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L’impatto traumatico della Shoah: rimozione, ripetizione, e attività elaborativa del pensiero

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Agli inizi di febbraio 2017 una nota compagnia telefonica lancia uno spot, trasmesso dalle maggiori emittenti televisive, radiofoniche e dal web, in cui Oscar Farinetti, presidente di un’altrettanta famosa azienda di ristorazione, annuncia orgogliosamente: «Ecco perché mi piace dimenticare il passato e ricordarmi solo del futuro»1. Tale compagnia telefonica risulta essere la più popolare tra gli adolescenti, i quali rappresentano uno dei target principali non solo di molti messaggi pubblicitari ma anche delle pratiche educative riguardanti la memoria della Shoah. A pochi giorni dal vortice di trasmissioni in tv, radio ed internet sul ricordo del genocidio ebraico in Europa, il pubblico riceve dunque in misura copiosa un messaggio del tutto opposto, nel pieno rivelarsi di un funzionamento scisso da parte della società. Come se si vivesse a livello individuale e comunitario secondo una modalità “a compartimenti stagni”, si possono notare le ambiguità, le fratture, le contraddizioni tra i propositi e i fatti, come emerge palesemente non solo da questo caso ma anche da quello macroscopico di un’Unione Europea che da una parte commemora e dall’altra respinge e resta indifferente alla sorte e alla morte dei profughi e dei migranti del XXI secolo.

Confine Slovenia/Croazia, 11 novembre 2015 (Credits: Panorama, Olycom)

Confine Slovenia/Croazia, 11 novembre 2015 (Credits: Panorama, Olycom)

Un evento traumatico non elaborato: la rimozione

La Shoah costituisce un evento traumatico della storia europea, evidentemente poco elaborato, come appare oggi dalla riproposizione coattiva di alcune sue premesse (il razzismo, l’antisemitismo, la deumanizzazione). Secondo la teorizzazione psicoanalitica freudiana, la coazione a ripetere, del rimettere in atto, rappresenta infatti un principio cardine del trauma irrisolto.

Legando la dimensione del ricordo a quella del pensiero, della consapevolezza, dell’identità e della responsabilità individuale, Hannah Arendt scrive:

Se mi rifiuto di ricordare, in effetti, mi trasformo in una creatura pronta e predisposta a compiere qualsiasi atto – così come se dimenticassi immediatamente il dolore, mi trasformerei in una creatura dotata di un coraggio sconsiderato. […] Per gli esseri umani, pensare  a cose passate significa muoversi nella dimensione della profondità, mettere radici e acquisire stabilità, in modo tale da non essere travolti da quanto accade – dallo Zeitgeist, dalla Storia, o semplicemente dalla tentazione.2

Riedizione e riproposizione

Il concetto di trauma si lega dunque a quello di rimozione e dimenticanza, di oblio identitario (come quello auspicato dalla pubblicità sopra citata), nella misura in cui la traccia di un evento soverchiante permane come corpo estraneo nella vita psichica individuale e collettiva, privo di rappresentazione e significazione a livello di coscienza. È presente concretamente ma senza essere visto in profondità. Non si è consapevoli dei suoi nessi e delle sue implicazioni, cioè della sua origine e delle sue caratteristiche, e proprio perché non padroneggiato coscientemente esso può essere facilmente “rieditato”, cioè riproposto.

Indifferenza e dimenticanza

Le ragioni della dimenticanza, tuttavia, non scaturiscono solo dal trauma ma anche dalla convenienza (come è accaduto nel caso delle responsabilità italiane nella persecuzione ebraica) e dall’indifferenza. Lo sottolinea Günther Anders ragionando sulle reazioni del popolo tedesco alla visione di Holocaust, la miniserie televisiva statunitense che nel 1979 sdoganò a livello di coscienza popolare, dopo anni di latenza, la cognizione del genocidio degli ebrei europei:

Qui non si tratta solo di un’incapacità di ricordare […]; l’incapacità va invece datata molto tempo prima: furono già incapaci di vivere come orrore l’indicibile che mettevano in atto o di cui erano testimoni, di percepire e considerare l’orrore come orrore. Non solo non ci sono ricordi ma non ci sono nemmeno traumi. Furono indifferenti o si assuefecero all’indifferenza. Comunque, se non c’è ferita è inutile che si formi la crosta.3

Al momento attuale l’Unione Europea, sorta dalle ceneri del secondo conflitto mondiale, pare muoversi in una zona a rischio d’oblio, dove in generale le stesse attività commemorative presentano il carattere della ripetizione e della routinizzazione, rivelando in questa esasperata ritualità un profondo scollamento tra la forma e la sostanza.

