisive come la svolta di Salerno.[20] Molto altro, molta storia nuova sta venendo e verrà dalla disponibilità di nuove fonti, come le carte Andreotti dell’Istituto Sturzo, per fare un esempio.

Suggestioni storiche e date commemorative

Ma la crisi della Repubblica dei partiti comportava anche altro: una crisi del legame vincolante dello Stato centrale, con spinte secessioniste o anche modestamente localistiche. Nascono le leghe nordiste, si riattizza la mitologia neoborbonica. Dinanzi alla difficoltà di gestione della crisi si auspica (ma questo è un dato strutturale della storia repubblicana, lo ha raccontato molto bene Paolo Pombeni in un suo libro recente) una revisione della Costituzione.[21] E la storia risponde a suo modo. L’invenzione di una collana centrata sull’identità italiana realizzata da Galli della Loggia a partire dal 1998, come in maniera diversa i Luoghi della memoria curati da Mario Isnenghi nel 1996-97, è un atto di formazione civile mirato a rinsaldare il legame comunitario degli italiani.[22] Pari nelle intenzioni a quello che sarà poco dopo l’impegno della presidenza Ciampi per una riscoperta dell’idea di patria e più tardi di quello di Napolitano nel 2011 in occasione del centocinquantesimo dell’Unità.

A proposito di anniversari è inevitabile osservare il ruolo che negli ultimi decenni essi hanno acquistato nel dettare l’agenda degli storici (e non solo degli storici, ma delle istituzioni e dei media), sicché ci siamo abituati a celebrare eventi grandi e meno grandi e a farci i conti in occasione delle ricorrenze. Il 1943 della caduta del fascismo e dell’otto settembre, il 1945 della liberazione, il 1946 del referendum e della Costituente, il 1948 del 18 aprile, dell’attentato a Togliatti, della Costituzione, il Sessantotto, il Settantasette, il 1978 di Moro. C’è alla lettera un calendario da seguire e non per caso Laterza ha avviato una serie dedicata proprio alle date «che hanno fatto l’Italia. Paiono e qualche volta sono occasioni estrinseche, ma possono viceversa essere momenti seri di autoriflessione di un paese, per così dire.

Devo dire che l’ormai ultradecennale crisi politica della Repubblica, questa transizione eternamente in surplace ha portato a interrogarsi su tempi più lunghi, sul corso almeno dello Stato unitario, circa le sue caratteristiche e i suoi deficit originari. In ciò lo sguardo dello storico delle istituzioni è estremamente rivelatore, penso a Sabino Cassese e alla sua ricostruzione dell’amministrazione pubblica in Governare gli italiani, che consuona con la visione di quegli storici economici che interpretano il successo dello sviluppo italiano come un fatto avvenuto in certo senso per caso, grazie a congiunture favorevoli ma senza l’aiuto delle istituzioni o addirittura nonostante loro.[23] Da questo punto di vista consiglio caldamente la lettura di un saggio scritto da Pasquale Villari nell’estate del 1866, all’indomani dell’imbarazzante terza guerra d’indipendenza, e intitolato Di chi è la colpa?: il ritratto di un paese «invaso da una moltitudine sempre crescente di incapacità burocratiche, che moltiplicavano da ogni lato come le locuste», dove gli investitori stranieri arrivano, fanno un giro e se ne ripartono concludendo che «L’Italia non è ancora un paese per gli affari».[24] Sono pagine, assicuro, che si leggono con un forte disagio. Secondo l’interpretazione dello sviluppo «per caso», il declino economico dell’Italia che dura da due decenni non sarebbe in fondo che un riallineamento del paese al rango marginale che gli spetta.

Un lungo spegnersi. Uno dei miei migliori autori mi propone sempre più seriamente di fare un saggio da intitolare Ultima Italia. Questo adesso è il tema, che non è solo economico. Il declino demografico infatti ha una forza probabilmente molto superiore a quanto siamo abituati, o almeno io sono abituato a pensare. E non è solo questione di carenza di lavoratori e di tenuta dei conti dell’Inps. Perché un paese anagraficamente vecchio ha meno energia di un paese giovane, meno disponibilità a scommettere sul futuro e più tendenza anzi a trincerarsene. Devo dire che quando qualche anno fa leggevo queste considerazioni in un libro bello e tosto di Giuliano Amato e Andrea Graziosi sull’Italia degli ultimi decenni, Grandi illusioni, e poi ancora le ho ritrovate nell’ultimo libro di Graziosi, Il futuro contro, questa idea dell’energia un po’ mi turbava, trovandovi (forse solo nella mia testa) quel vitalismo ottocentesco che ha fatto abbastanza guai.[25] Ma bisogna probabilmente arrendersi all’idea che le grandi dinamiche di un paese, anche quelle politiche che ci stanno così violentemente sballottando, sono mosse o influenzate da queste forze prime. È un tema per chi ragiona sul futuro del paese, ma a pensarci bene anche per chi, come gli storici, deve capire come siamo arrivati fin qua, in questa coda di pesce.

 


Note:

[1] E. Aga Rossi, Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito, Il Mulino, Bologna 2016.

[2] I. Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, Einaudi, Torino 1991, p. 17 (lettera a R. Battaglia, 28 aprile 1950).

[3] S. Colarizi, M. Gervasoni, La tela di Penelope. Storia della seconda Repubblica, 1989-2011, Laterza, Roma-Bari 2012.

