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Il fascismo di confine

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Il fascismo di confine

La caoticità e problematicità della situazione, il dissesto economico e sociale della regione Giulia seguita alla fine della Grande guerra, spiegano in parte il precoce affermarsi del fascismo che sin dal 1919 si fregiò del titolo “di confine”, sottolineando la propria funzione di baluardo dell’italianità della Venezia Giulia, a diretto contatto con il mondo slavo e il nuovo regno dei Serbi Croati e Sloveni (SHS).

Sin dalle prime azioni, infatti, slavi e socialisti apparvero come gli obiettivi da aggredire e da abbattere. Gli esiti della Grande guerra in questa regione fornirono al fascismo il più adatto terreno di cultura al suo rapido e impetuoso sviluppo: oltre al disagio economico e sociale che ne erano derivati, vanno aggiunti la violenza diffusa, il ribellismo, i vuoti lasciati dai tanti morti, l’incertezza per il futuro economico della regione, la frantumazione delle comunità locali con gli esodi che precedettero e seguirono il conflitto, il conseguente rimescolamento demografico e la presenza massiccia dell’esercito nel territorio. Così Anna Vinci spiega la rapida affermazione del movimento. In quanto all’immigrazione dalle vecchie provincie, tra il 1919 e il 1922 le statistiche ci parlano di circa 50.000 persone che si spostarono nella sola città giuliana, tra le quali vanno compresi anche gli smobilitati dell’esercito, mentre per quanti se ne allontanarono (soprattutto austro-tedeschi e sloveni) si parla di circa 28-30.000 emigranti.

Furono proprio gli immigrati dal regno, sprezzantemente definiti dallo storico nazionalista triestino Attilio Tamaro “parassiti, tenori, baritoni, violinisti, mandolinisti… chitarristi”, a dare al fascio il peso di un’organizzazione di massa e furono essi a fornire la manodopera alle squadre d’azione per le loro violenze. L’opinione pubblica locale finì addirittura, per identificare i due termini regnicoli (ovvero gli immigrati dal Regno d’Italia) e fascisti.

II fascio triestino di combattimento nacque il 3 aprile 1919, mentre i primi contatti con il Comitato centrale dei Fasci italiani di combattimento di Milano risalgono al mese di luglio. Pochi giorni dopo, i primi scontri con i socialisti, e il primo assalto al giornale comunista II Lavoratore e alle sedi riunite di Via della Madonnina […]: è -questa la prima consacrazione nella lotta: la pagina proemiale d’un superbo volume d’imprese che si conchiudono soltanto con le giornate della Marcia su Roma1.

La violenza esplode tuttavia con la nascita delle “squadre volontarie di difesa cittadina”, della cui nascita il Fascio triestino rivendicava una sorta di primogenitura rispetto all’operato delle squadracce fasciste nel resto del paese. Intanto a Udine, Pordenone, Gorizia e Pola tra l’estate e l’autunno del 1920 si costituiscono i fasci di combattimento la cui attività non è tuttavia minimamente paragonabile a quanto accadde a Trieste. Qui, già dal dicembre 1920 si stampava il “Popolo di Trieste” che con le sue 40.000 copie è il secondo quotidiano fascista d’Italia; e nella primavera del 1921 quella di Trieste è la maggiore federazione in Italia con 14.756 iscritti, il 18% del totale nazionale. Protagonista di questa crescita è un personaggio proveniente dalle file del reducismo, sul quale tuttavia si prolungavano non poche ombre: Francesco Giunta. Originario della provincia di Firenze, già volontario di guerra, tenente di artiglieria si merita una decorazione per la quale viene tolto dal servizio attivo “per meriti di guerra secondo i servizi amministrativi del partito per abuso di cocaina secondo le fonti di polizia”. Entra poi negli uffici ITO dove incontra per la prima volta esponenti del fascio e di gruppi nazionalisti. I rapporti della polizia politica su di lui si dilungano soprattutto sui suoi innumerevoli appuntamenti galanti e sulla sua assuefazione per la cocaina. Si tratta in sostanza di una riuscita imitazione di D’Annunzio, di cui Giunta si sforza di riprodurre anche l’oratoria. Il risultato è straordinario: la borghesia triestina si innamora di lui e lo innalza in pochi medii al ruolo di fascista più popolare d’Italia dopo Mussolini2.

