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Colonialismo e tutela della razza

Copertina di «La difesa della razza», a. I, n. 1, 5 agosto 1938

Copertina di «La difesa della razza», a. I, n. 1, 5 agosto 1938

 

Testo per i professori

Colonialismo e tutela della razza

Esiste nel concetto stesso di colonialismo l’idea implicita dell’inferiorità delle popolazioni che abitano e governano le terre da predare. Nelle valutazioni che lo stato aggressore compie prima di intraprendere un’impresa coloniale, ci sono evidentemente considerazioni di carattere economico, politico, militare e strategico, ma a queste si affiancano di solito, a giustificazione dell’atteggiamento rapace, considerazioni di carattere antropologico, etnologico, sociologico, etico, pedagogico. Gli indigeni, ritenuti geneticamente e culturalmente inferiori, non avranno mai la possibilità di migliorare e di costruire una società evoluta. Solo l’intervento dall’esterno di un popolo superiore, in grado di organizzare il territorio, sfruttare le risorse, portare cultura e tecnologia potrà riscattare quei territori dall’arretratezza e civilizzare, nei limiti imposti dalla natura inferiore, quelle popolazioni.

Come asserisce Michele Nani (2006), “tutta la cultura europea del XIX secolo fu segnata dalla prospettiva del dominio planetario”, sostenuta da un intenso fiorire di studi etnografici e antropologici, ma anche neuropsichiatrici (Benevelli, 2010), che spesso analizzavano le caratteristiche delle “razze” o dei gruppi etnici non solo con rilevazioni antropometriche e comportamentali, ma anche in base alle patologie neuropsichiche che esprimevano con maggior frequenza e alle manifestazioni cui queste davano origine. Gli studi scientifici che in quegli anni si andavano compiendo diedero un determinante apporto alla legittimazione della politica coloniale europea e, in seguito, alla progressiva emanazione di norme e leggi razziali. Secondo Lombroso vi erano solo due razze, quella bianca e quella colorata, e solo alla prima era stato dato di attingere alla perfezione, mentre in seguito Leonardo Bianchi, in occasione di un suo studio sull’afasia, nella quale riscontrava la mancanza sia dei nomi che delle strutture grammaticali della frase, ma non delle immagini delle cose che rimanevano semplici e isolate (come potevano essere supposte in un cane o in una scimmia), paragonava questa primitività a quella delle lingue più antiche, ancora riscontrabile nei dialetti di alcune tribù africane e della Malesia (Bianchi, 1924, p. 51).

Non sono che due notissimi esempi. L’Africa, per molti studiosi europei, rappresentava dunque uno stadio primitivo dell’umanità, cristallizzato dalla oggettiva incapacità di evolvere, difetto che aveva radici nelle caratteristiche biologiche dei suoi abitanti. Era di uso corrente il parallelismo fra le capacità intellettive di un infante europeo e quelle di un adulto africano: “poco raziocinio e sentimento etico, forte sensualità, passionalità, volubilità, atto a imitare più che a creare” (Ruata, 1907, pp. 260-286).

“L’idea della superiorità europea si tradusse in una nuova ideologia del dominio, a cavallo fra nazionalismo e razzismo. Nel quadro della nuova percezione del rapporto fra Europa e resto del mondo sorta nel corso dell’età rivoluzionaria e napoleonica – osserva ancora Nani – si sviluppò una serie di rappresentazioni che presupponevano l’inferiorità dei non-europei: se talune pretendevano di dimostrarla scientificamente, la maggior parte, al di là degli argomenti impiegati, ne faceva discendere il diritto alla colonizzazione e all’autoritarismo. L’avvio dell’esperienza coloniale in Africa si può leggere in blocco come negazione dell’esistenza di civiltà locali. L’idea che le popolazioni autoctone fossero al di fuori della Storia e quindi andassero studiate da rami speciali del sapere (etnologia e antropologia) legittimava qualsiasi atteggiamento teso a introdurre elementi di progresso, sovente identificati con merci e mercati o con l’incedere degli eserciti europei. […] Il diritto all’auto-governo era perimetrato dal possesso dei requisiti della civiltà e generalmente ne erano esclusi i non-europei, come d’altronde, sia pur con le debite distinzioni e sfumature, le classi subalterne e le donne in patria”. (Nani, 2006)

Se questi potevano essere alcuni fra i presupposti che contribuivano alla definizione dell’alterità, esterna alle frontiere geografiche, facile da individuare come potenziali nemica, in altro modo si poneva il problema quando ad essere “altri” erano individui che vivevano e intrattenevano relazioni sul suolo patrio, come gli ebrei o i nomadi in Italia, o gli indigeni nel territorio italiano delle colonie africane. Si trattava qui di costruire dei confini non geografici, ma culturali – e non meno invalicabili – che tracciassero chiare gerarchie e agissero sulla separazione razziale e sul controllo sessuale.