(Credits: Der Spiegel)

(Credits: Der Spiegel)

Materiale traumatico associato alla memoria della Shoah

Per capire quali potrebbero essere gli effetti di contenuti potenzialmente traumatici legati al ricordo della Shoah, è utile riferirsi all’esperienza personale di Susan Sontag, quando da ragazzina vide per la prima volta alcune immagini riguardanti i campi di Bergen-Belsen e di Dachau:

Niente di ciò che ho visto dopo – in fotografia o nella realtà – mi ha colpito così duramente, profondamente, istantaneamente. Mi sembra addirittura plausibile dividere la mia vita in due parti, prima di vedere quelle fotografie (avevo allora dodici anni) e dopo, anche se dovevano trascorrere alcuni anni perché ne comprendessi appieno il significato. Ma a che cosa servì vederle? Erano soltanto fotografie, di un evento di cui avevo appena sentito parlare e sul quale non potevo avere alcuna influenza, di sofferenze che riuscivo a stento ad immaginare senza che potessi fare niente per alleviarle. Ma quando guardai quelle fotografie, qualcosa si spezzò. Avevo raggiunto un limite, e non era solo quello dell’orrore: mi sentii irrevocabilmente afflitta e ferita, ma una parte di me cominciò anche a indurirsi; qualcosa si spense; qualcosa piange ancora.4

Cesura traumatica ed azione elaborativa del pensiero

A dodici anni – l’età in cui oggi si comincia a essere pienamente coinvolti nelle attività commemorative – Sontag è soverchiata da ciò che vede, anche perché non protetta da un adeguato schermo concettuale ed interpretativo: descrive il “colpo”, l’impatto, evidenziando la cesura traumatica, cioè lo squarcio che si produce nel senso di continuità dell’esperienza («è possibile dividere la mia vita in due parti», «qualcosa si spezzò»), il senso di impotenza, la difficoltà di immaginazione, lo spasmo emotivo («afflitta e ferita», «qualcosa si spense; qualcosa piange ancora») che non evolve nella declinazione rappresentativa del piano di coscienza. Sontag utilizza il termine «irrevocabile», come se l’effetto di queste immagini fosse stato devastante e irreversibile, creando una disgregazione interna che verrà sanata solo in parte e successivamente attraverso l’azione significante ed elaborativa del pensiero.

Fossa comune, Bergen-Belsen, aprile 1945 (immagine ripresa dall'esercito inglese)

Fossa comune, Bergen-Belsen, aprile 1945 (immagine ripresa dall’esercito inglese)

Distanziamento emotivo, desensibilizzazione e assuefazione

In tal senso, lavorare sul ricordo della Shoah significa anche tener conto dei meccanismi difensivi dell’apparato psichico, alla ricerca di un equilibrio tra emozione e pensiero, impatto traumatico e riparazione. Ad esempio, il ricorso reiterato a materiale visivo di natura violenta, che mostra la Shoah senza spiegarla, in un moto circolare che non approda ad una dimensione di senso, può provocare assuefazione, saturazione, desensibilizzazione e negazione, cioè un distanziamento emotivo ed intellettuale che lascia poco spazio alla conoscenza e che molto ne concede invece a contenuti banalizzati, edulcorati e consolanti, facilmente digeribili e sopportabili5. La ripetitività e il cosiddetto «alzare la posta» nella drammaticità o sensazionalità delle immagini – processi che vengono citati dalla stessa Sontag6 – evidenziano da un lato l’inevitabile innalzarsi della soglia necessaria a provare “qualcosa” e dall’altro il meccanismo coattivo dello shock traumatico, «che porta a vederne altre, e altre ancora»7 al fine di dominarlo. Non avere consapevolezza degli effetti di una tale esposizione, possibili qualora sia assente una adeguata cornice conoscitiva, può avere conseguenze dannose: il processo di comprensione potrebbe non raggiungere estensione né profondità, e il far leva sull’emotività per stimolare la curiosità e l’interesse potrebbe in realtà interromperli sul nascere. «Le immagini fotografate della sofferenza, […] non rafforzano necessariamente la coscienza o la capacità di avere compassione. Possono anche corromperle».8