II bilancio delle violenze fasciste degli anni compresi tra il 1919 e il 1921 ci dice dell’incendio o della distruzione di 134 edifici così suddivisi: 100 circoli di cultura; 2 Case del popolo; 21 Camere del lavoro; 3 cooperative. Le violenze non riguardarono soltanto il triestino ma l’intera provincia, compreso il Monfalconese, roccaforte operaia e l’Istria dove si verificò uno degli esempi più significativi di resistenza all’aggressività del fascismo, la costituzione della “repubblica di Albona”, ovvero l’occupazione delle miniere dell’Arsia e la gestione dell’azienda da parte dei minatori avvenuta nel marzo 1921, esperienza sedata dall’esercito un mese più tardi. La rivolta tuttavia fu presto sedata dall’esercito (aprile). A questo riguardo va sottolineato che alla mobilità delle squadre nelle loro numerose scorrerie sul territorio aveva contributo in maniera importante l’esercito che mise a disposizione i mezzi di trasporto, unitamente all’imprenditoria locale.

Se quello di Albona costituisce il più significativo elemento di difesa da parte socialista, difesa che fu nel complesso “debole e inorganica” (Apih), il più emblematico episodio delle violenze compiute dai fascisti è senza dubbio l’incendio del Narodni Dom, durante il quale proprio l’atteggiamento dell’esercito ebbe un ruolo di primo piano. II 13 luglio 1920, in seguito agli incidenti verificatisi il giorno prima a Spalato – siamo nel clima infuocato dell’occupazione dannunziana di Fiume e delle trattative di pace – nei quali erano morti un dimostrante jugoslavo e due italiani – il comandante Gulli e il macchinista Rossi della Regia Marina da guerra –, venne dato alle fiamme l’Hotel Balkan, situato nella sede del Narodni Dom che ospitava le principali organizzazioni culturali slovene: alcuni uffici dell’associazione Edinost, dei circoli culturali, la banca di credito e di risparmio slovena di Trieste, il circolo di cultura e l’appartamento del presidente dell’Edinost: L’edificio, realizzato dall’architetto Max Fabiani, era il simbolo del risveglio sloveno nella città nell’intera regione Giulia. I fascisti triestini organizzarono un comizio in piazza dell’Unità, dando poi il via a una caccia agli slavi durante la quale la morte di un innocente (il cuoco Giovanni Nini) fu imputata ad arte agli sloveni. La folla si riversò verso il Narodni Dom, e lungo il percorso fu preso a sassate anche l’edificio del consolato jugoslavo. Il Narodni dom era presidiato da 450 uomini, 250 dei quali erano nella caserma del Regio esercito che si trovava a pochissima distanza dal luogo, 100 guardie regie e 60 carabinieri. Dal terzo piano dell’edificio, poco prima erano state lanciate due bombe a mano ed erano stati esplosi due colpi di fucile che colpirono l’ufficiale Luigi Cassano e ferirono o persone. A quel punto i soldati che avrebbero dovuto proteggere l’edificio aprirono il fuoco contro di esso mentre i dimostranti vi penetrarono per appiccarvi il fuoco con delle taniche di benzina. L’incendio divampò e mentre quasi tutti gli ospiti dell’albergo riuscivano a fuggire, al terzo piano Hugen Roblek e la figlia rimasero imprigionati: lanciatisi dal terzo piano, il primo morì (mancavano i teli di emergenza), la seconda rimase gravemente ferita. Il giorno seguente anche il Narodni dom di Pola fu dato alle fiamme. Dalla ricostruzione dei fatti realizzata dallo storico triestino Carlo Schiffrer, emerge che era stato un fascista triestino a fissare una stanza al Balkan per lanciarne le bombe e creare così il casus belli, come non casuale era stata la morte di Nini.

E a proposito di connivenze tra fascismo ed esercito, Dario Mattiussi ha ricordato che dalla lettura delle pagine del “Piccolo” e del giornale repubblicano “L’Emancipazione” è possibile evincere che in quei caldissimi mesi della primavera-estate del 1920 furono almeno trenta le aggressioni compiute da reparti militari nei confronti di comunità slovene, croate, organizzazioni socialiste a opera di reparti di arditi e di bersaglieri.