Una lunga e accesa contrapposizione caratterizzò i rapporti fra le due principali scuole di pensiero che si occupavano della definizione delle caratteristiche delle razze, una biologista, l’altra nazionalista. La prima, che propendeva per l’eugenica ereditarista (mendeliana), considerava i tratti di una razza non soggetti a cambiamenti, fossero essi di carattere fisico o psichico: la razza aveva caratteristiche di immutabilità e i tipi etnici erano ritenuti “immortali” fintanto che vivevano puri (Cassata, 2006, pp. 220-270). La seconda, il razzismo ambientalista di ispirazione lamarckiana, riteneva invece che le peculiarità della razza fossero da ricercare nella sinergia uomo-ambiente, tanto che lo stesso progresso umano avrebbe dimostrato l’inadeguatezza di una concezione esclusivamente biologistica: le divergenze razziali fisiche si ritenevano determinate in gran parte dalle diversità degli ambienti naturali.

Gli studi nelle due direzioni conobbero in Italia una improvvisa accelerazione nel 1938, con l’avvio della campagna razziale. Nonostante le manifeste divergenze, esse convergevano su due punti cardine della politica mussoliniana: la lotta contro il meticciato e l’emarginazione degli ebrei (Raspanti, 2001). Nessuna discussione invece sulla inferiorità delle popolazioni africane, sulla quale tutti convergevano e sulla quale, in base agli stereotipi più diffusi sull’indolenza dei neri, Lidio Cipriani nel 1935 poteva affermare: “puntare alla ‘civilizzazione’ degli africani è quindi un obiettivo sbagliato perché impossibile: le sorti del continente africano sono legate alla presenza degli europei, i soli capaci di metter piede in una civiltà dei cui vantaggi anche i neri possono usufruire nella misura in cui accettano quella collaborazione subordinata cui sono razzialmente predestinati” (Cipriani,1935)

Naturalmente forti le implicazioni di questi atteggiamenti razziali nella vita e nel rapporto fra colonizzatori e popolazione indigena nelle colonie italiane, dove una delle principali preoccupazioni del regime era quella di evitare il meticciato. Il regime fascista desiderava fondare nei nuovi domini un particolare modello di colonialismo, un sistema sociale che unisse la colonizzazione demografica, attuata attraverso l’emigrazione di grandi masse contadine, ad altre forme di sfruttamento economico delle nuove terre. Le colonie avrebbero dovuto diventare l’Italia d’oltremare, dotate di tutti gli elementi produttivi della madrepatria. Gli emigranti italiani avrebbero portato in Africa la propria civiltà ed avrebbero tenuto coeso il tessuto di quelle terre con l’Italia, in una relazione di reciprocità, secondo il modello imperiale dell’antica Roma. Le autorità avrebbero dovuto applicare il massimo rigore nella selezione delle qualità politiche, morali, familiari e sanitarie degli aspiranti coloni per consentire la creazione di una popolazione civile sana, vitale e feconda, capace di svilupparsi secondo le classiche virtù civili degli antichi romani (Podestà, 2004)

Gli anni dal 1935 al 1941 in Africa orientale, e fino al 1943 in Libia, furono gli anni in cui si registrò il maggior afflusso di italiani nelle colonie africane. La questione del meticciato era divenuta centrale, non solo per le dimensioni del fenomeno, ma per il significato simbolico che rivestiva; il tema occupava larga parte della letteratura razzista europea ed aveva ampio spazio negli studi di psichiatria. Se prima della proclamazione dell’impero i rapporti fra colonizzatori e colonizzati erano in qualche modo tollerati, per quanto non incoraggiati (erano ad esempio accettati rapporti di madamato, in quanto limitavano le possibilità di diffusione delle malattie a trasmissione sessuale ed erano facilmente rescindibili), ed era teoricamente possibile anche il rilascio della cittadinanza italiana ai meticci che avessero cultura italiana, “l’enfasi posta dal fascismo imperiale sulle differenze razziali cambiò radicalmente la prospettiva perché il meticciato apparve la testimonianza di una commistione che indeboliva il dominio dei colonizzatori e minacciava la loro integrità antropologica: il bianco che arrivava a stabilire una relazione coniugale con un’indigena appariva perduto per la propria razza. […] L’immagine rigidamente biologica del meticcio divenne l’icona negativa, il bersaglio simbolico e reale attorno al quale costruire il nuovo corso del razzismo coloniale fascista e accompagnò ogni discorso di propaganda fin dai primi opuscoli per i lavoratori che durante la guerra si trasferirono nella colonia. (Benevelli, 2010, pp. 34-35)

Per arginare i pericoli di una contaminazione che avrebbe potuto diventare dilagante, era anzitutto necessario dimostrare che gli italiani appartenevano alla razza ariana, anzi, che esisteva una razza italiana pura, non modificata dai popoli che avevano in epoche diverse attraversato e occupato la penisola, in nome della quale alzare gli scudi contro ogni forma di contaminazione. In secondo luogo era necessario creare e diffondere capillarmente una cultura razzista che ponesse una barriera culturale, morale e psicologica nella ricerca di relazioni con altre razze. Fu questo il compito principale della rivista «La difesa della razza» pubblicata quindicinalmente dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943 dalla casa editrice Tumminelli di Roma.