Il Giorno della Memoria tra ripetizione ed elaborazione

Nel tempo presente, come evidenziato da numerose critiche rivolte alle modalità di celebrazione del Giorno della Memoria9, questa ricorrenza sembra svolgersi secondo un principio di ripetizione piuttosto che di elaborazione. Per capire le implicazioni di questo fenomeno, è utile considerare come la psicologia generale descrive i meccanismi retrostanti al formarsi dei ricordi: la reiterazione permette di tenere un’informazione, come un numero telefonico, a mente fino a quando serve, ripetendola dentro di sé e rilasciandola nell’oblio una volta cessato questo atto. L’elaborazione consente invece di conservarla in memoria molto più a lungo, stabilendo delle connessioni di senso, ad esempio legando ciascun numero ad un significato, ad un evento o ad un luogo in particolare  (si consideri l’antico metodo dei loci). Anche se non la si ripete meccanicamente, l’informazione permane ed è possibile recuperarla. Si può dedurre, dato l’evidente automatismo e l’assenza di approfondimento che accompagna molte attività commemorative, che se si cessasse oggi di celebrare il Giorno della Memoria, il ricordo dello sterminio ebraico verrebbe perso da molti in  brevissimo tempo.

Foglio di calendario per il 27 gennaio

Foglio di calendario per il 27 gennaio


Immagini slegate da nessi ermeneutici e dalla realtà

Senza l’intervento del pensiero, dello studio riguardante i fattori politici, economici, culturali, sociali e psicologici retrostanti all’attuazione della Shoah, le immagini, non solo documentaristiche ma anche cinematografiche, pur importanti e indispensabili perché aiutano a “presentificare l’assenza”10, a colmare il vuoto e la cesura – come sottolinea Didi-Huberman, «un’immagine spesso appare dove manca la parola»11 – potrebbero configurarsi come rappresentazioni prive di profondità, slegate da nessi ermeneutici, di carattere temporale e causale, il cui mantenimento in memoria si impernia su un fondo labile, di natura esclusivamente emotiva, una fiamma isolata e avulsa da una rete cognitiva di conoscenza e comprensione, che non permette di stabilire legami con il presente né tantomeno di sviluppare attenzione ed empatia verso i diseredati e i perseguitati di cui sono dense le cronache attuali: le immagini «diventano meno reali»12, riverberando questo effetto sugli stessi fatti che rappresentano. Inoltre si corre un rischio di “fissità”, rigidità, e di aderenza mimetica all’immagine, elevando sconsideratamente la soglia di percezione di disumanità: si preparano gli individui a reagire ai profili dei camini e ai mucchi di cadaveri, ma non alla violenza dei fattori che ne preparano la strada.

L’esperienza emotiva e sensoriale nei siti della memoria

Secondo Adorno, la sensazione di ripugnanza provata di fronte alle immagini delle cataste dei cadaveri nei campi di sterminio può essere utile ad un processo di rifondazione dell’etica, poiché si viene rimandati «all’insopportabile dolore fisico dell’altro»13, e per identificazione al proprio. Tuttavia tale proposito presenta alcuni aspetti di problematicità, dato che il disgusto provoca anche distanziamento, mentre la sua elaborazione a partire dall’esperienza corporea produce un vissuto più profondo di ribellione, che si oppone alla distruzione dei corpi e delle soggettività14. Come evidenziato da Patrizia Violi in Paesaggi della memoria, attualmente moltissimi musei e «siti del trauma»15 fanno leva sull’effetto sensoriale di suoni e immagini per coinvolgere il visitatore e condurlo ad una piena identificazione con la vittima. Tuttavia, questo processo si svolge spesso senza l’accompagnamento di guide sufficientemente esplicative, producendo dunque un’esperienza in cui si vede e «si “sente” moltissimo ma si capisce pochissimo»16, contribuendo a fomentare quel processo distanziante e coattivo cui si faceva prima riferimento