Nelle prime elezioni in cui i cittadini delle nuove provincie furono chiamati a votare, (la Venezia Giulia fu divisa nei tre collegi di Trieste, Gorizia, Istria) il fascismo ottenne un successo importante. Dopo aver scaricato gli individui più facinorosi e inaffidabili, Giunta giunse ad un intesa con i nazionalisti e i piccoli partiti provenienti dal mondo liberal-nazionale. Per incrementare i propri voti furono ben 16.000 i regnicoli che, pur avendo ancora la residenza in altre regioni, ottennero il diritto di votare a Trieste, mentre venivano create organizzazioni destinate a tutelarne gli interessi. Né mancò una nuova ondata di violenze verso militanti socialisti e dei partiti nazionalisti sloveni e croatifdavanti alle quali il pontefice rivolse una lettera di solidarietà al vescovo di Trieste per le violenze cui erano stati soggetti numerosi sacerdoti sloveni e croati. Assenti dalla circoscrizione di Gorizia, dove prevalsero 4 deputati sloveni e un comunista italiano (Tuntar), a Trieste i nazionalfascisti ottennero 3 deputati (F. Suvich, G. Banelli, F. Giunta) di contro a un comunista (Bombacci) e in Istria 4 deputati (L. Albanese, L. Bilucaglia, G. Pesante e A.Pogatschnig) a fronte di un socialriformista (De Berti) e un rappresentante croato (U. Stangher). II fascismo locale andava così preparandosi al governo locale (amministrative 1922) e ad accordarsi con l’elite giuliana. Per le amministrative del 1922 si costituì una lista denominata “Alleanza nazionale”, la cui presidenza veniva assunta dal liberale Carlo Banelli, padre del deputato fascista Giovanni. Pur tenendo conto del forte astensionismo (superiore al 40%) il successo della lista fu inequivocabile: 12.000 i voti, contro i 4.300 dei comunisti, 3.400 repubblicani, 2.491 sloveni mentre il partito popolare otteneva soltanto 744 voti. Pur finendo per accettare la nomina a sindaco del candidato liberal-nazionale Giorgio Pitacco, e dunque la riconferma del predominio della vecchia élite politico-economica, il fascio locale si trasformava in partito d’ordine della borghesia cittadina.

La “marcia su Roma” trovò il partito – che a Trieste aveva provveduto con diversi mezzi all'”epurazione” della massa di manovra, 6.000 iscritti, in buona parte confluiti in altre federazioni regionali – impegnato a penetrare nella gestione dei più importanti settori dell’amministrazione comunale: ai fascisti toccarono l’attività finanziaria, le aziende comunali, la distribuzione degli appalti). L’evento fu accolto a Trieste con “relativa tranquillità”; alla vigilia fu organizzato un banchetto per salutare il senatore Mosconi, commissario generale della Venezia Giulia, al cui posto veniva istituita la prefettura (assegnata a Crispo Moncada). Il giorno dopo, Francesco Giunta incontrò il generale Sanna, comandante del presidio militare, mentre indirizzava al “Comando gruppi legioni orientali” un messaggio inneggiante all’ora più grande della storia d’Italia”. Era “l’Italia di Giulio Cesare che torna sulla scena del mondo. Le Autorità politiche della Venezia Giulia hanno capitolato, i poteri sono stati assunti da S.E. il Gen. Sanna. Egli fu un nostro capo sui santi carnai del Carso. Egli non può che essere un nostro fratello nella battaglia politica che combattiamo”.

Nel ricordo della Grande guerra, si compiva perciò a Trieste il breve destino dell’Italia liberale e si apriva un ventennio destinato a scatenare nella regione un lungo periodo di incertezza e di inusitate violenze.

Bibliografia

D. Mattiussi, Il Partito Nazionale Fascista a Trieste. Uomini e organizzazione del potere 1919-1932, Irsml FVG, Trieste 2002, pp. 6-29,

T. Matta, I fucilati di Basovizza, in Un percorso tra le violenze del Novecento nella Provincia di Trieste, Irsml FVG, Trieste 2006, pp. 37-46;

C. silvestri, Dalla redenzione al fascismo. Trieste 1918-1922, Del Bianco, Udine 1959;

A.M. Vinci, Il fascismo e la società locale, in Irsml FVG, Friuli Venezia Giulia. Storia del ’900, Irsml FVG, Libreria editrice goriziana, Gorizia 1997, pp. 221-258;

A.M. Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941, Laterza, Bari 2011, pp. 5-90;

A.Visintin, Il rogo del Narodni dom, in Un percorso tra le violenze del Novecento nella Provincia di Trieste, Irsml FVG, Trieste 2006, pp29-36.