Erano da subito ben chiari gli scopi ed i temi trattati all’interno delle pagine, suddivise in tre sezioni: Scienza, Documentazione e Polemica. Sul primo numero, l’editoriale del direttore Telesio Interlandi, affiancato dal segretario di redazione Giorgio Almirante, sottolineava il progetto educativo, pedagogico, e “scientifico” che avrebbe sostenuto la costruzione e la definizione del “problema razziale” in Italia, mentre contestualmente si pubblicava nella sezione “Scienza” il Manifesto degli scienziati razzisti, inizialmente firmato da dieci studiosi allineati con il regime e in seguito sottoscritto da altri 180 sostenitori. Nel 1940 la rivista pubblicò un numero speciale dedicato al meticciato, proponendo la traduzione degli studi delle massime autorità del razzismo dell’epoca.

La distribuzione del periodico avveniva per abbonamento e ne era favorita la diffusione nelle scuole. Una cura particolare era dedicata alla grafica, di grande impatto comunicativo. L’immagine della prima copertina fu ripetuta sulle successive in forma di logo; rappresentava “i tratti dei volti delle tre razze umane: la ariana, la semitica e la camitica. Visi che venivano disegnati e separati fra loro: da una parte la razza ariana che assumeva le fogge di una statua romana, e dall’altra parte la razza camitica, personificata da una testa africana, a cui era affiancata quella semitica, rappresentata da una scultura con i tratti stilizzati di una caricatura. L’analisi dettagliata delle tre forme di razza e delle loro caratteristiche peculiari erano ben tracciate negli articoli interni nei quali tutti si scagliavano contro la popolazione ebrea ed erano concordi nell’affermare che qualunque cosa fossero le razze, esse andavano tenute ben separate le une dalle altre, per evitare ogni forma di ibridazione”. (Baglio, 2013)

L’aggressività comunicativa della rivista era evidentissima, sia nelle immagini, sia nella titolazione di articoli come I bastardi (1938, n. 1, nel quale si accompagnava il testo con immagini sgradevoli dei “frutti dell’immondo ibridismo” e del “rovinoso antirazzismo”, riferito ai francesi), L’incrocio con gli africani è un attentato contro la civiltà europea (1938, n. 6), Il prestigio della razza è la salvaguardia dell’Impero (1938, n. 5), I bastardi di Rehobot, (1940, n. 10), Il problema dei meticci in Europa (1941, n.1), Il meticciato delitto contro Dio, (1941, n. 8). Naturalmente non era l’unico periodico a occuparsi del problema razziale; sia a scopi puramente propagandistici, sia mascherati da studi scientifici, i problemi della definizione delle razze con la puntuale descrizione delle caratteristiche somatiche, neuropsichiatriche e antropologiche erano tema comune a molta stampa dell’epoca. Non meno puntuale ed aggressiva la normativa in materia di meticciato, scandita da una serie successiva di provvedimenti sempre più restrittivi.

Se la legge 6 luglio 1933, n. 999 o Legge organica per l’Eritrea, ammetteva la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana per il meticcio, a salvaguardia della sua parte bianca, non prima di avere compiuto indagini relative alla ricerca della razza, il R.D. L. 19 aprile 1937, n. 880 convertito con modificazione dalla Legge 30 dicembre 1937, n. 2590 proibì la relazione di indole coniugale tra un cittadino italiano e un suddito dell’AOI, disponendo la reclusione da uno a cinque anni del cittadino italiano secondo la ratio che, essendo di razza superiore, fosse da addebitare a lui (o a lei) la colpa della trasgressione. La norma colpiva le convivenze aventi carattere di stabilità ritenendo che da esse, piuttosto che da rapporti puramente occasionali, derivasse una lesione alla integrità della razza. Il RDL 1728 del 17 novembre 1938, Provvedimenti per la difesa della razza italiana, diede ufficialmente inizio non solo alla campagna antisemita, ma ad un quadro più ampio di discriminazioni che comprendevano anche le popolazioni assoggettate delle colonie. La L. 29 giugno 1939, n. 1004 Sanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi dell’Africa italiana vietò il matrimonio con individui di razza camitica, semitica e altre razze non ariane. Successivi decreti vietarono la frequentazione dei quartieri e dei pubblici esercizi indigeni e ordinarono l’espropriazione dei fabbricati contigui alle abitazioni dei dominatori. Fu introdotto il reato di lesione del prestigio della razza, comprendente i matrimoni misti e la frequentazione di persone e locali indigeni; furono inoltre inasprite le pene comuni quando il reato comportasse un abbassamento del prestigio della razza. La L. 13 maggio 1940, n. 822, Norme relative ai meticci abolì completamente la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana per tutti gli abitanti indigeni dell’AOI, ma anche per le italiane maritate a sudditi, a tutti i figli di africani, ai bambini di sangue misto o di genitori ignoti, agli indigeni che prestassero servizio militare o civile presso l’amministrazione dell’AOI (cfr. Benevelli, 2010, pp. 57-59).