United States Holocaust Memorial Museum - Museum and Visitor Center

United States Holocaust Memorial Museum – Museum and Visitor Center

La «pedagogia shock dell’orrore»17: la visita agli ex campi di sterminio

Il rischio di esporre gli studenti a stati di eccessiva attivazione emotiva, apatia, distacco, difficoltà di comprensione si verifica anche nel caso dei viaggi verso gli ex campi di sterminio qualora essi non siano preceduti da un’accurata preparazione conoscitiva e non siano seguiti da un lavoro di riflessione di carattere elaborativo. Le adunate di studenti in partenza, raccolti per il saluto da parte delle istituzioni, sono talvolta caratterizzate da un clima da convention politica. Nell’ambito di una ricerca condotta su alcuni studenti scozzesi tornati da una visita ad Auschwitz, emergono resoconti come «sono stato fisicamente male a causa dell’emozione», «non potevo tenere dentro di me quello che stavo vedendo. All’inizio, quando sono tornato a casa, sono stato bene, ma poi, nei giorni successivi, tutto ciò ha cominciato a fare scherzi alla mia testa»18. Analogamente, un quarto degli studenti di un gruppo austriaco in visita a Mauthausen ha manifestato preoccupazioni di ordine psicologico, mentre la metà era inorridita per il gran numero di persone assassinate e la crudeltà messa in atto19. In Israele le valutazioni psichiatriche compiute su studenti di ritorno da un viaggio studio negli ex campi di sterminio polacchi hanno evidenziato l’emersione di disturbi psichici di una certa entità e una sofferenza psicologica diffusa20.

I correlati traumatici legati allo studio del genocidio ebraico non sono stati ancora sufficientemente esplorati e costituiscono un problema rilevante, che rende necessaria una maggiore attenzione alla elaborazione delle emozioni e all’organizzazione delle visite e dello spazio dei luoghi memoriali, evitando una cosiddetta «pedagogia shock dell’orrore»21.

Studentesse e studenti di una scuola superiore di Liverpool in visita ad Auschwitz, novembre 2016

(Credits: www.liverpoolecho.co.uk)

(Credits: www.liverpoolecho.co.uk)

Per concludere: la necessità di uno studio approfondito

L’esposizione alla quantità pressoché illimitata di filmati e immagini, che trova il suo acme il 27 gennaio di ogni anno, in una sorta di «martedì grasso dell’etica»22, spesso sostituisce l’analisi  approfondita e la ricerca dei nessi. Chi si occupa di trasmettere la conoscenza della Shoah dovrebbe considerare che la ricezione dei contenuti può accompagnarsi ad una difficoltà di rappresentazione su cui occorre soffermarsi, tentando di ovviarla, attraverso uno sforzo elaborativo ed immaginativo che conferisca un senso ai frammenti emotivamente carichi o spenti dispersi a livello psichico (lo «shock dell’inintelligibile» di cui parla Adorno23).

Affrontare questo studio richiede pertanto conoscenza dal punto di vista storico, ricordando la Shoah non nei termini della retorica celebrativa e della edulcorazione dei contenuti, ma attraverso il dispiegamento di un quadro esplicativo, rendendo conto delle dinamiche storiche, ideologiche, politiche, sociali e individuali che hanno condotto al genocidio ebraico, non esaltando le vittime (la cui morte, come sottolinea Levi, non ha nulla di eroico, bensì di desolante24), ma soffermandosi anche sui carnefici, sulle azioni da loro compiute, sul vuoto di coscienza ed empatia degli individui comuni, trasformatisi in quelle particolari circostanze in autori di massacri, e sulla rimozione delle responsabilità nazionali. L’elaborazione delle emozioni e la loro trasformazione in rappresentazioni dotate di senso costituisce un passaggio fondamentale e anche meno problematico qualora sia presente una solida cornice interpretativa, da modellare ovviamente in base all’età e alle preconoscenze possedute dalle studentesse e dagli studenti.

Riferimenti bibliografici

Bion W. R., A theory of thinking, in “International Journal of Psycho-Analysis, n.43/1962.

Browning C. R., Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi, Torino 2004.

Darley J.M.-Glucksberg S.-Kinchla R. A., Psicologia, trad. it. di M. Riccucci, il Mulino Bologna 1993.

Freud S., Tecnica della psicoanalisi, a cura  di E. Luserna e C. L. Musatti, trad. it., Bollati Boringhieri, Milano 1976.

Freud S., Introduzione alla psicoanalisi, trad. it. di M. Tonin Dogana, E. Sagittario, Bollati Boringhieri, Torino 2012.

Freud S., Al di là del principio del piacere, a cura di A. Civita, trad. it., Mondadori, Milano 2007.