I documenti

Il primo documento (doc. 1) suggerisce una lettura inequivocabilmente apologetica dell’incendio del Narodni Dom. La lettura andrebbe perciò accompagnata da un lavoro sul testo a partire dall’individuazione di alcune parole chiave e sul linguaggio.

L’immagine fotografica (doc. 2) costituisce una sorta di icona della storia della Venezia Giulia nel Novecento.

La prima testimonianza (doc. 3) rende possibile stabilire un collegamento tra le violenze del fascismo e la scelta della profuganza da parte di membri della comunità slovena di Trieste.

La seconda testimonianza (doc. 4) permette di capire che le violenze si protraggono nel tempo e che dunque l’atteggiamento del fascismo nei confronti della comunità slovena non si ammorbidisce; analogo ragionamento andrebbe ovviamente fatto relativamente alla comunità croata dell’Istria.

Il doc. 5 è un supporto fondamentale per un’esatta collocazione dei fatti di cui si parla nello spazio e nel tempo.

Testo per gli allievi

Al termine della Grande guerra, l’amministrazione della Venezia Giulia viene affidata prima a un governatorato militare e, dopo un anno, da un commissario civile.

Il caos e le tensioni fra le comunità etniche impedivano di mettere in atto quei provvedimenti necessari per la ripresa economica. A farne le spese di questa situazione caotica, furono i molti soldati italiani, un tempo sudditi dell’Impero Austroungarico, che rientrano dai vari fronti di guerra, gli ex prigionieri italiani in transito per la città di Trieste. Dal canto loro, le popolazioni slovena e croata del territorio, erano viste con sospetto dalle autorità italiane anche in seguito alla coeva nascita di un Regno dei serbi croati e sloveni, che ridimensionava le ambizioni espansionistiche dell’Italia.

Inoltre, il sorgere della questione di Fiume e le problematiche che nate dalla trattativa di pace in corso a Parigi contribuivano ad intorbidare il clima. In questo terreno si mossero i primi fasci triestini, capaci di aggregare giovani provenienti da diverse esperienze politiche e di coinvolgere per le sue azioni una massa di immigrati dal Regno d’Italia.

Le azioni del fascismo – che si fregia del titolo “di confine” – si orientano così non solo contro i tradizionali obiettivi (rappresentati dal movimento operaio e dalle sue organizzazioni, nonché da altre espressioni di forme di aggregazione politica democratica), ma anche contro gli sloveni e croati, già malvisti dalla più retriva tradizione irredentista locale. Tali azioni, una volta che il fascismo assunse il potere, si concretizzarono più tardi in una serie di provvedimenti di legge restrittivi dei diritti delle minoranze linguistiche e infine, nel 1941, nel’occupazione della Jugoslavia da parte dell’Italia fascista che riprese in questo modo il progetto di espansione italiana nei Balcani, interrotto dagli accordi di Parigi, con i quali si era chiusa la Prima guerra mondiale.

Note:

1 M. Risolo, II fascismo nella Venezia Giulia. Dalle origini alla marcia su Roma, CELVI, Trieste l932.

2 Vedi su questo D. Mattiussi, Il Partito Nazionale Fascista a Trieste. Uomini e organizzazioni del potere, Irsml FVG, Trieste 2002.

Dossier

Doc. 1

Un apologeta di regime: Michele Risolo e l’incendio del Narodni Dom

In brev’ora la città si pavesò di bandiere abbrunate, le saracinesche di caffè, bars e negozi furono abbassate e immense colonne di popolo, precedute dalle squadre fasciste, affluirono al grande comizio di piazza Unità che alle 17.30 era gremita.

Poco dopo, il Consiglio direttivo del Fascio, con alla testa Francesco Giunta, usciva da sala Dante (in via del Teatro, ora via d’Aunnunzio) nuova sede sociale e prendeva posto, con la bandiera, sulla fontana, prospiciente il Municipio. Parlò per primo il capitano Dagnino, quindi, salutato da insistenti ovazioni, l’avv. Giunta che rifece la storia di tutto il martirio italiano negli anni della guerra e dell’armistizio, affermando il «dovere inderogabile di reagire di fronte alle provocazioni jugoslave».