La normativa, per quanto restrittiva nell’esercizio dei diritti e prescrittiva nella severità delle pene, da sola non poteva ottenere quel consenso ampio e quella collaborazione popolare, sia in patria sia nelle colonie, atti a costituire una barriera ideologica e psicologica indelebile, di matrice razzista, alle relazioni interculturali e sociali con le popolazioni indigene o di razza inferiore. Una convinzione profonda e radicata si poteva ottenere solo con una adeguata “educazione” capace di formare un intero popolo di ariani dominatori. Il regime fascista non si lasciò sfuggire alcuna occasione per somministrare continue dosi di razzismo attraverso tutti i canali e in tutte le occasioni: dalla stampa alle scuole di ogni ordine e grado, dalla propaganda diretta o indiretta al cinema e alla radio, alla cartellonistica e alla pubblicità, dalla musica ai discorsi pubblici ai prodotti di consumo utilizzati dalla intera società. Anche i media apparentemente più innocenti dovevano instillare nei cittadini, sia a livello consapevole sia attraverso la via dell’inconscio, soprattutto fra i meno “attrezzati” a smascherare gli strumenti della persuasione occulta, l’idea della virile grandezza della razza italica. Persino le donne, relegate in patria nell’unico ruolo di mogli e madri, procreatrici di numerosa figliolanza forte e sana, atta a rinvigorire le fila di un popolo fiero e combattente, potevano trovare nelle colonie un ruolo centrale di fattiva collaborazione alla costruzione della patria d’oltremare.

Bibliografia

Ruata, Le malattie mentali della razza negra, in «Giornale di psichiatria clinica e tecnica manicomiale», 1907.

L.Bianchi, Trattato di Psichiatria, Napoli, Idelson, 1924

Cipriani, Un assurdo etnico: l’impero etiopico, Firenze, Bemporad, 1935

Landra, La patologia del meticciato, in «Rassegna sociale dell’Africa italiana», 1940, 257-261.

Israel, P. Nastasi, Scienza e natura nell’Italia fascista, Bologna, Il Mulino, 1998

Giacanelli, Tracce e percorsi del razzismo nella psichiatria italiana della prima metà del Novecento, in Nel nome della razza, a cura di A. Burgio, Bologna, il Mulino, 1999

Raspanti, “Noi nobile razza ariana”. Giosuè Carducci e il mito ariano, in «Razzismo e modernità», 2001, 1, pp. 26-55.

Labanca, Oltremare, Bologna, Il Mulino, 2002

Labanca, P.L. Venuta, Bibliografia della Libia coloniale (1911-2000), Firenze, Olschki, 2004

Mantovani, Rigenerare la società. L’eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni Trenta, Catanzaro,Rubettino, 2004

Cassata, Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia, Torino, Bollati Boringhieri, 2006

Nani, Ai confini della nazione, Roma, Carocci, 2006

Pisanty, La difesa della razza. Antologia 1938-1943, Milano, Bompiani, 2006

Cassata, La difesa della razza, Torino, Einaudi, 2008

Loré, Antisemitismo e razzismo ne “La Difesa della Razza” (1938-1943), Catanzaro, Rubettino, 2008

Benevelli, La psichiatria coloniale italiana negli anni dell’Impero (1936-1941), Biblioteca di antropologia medica, 7, Corte dell’Idume (Le), Argo, 2010

Risorse on line

  1. Baglio, Educare all’odio. La difesa della razza 1938-1943, (ampia recensione del libro di V. Pisanty, 26 genn. 2013), in www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o37289:e1
  2. L.Podestà, L’emigrazione italiana in Africa Orientale, 2004, in www.ilcornodafrica.it/rds-01emigrazione.pdf
Testo per lo studente

Il fascismo e le razze

La gravità delle discriminazioni che colpirono gli ebrei e la successiva immane tragedia della Shoah hanno catalizzato l’attenzione della maggioranza degli studi sulle leggi razziali in relazione alla “questione ebraica”, lasciando un poco in ombra la pur nota e grave questione delle discriminazioni razziali nei confronti degli abitanti delle colonie dell’Africa Orientale Italiana (AOI) e del vero e proprio accanimento contro i meticci, i figli nati dalle unioni miste. Un sostanziale contributo alla legittimazione della discriminazione era venuto dal mondo della scienza, e in particolare dalla schiera degli scienziati razzisti (medici, genetisti, neuropsichiatri, antropologi, criminologi) che finalizzavano le loro ricerche alla dimostrazione dell’inferiorità delle altre razze rispetto a quella ariana, che avrebbe pertanto dovuto rimanere pura e incontaminata per conservare la propria superiorità e la propria egemonia sul sud del mondo. Per far questo, gli italiani e le italiane dovevano essere opportunamente “educati” attraverso tutti i canali possibili: giornali e periodici, libri, manifesti, scritte sui muri, filmati e programmi radiofonici, programmi scolastici, attività sportive e ricreative, piccoli oggetti o documenti di uso quotidiano: ovunque dovevano comparire frasi e simboli che ricordavano agli italiani il loro dovere di essere orgogliosamente fascisti e quindi razzisti. Accanto alle esortazioni dal significato evidente, si nascondeva un sottobosco di sollecitazioni occulte di carattere psicologico, attentamente studiate, che facevano leva sulle antiche paure, sui pregiudizi e sui sentimenti popolari più diffusi per inculcare la diffidenza, la presa di distanza, la mancanza di considerazione per chi non aveva la pelle bianca. In molti di questi materiali propagandistici, la dignità delle persone di colore veniva completamente calpestata ed in modo particolare le donne, ritenute anche in patria inferiori e sussidiarie all’uomo, erano vittime delle peggiori manifestazioni del machismo fascista.

