Rivista dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

L’Italia repubblicana

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Abstract

L’Autore traccia un ampio quadro d’insieme dei passaggi più significativi della storia dell’Italia repubblicana dal secondo dopoguerra fino agli anni piu recenti. Si evidenziano i meriti dei partiti di massa nell’inclusione di larghi strati della cittadinanza nella costruzione della democrazia repubblicana e insieme i limiti nella capacità di governare il complesso passaggio da paese rurale a paese industriale tra speranze di cambiamento e contraddizioni sociali. Viene infine tratteggiata la crisi del sistema dei partiti tra la fine degli anni ottanta del Novecento e la difficile transizione verso nuovi equilibri politici e istuzionali ancora in atto.

Firenze, Summer School Insmli 2016. Italia repubblicana: 70 anni di storia da insegnare, 29-31 agosto 2016. Relazione introduttiva L’Italia repubblicana[1] Guido Crainz (Università di Teramo)

29 Dec 1971, Rome, Italy --- Senators and Deputies fill the flag-draped Chamber of Deputies to witness President Giovanni Leone (standing at second highest row of desks facing deputies) take the oath of office. --- Image by © Bettmann/CORBIS

29 Dec 1971, Rome, Italy — Senators and Deputies fill the flag-draped Chamber of Deputies to witness President Giovanni Leone (standing at second highest row of desks facing deputies) take the oath of office. — Image by © Bettmann/CORBIS

Con quali domande guardare ai settant’anni della Repubblica? Con quali convinzioni, con quali dubbi? In questi settant’anni non si succedono in realtà sette decenni ma tre mondi. L’Italia che esce dalla guerra è ancora largamente rurale, ma dalla fine degli anni cinquanta prende avvio, nel vivo del “miracolo economico”, un’Italia prevalentemente industriale. Essa declina già nel corso degli anni ottanta e già allora stabilimenti storici come il Lingotto della Fiat o la Pirelli Bicocca lasciano il posto a uffici, centri culturali, Università. E inizia a delinearsi il nostro presente: economie, culture, universi della comunicazione, nuove forme della politica.

Il succedersi di tre mondi dunque. Con conseguenze immediate in tutti i campi, e si pensi solo al rapporto fra la società e la politica. I partiti che nascono alla caduta del fascismo sono profondamente radicati in quella Italia, lontanissima da quella che irrompe di lì a poco, e già negli anni del “miracolo economico” Giorgio Bocca annotava:

“i partiti costruiscono ormai sulle sabbie mobili (…) inseguono in affanno un popolo che sta cambiando gusti, abitudini, aspettative politiche”.

Ed eravamo solo negli anni sessanta. Tre mondi:e diventa obbligatorio dunque un uso a tutto campo delle fonti, da quelle d’archivio alle canzoni, dalla pubblicità al cinema, dal design alla stampa,dalla letteratura all’arte

Quanto siamo cambiati nel corso di questa storia? Come si è passati dalla società sofferente ma vitale del dopoguerra -capace di risollevarsi dalle macerie e protagonista poi di uno sviluppo straordinario- all’Italia di oggi? Spesso spaesata, confusa, incerta di se stessa. Per rispondere a domande come questa è necessario riflettere a fondo sui valori o sui disvalori della nostra modernità, così come ha preso corpo negli anni del “miracolo economico” e poi nelle mutazioni degli anni ottanta: due passaggi decisivi, densi di trasformazioni profonde e di distorsioni altrettanto profonde.

Inoltre come si è passati da un sistema dei partiti cui si affidava sostanzialmente con fiducia la società del dopoguerra alla crisi profonda di quel sistema? La crisi è avvertita già all’inizio degli anni ‘70: presente in alcune riflessioni dello stesso Moro ; decisiva nel modo con cui Pannella rifonda il Partito radicale, lottando contro i “partiti di regime”, oltre che per i diritti civili; avvertita nelle riflessioni di intellettuali come Enzo Forcella, che nel 1974 scrive amaramente:

“Per quanto rozza, inefficiente, corrotta, la attuale classe politica è insostituibile: odiata e disprezzata dovrà pur essere difesa”.

La corda si spezzerà, come è noto, anche perché negli anni ‘80 esplode ovunque la crisi dei partiti basati sull’appartenenza e sulla militanza, e in Italia si aggiungono fenomeni di corruzione e di degrado della politica senza paragone con altri paesi europei.