Mentre l’avv. Giunta parlava e l’immensa folla lo seguiva, attentissima, un giovanissimo cuoco del Bonavia, Giovanni Nini, si era avvicinato ai portici del Municipio che formicolavano di gente accorsa dai quartieri di cittavecchia. Gli erano appresso in quel momento alcuni uomini dall’aspetto di braccianti che, alle parole dell’oratore, sghignazzavano in atto di aperta sfida. Un ufficiale, che era vicino, intimò loro di tacere: ma uno di essi, per tutta risposta, estraeva un coltello e si lanciava contro di lui. L’ufficiale sguainò la, sciabola, facendo alcuni passi indietro: e in quello stesso momento il Nini s’intromise tra i due. L’individuo del coltello vibrò allora due colpi contro il giovane, spaccandogli il cuore.

Fu la scintilla. Giunta, intuì ch’era il momento dell’azione decisa, inesorabile. Dato il grido d’allarme, balzò dal suo podio occasionale, insieme con altri dirigenti del Fascio, fra la massa degli squadristi e si lanciarono verso piazza della Borsa. Sparsasi in un baleno la notizia, la folla non più contenuta, si riversò. Come furioso torrente, al seguito dei giovani, gridando: «Al Balkan! Al Balkan!». Tre colonne si formarono; una precipitò per via Roma, un’altra per via San Spiridione; la terza colonna, attraversato celermente il Corso, piegò per via Dante, Poco dopo, sboccando da’ più parti la massa fascista, seguita, dall’immensa fiumana di popolo bloccava da tutti i lati l’imponente mole del Balkan e lo assediava, al comando di Giunta.

Erano le 19.30: il Balkan appariva, all’esterno, ermeticamente chiuso e deserto. Chiuso il solido cancello dì ferro battuto all’ingresso principale di piazza Oberdan; parimenti sprangati gli ingressi dalla parte di via Galatti e di via Geppa; abbassate le saracinesche del pianoterra e tutte le finestre assicurate dalle imposte chiuse.

D’un tratto, mentre il cerchio degli assedianti si stringeva cercando di disporsi in posizione strategica, una finestra al secondo piano si dischiuse cautamente e qualcuno si affacciò impugnando una rivoltella: subito appresso altre finestre si aprirono, sempre al secondo piano, e si iniziò contro la folla una nutritissima, scarica di revolverate. Nello stesso tempo, dal tetto del caseggiato, cominciò una pioggia di bombe a mano che costrinse i fascisti a sgomberare la piazza appostandosi nelle vie circonvicine.

Ma non perciò ebbe termine l’offensiva slava: e allora la truppa, di presidio nella Caserma Oberdan dovette intervenire puntando contro il covo dei forsennati alcune mitragliatrici, mentre scelti nuclei dì squadristi salivano sui tetti del palazzo delle poste e degli edifici circostanti iniziando, a colpi di rivoltella, di moschetto e di bombe a mano, una serrata offensiva contro i rivoltosi.

Questa mossa strategica ebbe ragione degli avversali: difatti, dopo circa venti minuti di fuoco, gli assediati del Narodni Dom cedettero. Allora i fascisti che circondavano l’edifizio dalla parte di terra, irruppero contro gli ingressi, ne scardinarono i cancelli e le saracinesche, lo invaserò e, lasciato che alcuni passeggeri si mettessero in salvo, consegnarono agli agenti e ai soldati il gruppo dei forsennati che s’era asserragliato in una delle stanze più interne. Piazza. Oberdan, la grande via Carducci, tutte le vie adiacenti mareggiavano di folla urlante e imprecante. Frattanto, dietro ordine di Giunta che cercava di contenere il tumulto per evitare inutili sacrifìci di vite umane, un gruppo di squadristi, guidati da Carlo Lupetina, era riuscito a requisire, nei dintorni, alcune latte di combustibile. Constatato che nessun essere vivente era più nell’interno dell’edifizio, richiamati gli squadristi che avevano invaso il tetto. La prima squadra fascista, agli ordini, diretti di Giunta, coadiuvato dal Lupetina, diede mano alle latte di benzina e il fuoco divampò. Alimentate dall’enorme cumulo di munizioni nascoste nella casa slava e che scoppiavano con immenso fragore, le fiamme avvolsero ben presto, nella loro furia divoratrice e purificatrice, il vasto covo nemico, che quadrato e minaccioso, si accampava nel mezzo della, città. Era l’ora del crepuscolo. Non meno di centomila persone, tenute a distanza dal cerchio dei fascisti, assistevano applaudendo freneticamente, ebbre di gioia, allo spettacolo di redenzione e di purificazione.