Materiali per lo studio di caso

I materiali proposti per lo studio di caso sono costituiti da immagini e testi. Si propongono alcune significative copertine del periodico «La difesa della razza» inerenti principalmente il problema del meticciato e un manifesto di propaganda razzista della RSI del 1943. Seguono una serie di cartoline umoristiche del pittore Enrico De Seta prodotte nel 1935-36 ad uso delle truppe italiane, dove è evidente la considerazione di inferiorità degli indigeni africani, e soprattutto delle loro donne. Infine si propongono due testi tratti da un libro utilizzato per la formazione delle donne che si sarebbero recate in Africa e la recensione di uno studio scientifico tendente a dimostrare l’inferiorità della “razza nera”.

  1. Copertine di quattro numeri della rivista «La difesa della razza»

Si propongono quattro copertine del più noto periodico italiano con intenti dichiaratamente razzisti, «La difesa della razza», pubblicato fra il 1936 e il 1941. Uno dei temi più frequentati fu l’avversione al meticciato, da combattere in tutti i modi attraverso l’educazione razzista della popolazione e con il supporto di noti scienziati, genetisti e neuropsichiatri. La grafica accurata della copertina costituisce un testo misto, verbale e iconico, di notevole interesse per la capacità di sintetizzare in immagini, capaci di catturare l’attenzione di tutti, messaggi aggressivi e inequivocabili, adatti ad essere fissati nella memoria. L’immagine della prima copertina fu replicata sui primi quattro numeri, poi divenne un piccolo logo che accompagnò tutte le uscite della rivista.

  1. Manifesto propagandistico della RSI del 1943

La produzione di manifesti in epoca fascista fu particolarmente copiosa. Affissi ai muri, i manifesti costituivano un modo semplice per raggiungere tutti con messaggi di propaganda politica e culturale di regime. Molti manifesti furono disegnati da importanti artisti, grafici e pittori, ed esibivano qualità grafiche notevoli, strumentalizzate ai fini propagandistici. Dietro la proposta di messaggi chiari e semplici, si nascondevano spesso messaggi occulti più profondi, rivolti all’inconscio, finalizzati alla costruzione del consenso o, come in questo caso, dell’odio razziale.

  1. Serie di cartoline umoristiche del pittore Enrico De Seta ad uso delle truppe italiane dell’Africa Orientale (1935-36)

Enrico De Seta disegnò una serie di otto cartoline satiriche che furono fatte circolare nel 1935-36 tra le truppe italiane impegnate in Etiopia. Il tratto garbato dell’artista e l’apparente sorriso non fanno alcuno sforzo per celare la cruda sicumera e il machismo del pensiero fascista; gli africani sono rappresentati senza alcun tratto di dignità: le donne sono merce da comprare, vendere, conquistare o spedire e gli uomini sono paragonati alle prede animali dei cacciatori e agli insetti: non hanno forza, né intelligenza, né capacità. Abbandonate le giustificazioni civilizzatrici, l’italiano è presentato come un soggetto che si reca in Africa perché può trovare a buon prezzo tutto ciò che gli manca in Europa: sesso, prestigio, potere.

  1. Nozioni coloniali per le donne 1

L’Istituto fascista dell’Africa Italiana organizzava corsi per la preparazione adeguata delle donne italiane che, opportunamente selezionate, erano sollecitate a recarsi nelle terre del neo costituito Impero mussoliniano. Tratto dal volume Nozioni coloniali per le organizzazioni femminili del Partito nazionale fascista, Trento, 1939, si propone un passo nel quale vengono chiaramente delineate la preoccupazione del regime per il problema del meticciato e l’opinione diffusa sulle caratteristiche psicologiche dei mezzosangue.

  1. Nozioni coloniali per le donne 2

Ancora tratto dalle Nozioni coloniali per le organizzazioni femminili del Partito nazionale fascista, Trento, 1939, un passo relativo al ruolo delle donne italiane in Africa, esempi di intelligenza e di virtù e deterrenti per le unioni miste. L’enfasi con cui si esalta il contributo delle donne, anche attraverso il lavoro, alla costruzione dell’Italia d’oltremare appare del tutto strumentale in rapporto alla scarsa considerazione di cui godevano in patria, relegate nel ruolo di madri e mogli in condizioni di subalternità.