Hilberg R., La distruzione degli ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di F. Sessi e G. Guastella,  Einaudi, Torino 1999.

Levis Sullam S., I carnefici italiani. Scene del genocidio degli ebrei, 1943-1945, Feltrinelli, Milano 2015.

Mantegazza R., Nessuna notte è infinita. Riflessioni e strategie per educare dopo Auschwitz, FrancoAngeli, Milano 2012.

Recchia Luciani F. R., La Shoah spiegata ai ragazzi, il melangolo, Genova 2014.

Todorov T., Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, trad. it. di R. Rossi, Garzanti, Milano 2004.


Note

1    Si veda lo spot “Ready Business”

2    H. Arendt, Responsabilità e giudizio, a cura di J. Kohn, trad. it. di D. Tarizzo, Einaudi, Torino 2010, p. 81.

3    G. Anders, Dopo Holocaust, 1979, trad. it. di S. Fabian, Bollati Boringhieri, Torino 2014, p. 37.

4    S. Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, trad. it. di E. Capriolo, Einaudi, Torino 2004, pp. 18-19.

5    Si veda F. R. Recchia Luciani-C.Vercelli (a cura di), Pop Shoah? Immaginari del genocidio ebraico, il melangolo, Genova 2016.

6    S. Sontag, Sulla fotografia, cit., pp. 18-19.

7    Ivi, p. 19.

8    Ibidem.

9    Si veda E. Loewenthal, Contro il giorno della memoria, add editore, Torino 2014.

10       Si veda F.R. Recchia Luciani, La presenza di un’assenza: immaginare la Shoah e comprendere l’estremo con Hannah Arendt e Primo Levi, in N. Mattucci-A. Rondini (a cura di), Hannah Arendt e Primo Levi. Narrazione e pensiero, Pensa MultiMedia, Lecce 2013.

11     G. Didi-Huberman, Images in Spite of All, The University of Chicago Press, London 2008, p. 26. Trad. mia.

12       S. Sontag, Sulla fotografia, cit., p. 19. Su questo tema si veda anche N. Mattucci, Shoah tra riproducibilità e immaginazione, in F. R. Recchia Luciani-C. Vercelli (a cura di), Pop Shoah?, cit.

13       J.M. Bernstein, Adorno. Disenchantment and Ethics, Cambridge UP, New York 2001, p. 386, in O. Ombrosi, Il crepuscolo della ragione. Benjamin, Adorno, Horkheimer e Levinas di fronte alla Catastrofe, Giuntina, Firenze 2014,  p. 106.

14       Per questa disamina si veda O. Ombrosi, Il crepuscolo della ragione, cit., pp. 106-108.

15       P. Violi, Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia, Bompiani, Milano 2014, p. 20.

16       Ivi, p. 9.

17       Ivi, p. 143.

18       P. Cowan-H. Maitles, “We saw Inhumanity Close Up”. What Is Gained by School Students from Scotland Visiting Auschwitz?, in «Journal of Curriculum Studies», 43-2, (2011), pp. 163-184. Trad. mia.

19      H. Bastel et al., Holocaust Education in Austria: A (Hi)story of Complexity and Ambivalence, in «Prospects», 40-2,  (2010), pp. 289-306.

20       A. Mimouni-Bloch et al., The mental health consequences of student “Holocaust memorial journeys”, in «Australasian Psychiatry», 21-4, (2013), pp. 326-328

21       Vedi nota 15.

22     F. Loiacono, Freud e l’umanità che si schiera con la morte, “The Post Internazionale”, www.tpi.it, 31 gennaio 2017.

23      Cfr. R. Clifton Spargo-R. M. Ehrenreich (ed.), After Representation? The Holocaust, Literature, and Culture, Rutgers University Press, New Brunswick 2010, pp. 8-9.

24      Cfr. P. Levi, Opere, a cura di M. Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, passim.

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Dati articolo

Autore:
Titolo: L’impatto traumatico della Shoah: rimozione, ripetizione, e attività elaborativa del pensiero
DOI: 10.12977/nov154
Parole chiave:
Numero della rivista: n. 7, febbraio 2017
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , L’impatto traumatico della Shoah: rimozione, ripetizione, e attività elaborativa del pensiero, Novecento.org, n. 7, febbraio 2017. DOI: 10.12977/nov154

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