Alcuni nuclei di squadristi, frattanto, invadevano e distruggevano altre istituzioni slave, nelle vie vicine, senza arrecare il minimo danno alle persone.

A mezzanotte, quella che fu definita «un capolavoro di azione squadrista» era compiuta e la calma in città regnava, perfetta.

Ma che cosa rappresentava, il «Narodni Dom» vero fortilizio straniero nei cuore di Trieste?

Il «Narodni Dom», la casa slava di piazza Oberdan, accoglieva nelle sue massiccie mura — dal giorno della redenzione fino a quello della distruzione — quattro importanti circoli sloveni, due dei quali, pur essendo stati fondati a scopo ricreativo, non riuscivano a mascherare la propria attività anche nel campo politico. Queste quattro società, che occupavano tutti i locali situati al primo piano dell’edificio, erano: la «Pevsko Drustvo Trst», la «Glasbena Matica», la «Slavjanska Citalnica» e la «Akademlcno Jeralno».

[…]

Il secondo piano dell’edificio era occupato dalla banca slovena «Treska Posojalnica in Krenilnica».

L’opera di propaganda per il congiungimento di tutti gli slavi sotto il Regno di Serbia — eseguito dalla «Cìtalnica» — era stata sempre intensa grazie ad autorevoli appoggi dei circoli politici di Belgrado. Fondata, nell’anno 1904, quando era stato costruito il «Narodni Dom», anche durante il dominio absburgico e maggiormente allo scoppio della guerra austro-serba, la «Citalnica» era stata il covo dell’irredentismo slavo.

[…]

Anche dopo la redenzione la «Citalnica» aveva continuato le sue funzioni di alimentatrice della propaganda slava nelle terre adriatiche. Si tenevano frequenti sedute e conferenze, mentre diverse volte la sala veniva ceduta alla sezione femminile della, società «Cirilo e Metodio». Ogni venerdì sera, si riuniva, pure l’«Akademicno Jeralno Drustvo Balkan».

Il Balkan disponeva di un apparecchio radiotelegrafico segreto, di un filo di congiunzione diretta coi posti jugoslavi di confine, di un archivio di propaganda, continuamente rifornito da Belgrado e da Parigi, di depositi di rivoltelle, moschetti, mitragliatrici e bombe a mano — dislocati e occultati in varie parti dell’edifizio —, di un impianto perfezionato di ciclostili per tutte quelle pubblicazioni clandestine che non fosse stato prudente affidare alla stamperia dell’«Edinost», e di tre cifrari convenzionali.

Albergava personalità’ di passaggio: giornalisti jugoslavi, giornalisti d’altre nazioni in contatto con i circoli nazionalisti jugoslavi, diplomatici in incognito, gli agenti segreti di alcuni paesi balcanici e occidentali, gli strani uomini d’affari che di tanto in tanto capitavano, dall’Est e dall’Ovest, a Trieste…

(da M. Risolo, Il fascismo nella Venezia Giulia. Dalle origini al Natale di sangue, Trieste 1921)

Doc. 2.

Un documento fotografico: l’incendio del Narodni Dom

(Archivio fotografico Irsml FVG)

(Archivio fotografico Irsml FVG)