  1. Alcune riflessioni su biologia e razza

Sull’«Archivio italiano di scienze mediche coloniali» del 1928, Umberto Cesarano recensì un articolo di Harold Benjamin Fantham (1877-1937) pubblicata sul «South African Journal of Science» nel dicembre 1927 e intitolato Some thoughts on biology and race. L’autore era uno zoologo inglese, due volte vincitore del premio Darwin, docente dal 1917 a Johannesburg e dal 1933 alla Mc Gill University di Montreal, dove morì. In Sud Africa fu presidente dell’Associazione per il progresso delle scienze. L’articolo, nel quale traccia un raccapricciante profilo del meticcio, raccoglieva i contenuti della conferenza tenuta in occasione del 25° Congresso annuale dell’Associazione a Salisbury. Meriterebbe una riflessione il fatto che a occuparsi di caratteristiche delle popolazioni africane e meticce sia uno zoologo.

Dossier

Doc. 1

Copertine della rivista «La difesa della razza»

 

Copertina di «La difesa della razza», a. I, n. 1, 5 agosto 1938

Copertina di «La difesa della razza», a. I, n. 1, 5 agosto 1938

 

Copertina di «La difesa della razza», a. I, n. 4, 20 settembre 1938

Copertina di «La difesa della razza», a. I, n. 4, 20 settembre 1938

 

 Copertina di «La difesa della razza», a. II, n. 11, 5 aprile 1938

Copertina di «La difesa della razza», a. II, n. 11, 5 aprile 1938

 

    Copertina di «La difesa della razza», a. IV, n. 3, 20 febbraio 1940

Copertina di «La difesa della razza», a. IV, n. 3, 20 febbraio 1940

Doc. 2

Manifesto di propaganda razziale

 

Doc. 3

Enrico De Seta, Serie di cartoline umoristiche disegnate ad uso delle truppe italiane dell’Africa Orientale, Milano, Edizioni d’Arte Boeri, 1935-36

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 3a. Al mercato cartolina_a

 3b. Ufficio postale cartolina_b

 3c. Civilizzazione cartolina_c

3d. Esercito abissino cartolina_d

3e. La moretta innamorata cartolina_e

3f. Armamenti cartolina_f

3g. Fotografia ricordo dell’Africa Orientale cartolina_g

Doc. 4

Nozioni coloniali per le donne italiane 1

“La colonizzazione italiana in Africa Orientale, mettendo a contatto grandi masse di lavoratori e di soldati con la popolazione indigena, ha reso oggi per l’Italia di grandissima importanza il problema di tutelare la purezza della nostra razza evitando gli incroci con le genti negre. […]

Nell’Impero dell’A.O.I. la possibilità dell’incrocio fra Italiani e indigeni si presenta invece gravissima, tanto più che alla morale della quasi totalità delle donne indigene non ripugna concedersi temporaneamente agli europei. Gli inconvenienti a cui si andrebbe incontro se si lasciasse piena libertà ai bianchi di accoppiarsi con le donne di colore […] sono di vario ordine (sociale, igienico, demografico, politico, ecc.), ma possono brevemente riassumersi così:

  1. avvicinamento dei dominatori europei ai sudditi indigeni, e quindi minor rispetto di questi per i primi;
  2. pericolo di diffusione delle malattie da cui sono affetti quasi tutti gli indigeni e che acquistano particolare violenza se trasmesse dai negri ai bianchi;
  3. pervertimento e abbruttimento dei bianchi in seguito alla convivenza con persone di razza e mentalità inferiore;
  4. allontanamento del colono dai suoi doveri famigliari rispetto all’Italia e alle donne italiane, con conseguente diminuzione delle nascite;

procreazione di meticci, i quali, essendo generalmente poco amati dai genitori a cui ricordano un peccato e disprezzati dagli stessi indigeni, conducono una vita infelice e finiscono col rappresentare un elemento di disordine e un pericolo sociale. […]

Il Governo Fascista, non appena conquistato l’Impero, ha immediatamente voluto provvedere, partendo da questi principi scientifici che furono enunciati dal Ministro dell’Africa Italiana:

L’accoppiamento con creature inferiori non va considerato solo per l’anormalità del fatto fisiologico e neanche soltanto per le deleterie conseguenze che sono state segnalate, ma come scivolamento verso una promiscuità sociale: conseguenza inevitabile nella quale si annegherebbero le nostre migliori qualità di stirpi dominatrici. Per dominare gli altri occorre imparare a dominare se stessi. Questo devono ricordare e devono volere gli Italiani tutti, dai più umili ai più alti […]

La creazione di una casta meticcia, con caratteri fissi, in cui da alcuni si è voluto vedere un utile intermediario, è un’utopia politica e sociale. Tutti concordano nel giudicare che il meticciato è una dolorosa piaga, una sorgente di infelici e spostati, spiacenti a dominati e dominatori, cause di irrequietudine e di debolezza per la compagine coloniale.

Ecco perciò i principi a cui si ispira la politica fascista per la tutela della razza in Africa:

  • Separazione netta ed assoluta tra le due razze
  • Collaborazione senza promiscuità
  • Umanità nella considerazione degli errori passati
  • Severità implacabile per gli errori futuri.