[4] P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989; P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia 1945-1990, Il Mulino, Bologna 1991; S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992; P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino 1995 (terzo volume della Storia dell’Italia repubblicana diretta da G. Galasso); E. Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Feltrinelli, Milano 1996; S. Colarizi, Storia dei partiti nell’età repubblicana, Laterza, Roma-Bari 1994.

[5] G. Crainz, L’Italia contemporanea, vol. 1, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta; vol. 2, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta; vol. 3, Il paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, tutti Donzelli, Roma, rispettivamente 1997, 2003, 2012.

[6] A. Giovagnoli (a cura di), Interpretazioni della Repubblica, Il Mulino, Bologna, 1998.

[7] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

[8] C. Silingardi, Una provincia partigiana: guerra e Resistenza a Modena, 1940-1945, Angeli, Milano 1998; M. Storchi, Combattere si può vincere bisogna. La scelta della violenza fra Resistenza e dopoguerra (Reggio Emilia 1943-1946), Marsilio, Venezia 1998; M. Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Editori Riuniti, Roma 1999 e Resistenza tra mito e conflitto. Vicende parallele tra dimensione nazionale e realtà piacentina, Bruno Mondadori, Milano 2004; S. Peli, La Resistenza difficile, Angeli, Milano 1999. Di Crainz ricordo in particolare il saggio Il conflitto e la memoria. «Guerra civile» e «triangolo della morte», in «Meridiana», 13, 1992, pp.17-55, sulla base del quale cercai senza fortuna di convincere l’autore a impegnarsi in un libro. Quelle ricerche sono poi confluite in un paragrafo di Padania. Il mondo dei braccianti dall’Ottocento alla fuga dalle campagne, Donzelli, Roma 1994, pp. 217-231. Sempre di Crainz, Il dolore e la collera. Quella lontana Italia del 1945, in «Meridiana», 22-23, 1995, pp. 249-273.

[9] G. Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2003.

[10] G. Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano 1997.

[11] P. Pezzino, Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca, Il Mulino, Bologna 1997. Sulle stragi il lavoro di Pezzino va dal volume curato con M. Battini Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro (Toscana 1944), Marsilio, Venezia 1997, attraverso vari volumi dedicati a stragi particolari, alla cura del vasto Atlante delle stragi http://www.straginazifasciste.it/ (in volume: G. Fulvetti, P. Pezzino (a cura di), Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi maziste e fasciste in Italia (1943-1945), Il Mulino, Bologna 2016). Per il côté processi: L. Baldissara, P. Pezzino (cura di), Giudicare e punire. I processi per crimini di guerra tra diritto e politica, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005; M. De Paolis e P. Pezzino, La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013, Viella, Roma 2016.

[12] H. Woller, I conti con il fascismo. L’epurazione in Italia, 1943-1948, Il Mulino, Bologna 1997.

[13] D. Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Bollati Boringhieri, Torino 1999; M. Griner, La banda Koch. Il reparto speciale di polizia 1943-44, Bollati Boringhieri, Torino 2000; L. Ganapini, La Repubblica delle camicie nere, Garzanti, Milano 1999.

[14] R. Vivarelli, La fine di una stagione. Memoria 1943-1945, Il Mulino, Bologna, 2000.

[15] Il mutamento è esposto in maniera meno spiccia nel volume derivato da quel convegno: I bombardamenti aerei sull’Italia. Politica, Stato e società (1939-1945), Il Mulino, Bologna 2012. L’intervento di Overy, I bombardamenti nella seconda guerra mondiale: nuove prospettive di ricerca, è alle pp. 21-36.

[16] S. Audoin-Rouzeau e A. Becker, 14-18, retrouver la guerre, Gallimard, Paris 2000, trad. it. La violenza, la crociata, il lutto. La grande guerra e la storia del Novecento, Einaudi, Torino 2002.

[17] E. Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1996.

[18] A. Pizzoni, Alla guida del Clnai. Memorie per i figli, Einaudi, Torino 1993 (nuova ediz.: Bologna, Il Mulino 1995).

[19] P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento sociale italiano, Il Mulino, Bologna 1989.

[20] E. Aga-Rossi e V. Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Il Mulino, Bologna, 1997.

[21] P. Pombeni, La questione costituzionale in Italia, Il Mulino, Bologna 2016.

[22] «L’identità italiana», la collana curata da Galli della Loggia per il Mulino, ha pubblicato fra il 1998 e il 2010 50 titoli. Il titolo inaugurale era il saggio omonimo dello stesso Galli della Loggia. I luoghi della memoria ideati da Isnenghi sono usciti da Laterza (Roma-Bari, 1996-97) in tre volumi dedicati rispettivamente a Simboli e miti dell’Italia unita; Strutture ed eventi dell’Italia unita; Personaggi e date dell’Italia unita.

[23] P. Di Martino, M. Vasta (a cura di ), Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo economico italiano, Il Mulino, Bologna 2017.

[24] P. Villari, Di chi è la colpa? O sia la pace e la guerra, in «Il Politecnico», parte letteraria, vol. II, settembre 1866, più volte ripreso sia come opuscolo a sé sia in volume, segnatamente nelle Lettere meridionali, riedite più volte fino ad anni recenti. L’edizione del 1878 da cui cito è facilmente reperibile e scaricabile online: Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, Le Monnier, Firenze 1878. Le cit. alle pp. 218 e 224.

[25] Cfr. G. Amato, A. Graziosi, Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia, Il Mulino, Bologna 2013 e A. Graziosi, Il futuro contro. Democrazia, libertà, mondo giusto, Il Mulino, Bologna 2019.

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Dati articolo

Come citarlo: , Che cos’è oggi la contemporaneità, Novecento.org, n. 14, agosto 2020.

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