Doc. 3

Testimonianza di un esule slovena da Trieste negli anni Trenta

Allora noi siamo andati a Belgrado, Abbiamo deciso così, perché mia sorella era fidanzata con Marusic [condannato a morte al primo processo di Trieste], […] Dopo il processo lei aveva parecchi problemi, veniva continuamente importunata. Quando lui era in prigione a Regina Coeli, prima del processo, loro due si scrivevano e quindi era controllata dalla polizia. Ovviamente, pensavano che anche lei sapesse qualcosa, In verità, noi non sapevamo niente del movimento, mai neanche un minimo sospetto, tanto che eravamo stupiti quando furono presi e messi dentro, [..,]. Anche se non avevano prove, perché lei era estranea all’attività del movimento, preferì andarsene e fuggì oltre confine, in Jugoslavia. A Lubiana c’era già un nostro parente, uno zio ingegnere, emigrato subito dopo la guerra, che la ospitò. Anche noi avevamo paura, perché i fascisti venivano a casa nostra, ci svegliavano la notte. Hanno anche appiccato il fuoco alla stalla che andò distrutta, Qualche mese più tardi, sempre nei 1931, emigrammo anche noi, io e i miei genitori, ma andammo a Belgrado, dove si erano stabiliti i nostri vicini, qui di Rozzol, con i quali eravamo molto amici. Allora ci recammo da loro e in breve ci raggiunse anche mia sorella. Lasciammo tutto, la casa, la mandria, perché eravamo mandrierì, al nostro aiutante che continuò ad abitarci e a coltivarla per conto suo.[,..]

(Testimonianza di Rosa Lah Cesar, conservata in Naroclna in studijska knjizica Trst – Qdesk za zgoclovino)

Doc. 4.

Testimonianza di una fioraia slovena a Trieste, durante la Seconda guerra mondiale

Era una bella domenica mattina, bellissima. La piazza era vìva e frequentata anche se si lavorava di meno a causa della guerra. Erano circa le 11 e alcuni fascisti in nero, con il gagliardetto, cantando a squarciagola stavano risalendo per la via del Rivo che sfociava nella piazza. Una donna che portava il latte, che conoscevo, mi chiede in sloveno: “A che prezzo vendi i garofani?” – “A venti centesimi”, rispondo sempre in sloveno. Non ho nemmeno finito la frasche i fascisti, avendo sentito che parlavamo in sloveno, si sono subito fermati con i loro gagliardetti e, come furie, si sono avventati sopra il banco dei fiori e hanno rovesciato tutto. Sapete cosa vuoi dire tutto? E poi, non contenti, hanno cominciato a calpestare tutto quello che avevano appena buttato per terra, i garofani, tutti i fiorì, i vasi, le assi di legno: tutto. Allora è intervenuto un uomo: “Ma non vi vergognate? Occorreva fare questo danno?” Per tutta risposta i fascisti lo hanno preso e lo hanno portato via.

(Testimonianza da M. Coslovich, Storia di Savina, Mursia, Milano 2000, pp, 16-17)

Doc. 5
La Venezia Giulia nel 1920

La Venezia Giulia nel 1920

Rapporto tra tema e contesto

  • Confronta la cartina della Venezia Giulia presente nel Dossier con una cartina politica della zona precedente lo scoppio della Prima guerra mondiale. Che cosa è accaduto di quei territori? Quali nuovi confini sono stati stabiliti? Quali avvenimenti sono intervenuti per arrivare alla situazione del 1920?

  • Quali sono le differenze tra la situazione descritta nella cartina relativa al 1920 e la situazione attuale? Quali nuovi Stati vi appaiono?

Rapporto tra testo espositivo e documenti

Dopo aver letto con attenzione il doc. 1 e averlo confrontato con il testo espositivo individua le differenze tra quanto descritto dal documento con la situazione descritta nel testo. Ritieni verosimile che le cose siano andate proprio così?

Lavoro sui documenti

  • Nel doc. 1 individua i termini e le parole chiave che lo caratterizzano. Quale linguaggio viene utilizzato? Ti sembra un linguaggio ancora in uso? Il documento riporta una serie di termini in una lingua straniera. Di che lingua si tratta?

  • Che cosa descrive l’immagine del doc. 2? Riscontri delle differenze tra la descrizione del doc. 1 e questa immagine? Prova a descriverla con le tue parole.

  • Di quale realtà della Venezia Giulia parlano i documenti 3 e 4? È possibile collegare tra loro i due documenti? E quali i possibili collegamenti tra questi e il doc. 1?

Integrazione del testo

Arricchisci il testo con le notizie più importanti, che avrai ricavato dalla lettura attenta della documentazione raccolta nel dossier. Tieni presente anche le informazioni ricavate dalla cartina

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Dati articolo

Autore:
Titolo: Il fascismo di confine
DOI: 10.12977/nov74
Parole chiave: , , , ,
Numero della rivista: n. 4, giugno 2015
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , Il fascismo di confine, Novecento.org, n. 4, giugno 2015. DOI: 10.12977/nov74

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