La Legge fascista sulla razza è diretta a preservare, anche sul territorio nazionale, la purezza della razza ariana, a cui la stirpe italica ha l’orgoglio di appartenere, preservandola dall’inquinamento del sangue semitico o d’altre razze inferiori.”

Da: Nozioni coloniali per le organizzazioni femminili del Partito nazionale fascista, Trento, 1939, pp. 112-116, a cura di Luigi Benevelli, 2014

 Doc. 5

Nozioni coloniali per le donne italiane 2

È evidente che la politica di difesa della razza potrà dirsi veramente riuscita solo quando si sarà risolto il problema della donna in Colonia.

Il problema non consiste esclusivamente nella soddisfazione degli istinti sessuali dell’uomo. Se così fosse non difficile riuscirebbe la soluzione. Ma, in Africa più che altrove, […] la donna ha la funzione sociale di essere, innanzi tutto, la compagna dell’uomo nel senso più alto e più nobile dell’espressione.   […] Le donne possono, per un certo ordine di lavori, trovare utilmente impiego in Africa come dattilografe, telefoniste, contabili, insegnanti, ecc. […] E il prestigio della donna in colonia potrà ancora essere accresciuto ove si provveda a inviare solo elementi sceltissimi e in nessun caso le naufraghe della vita. . […] I più insigni antropologi nostri hanno dimostrato che l’elemento conservatore del sangue è la donna, vincolo e quasi simbolo della continuità della razza. La donna come depositaria delle caratteristiche etniche, è capace di equilibrare persino e neutralizzare, nella generazione, gli elementi decadenti o inferiori del maschio, e quindi è in grado di risanare le generazioni nuove. […]

Bisogna evitare un eccessivo commercio dei nostri bambini con quelli indigeni: a parte che il bianco deve sempre sapersi tenere a un livello di gran lunga superiore, sta il fatto che la troppa promiscuità costituisce un pericolo permanente di contrarre malattie infettive numerose e gravi. Il bianco stia da sé: è questione di decoro e di igiene.

Da Nozioni coloniali per le organizzazioni femminili del Partito nazionale fascista, Trento, 1939

  1. 117-19, 164 passim, a cura di Luigi Benevelli, 2014

 Doc. 6

Alcune riflessioni su biologia e razza

“Vi sono in Africa molte tribù di colore, che possono raggrupparsi in Neri e bantù. Nei lunghi secoli di loro soggiorno indisturbato in Africa non ci hanno lasciato queste razze alcun ricordo materiale e morale della loro vita, dando la più chiara manifestazione del loro livello intellettuale e della loro capacità. È quindi erroneo curarne l’educazione come si fa per i bianchi: vi si oppongono considerazioni di innate differenze che potrebbero definirsi come la loro eredità ghiandolare.

Keith è d’opinione che il color nero della cute e le fattezze generali siano regolate dallo sviluppo di ghiandole endocrine, come le surrenali, la tiroide e la pituitaria, le cui variazioni di struttura e di produzione di ormoni sarebbero anche causa di differenza di temperamento. Ed infatti chi è imparziale, facilmente s’accorge che l’uomo ibrido è instabile, ha minore intelligenza del bianco, ma più del negro, ed è discaro all’uno e all’altro. Il negro è inadatto alla vita di città e, quando vi è impegnato in lavori, deve essere la sua presenza controllata dalle autorità municipali. È preferibile occuparlo nei lavori terrieri. L’A. insiste perché i ragazzi siano nelle scuole avviati agli studi della biologia degli animali inferiori e delle loro relazioni con la vita umana, specie nei riguardi della trasmissione delle malattie. La vita di molti animali riesce istruttiva con lo spettacolo offerto di comunità, divisione di lavoro, disciplina, subordinazione ad uno scopo unico, abitudini di vita. Lo studio degli animali ci fa comprendere l’armonia della natura; ogni individuo che ne vuole sortire , vive artificialmente e cade ogni civilizzazione che non abbia il suo fondamento nelle leggi naturali. Spetta al biologo la ricerca delle relazioni fra gli animali inferiori e l’uomo che possono influire sullo sviluppo della razza. […]

Una branca della biologia è l’eugenetica, di cui è stato istituito un corso a Johannesburg e a Pretoria, in connessione con l’Università. Essa è utile per prevenire molte miserie e sofferenze sorreggendo materialmente e finanziariamente quelle famiglie i cui membri si presentino meglio costituiti dal lato fisico, morale e mentale e che saranno futuri esponenti direttivi della razza. Il biologo è chiamato a studiare in ogni ragazzo le sue attitudini speciali, per svilupparle adeguatamente ed orientarle, in pari tempo provvedendo a soffocare fin dove è possibile, qualche esistente tara ereditaria, e a selezionare gli elementi migliori cui è dovuta la conservazione della specie. […]

La biologia è la base di quella scienza che ha per fine gli aspetti sociali della vita. Probabilmente col tempo vedremo che la filosofia e la religione saranno reinterpretate nella forma scientifica di ricerche biologiche, come già sta facendo qualche Pastore. La natura è ben lontana dalle meschinità delle vedute parrocchiali e politiche; essa ha degli ideali comuni con la religione e c’insegna a praticare la cooperazione per il bene della razza, la subordinazione delle inclinazioni personali all’interesse comune, lo sviluppo delle relazioni amichevoli, il rispetto mutuo delle piccole differenze esistenti fra gli individui, l’unione nelle cause comuni.

Da: U. Cesarano, recensione dell’articolo di H. B. Fantham Some thoughts on biology and race, in «Archivio italiano di scienze mediche coloniali», 1928, pp. 360-364, a cura di Luigi Benevelli

Attività didattica

La proposta didattica si articola in due moduli di un’ora ciascuno, il primo focalizzato sul razzismo verso i neri e la considerazione degli africani quale razza inferiore, il secondo centrato sul problema del meticciato. L’insegnante, in base al tempo disponibile e alle necessità didattiche, può scegliere di utilizzarne uno oppure tutti e due. Contestualizzazione e Sintesi e relazione con il testo sono comuni a entrambi i moduli.

Contestualizzazione

  • Con l’aiuto di un atlante storico individua l’Africa Orientale Italiana (AOI) e i territori che la componevano.
  • Aiutandoti con il manuale, stendi una sintetica cronologia delle principali tappe (un elenco dei fatti più importanti dal più antico al più recente) della conquista dell’AOI

Lavoro sui documenti, modulo A

  • Leggi il documento n. 6, sottolinea con due colori diversi le caratteristiche fisiche, psicologiche e comportamentali che l’autore attribuisce ai meticci e ai neri. Poi spiega brevemente perché l’autore ritiene che non si debba curare l’educazione degli africani
  • Nel gruppo di documenti n.3 (serie di cartoline umoristiche), osserva le vignette n. 3c, 3f, 3g e descrivi per ciascuna il contenuto. Trova tre aggettivi per rappresentare le caratteristiche fisiche, psicologiche e comportamentali del militare italiano e tre aggettivi per i soldati indigeni. Sotto alle vignette 3f e 3g scrivi quale situazione evoca ciascun disegno e a cosa sono paragonati gli africani.
  • Leggi il documento n. 5 (Nozioni coloniali per le donne italiane 2), sottolinea e trascrivi quali sono le funzioni sociali che la donna italiana è chiamata a svolgere nella colonia e quali caratteristiche deve possedere.
  • Nel gruppo di documenti n. 3 (serie di cartoline umoristiche), osserva le vignette 3a, 3b, 3d, 3e, poi descrivi brevemente il contenuto di ciascuna. Rifletti e scrivi: Come è considerata la donna africana? Quale è l’atteggiamento dei militari italiani?

Lavoro sui documenti, modulo B

 

  • Leggi il documento n. 4 (Nozioni coloniali per le donne italiane 1) e sottolinea le caratteristiche negative attribuite ai meticci. Con un altro colore sottolinea i provvedimenti che il fascismo ritiene idonei a eliminare (o almeno a contenere) il problema del meticciato.
  • Osserva il gruppo di documenti n. 1 (copertine di «La tutela della razza») e per ciascuna copertina scrivi una breve descrizione dell’immagine e del messaggio che intende trasmettere
  • Osserva attentamente la copertina 1a. È la copertina del primo numero della rivista ed è stata utilizzata per le prime quattro uscite del periodico. In seguito, le copertine sono cambiate, ma l’immagine della prima è stato rimpicciolito e usato come logo su tutte le successive. Spiega perché.
  • Osserva il documento n. 2 (manifesto RSI 1943), racconta brevemente la scena e il significato della frase che compare sotto. Quale è l’invito rivolto agli italiani? Oltre il messaggio esplicito, quale è il messaggio di carattere generale che si vuole trasmettere rappresentando un aggressore nero?
  • Confronta il manifesto con le copertine della rivista «La tutela della razza» e trova con quale di queste trova delle analogie. Spiega quali e perchè.

Relazione con il testo

Rileggi il testo e metti fra parentesi, accanto alle seguenti affermazioni, l’indicazione del documento o dei documenti che le sostengono:

  • vero e proprio accanimento verso i meticci
  • un contributo alla legittimazione delle discriminazioni era venuto dal mondo delle scienze
  • (la razza ariana) avrebbe dovuto rimanere pura e incontaminata
  • gli italiani dovevano essere educati […] a essere razzisti
  • sollecitazioni occulte […] che facevano leva sulle antiche paure
  • la mancanza di considerazione per chi non aveva la pelle bianca
  • le donne erano vittime delle peggiori manifestazioni del machismo fascista

Alla luce di quello che hai imparato, scegli il documento che hai trovato più interessante, descrivilo, spiegalo e commentalo

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Dati articolo

Autore:
Titolo: Colonialismo e tutela della razza
DOI: 10.12977/nov78
Parole chiave: , , , ,
Numero della rivista: n. 4, giugno 2015
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , Colonialismo e tutela della razza, Novecento.org, n. 4, giugno 2015. DOI: 10.12977/nov78

INDICI

n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO

Iniziative didattiche della rete INSMLI