Tre mondi, dunque, e per più versi la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni 80 segnano uno spartiacque più generale. Nella mia Storia della Repubblica. L’Itallia dal 1945 ad oggi (Donzelli, 2016) ho scandito il percorso lungo questi tre mondi in 5 capitoli, di cui vi anticipo i titoli perché è il percorso che seguirò anche oggi : 1) Un intenso e tormentato dopoguerra; 2) Un miracolo non governato, giunge fino ai fermenti della fine degli anni ‘60; 3) Fra tragedie, speranze e culture del passato: gli anni ‘70 come biennio a due volti (violenze e riforme) e segnato al tempo stesso dalla fine della “età dell’oro” dell’Occidente; 4) La grande mutazione degli anni ‘80; 5) Il crollo e le derive.

Un intenso e tormentato dopoguerra

Un’Italia devastata e al tempo stesso viva. Carlo Levi ha descritto così Milano subito dopo la Liberazione: “trovammo la città in rovine ma le strade erano piene di una folla esuberante, curiosa e felice.”. E ancora Carlo Levi evocava in un altro libro il Mezzogiorno che aveva conosciuto nel suo confino in Lucania: un mondo lontanissimo, “serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato”. Sarà lungo e duro il dopoguerra italiano. E’ eloquente l’ Inchiesta parlamentare sulla miseria dei primi anni cinquanta ma lo sono anche due altri tipi di documenti: a) I documentari di Vittorio De Seta sul Sud degli anni ‘50: ci riconsegnano “un eterno che stava per perire”; b) i documentari di Ermanno Olmi per la Edison,che voleva magnificare l’espandersi della modernità idroelettrica: ci portano in paesi di montagna arcaici, fra modi di lavorare e volti antichi. Si vedano l’ “Europeo” di Arrigo Benedetti o le fotografie de “Il Mondo” di Pannunzio. Si guardino le pubblicità stesse, o la rubrica “Bellezza” dell’ Europeo”: consiglia infusi di ortiche e bosso per i capelli, spazzoline rotonde insaponate contro le rughe, o la “nuova cura di bellezza” proposta dalla Palmolive: “massaggiarsi spesso con la schiuma del sapone”. Sulle canzoni vi soffermerete a lungo, a me piace perfino quella che si ispira a una piccola moto della Ducati, presentata nel 1945 : “Se vuoi venir con me/ ti porterò sul Cucciolo/ il motorino è piccolo/ ma batte come il mio cuor”. Nel 1946 nasce la Vespa della Piaggio e in quell’anno le moto sono ancor meno delle automobili, 100.000 e 150.000: quasi nulla a fronte di 3 milioni di biciclette, ma un grande film di Vittorio De Sica ci ricorda che anche queste ultime erano un miraggio per molti.

Non vi erano solo arretratezze storiche, in quel dopoguerra: eravamo un paese sconfitto che aveva introdotto il fascismo in Europa, e sono terribilmente vere le parole di De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi: “io so che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”(lo confermeranno le vicende dell’Istria e di Trieste).

E’ in questo quadro che dobbiamo “costruire democrazia” dopo vent’anni di fascismo ed essa non era un concetto scontato, allora, né per il Partito comunista né per la Chiesa di Pio XII. Non lo era per il Pci, ove un gruppo dirigente segnato dallo stalinismo era chiamato a costruire un partito di massa nazionale e democratico, secondo le indicazioni di Togliatti (e le resistenze non mancarono). Un partito cui affluivano strati sociali, culture, speranze le più diverse e le più radicali: poche centinaia di iscritti nel 1943, oltre due milioni nel 1947. Ma la democrazia non era un concetto scontato neppure per la Chiesa di Pio XII, più vicino semmai alla Spagna di Franco o al Portogallo di Salazar. In quel quadro De Gasperi deve costruire un partito che abbia sì il sostegno del Vaticano ma non dipenda interamente da esso; che raccolga i fermenti più vivi del mondo cattolico ma sappia al tempo stesso coinvolgere, per usare le sue parole, “le masse grigie, pigre, lente”. Per contrapporle alle sinistre, certo, ma anche per sottrarle all’influenza del qualunquismo e dei residui del fascismo: per conquistarle alla democrazia. Un compito immane su entrambi i versanti e se consideriamo la situazione di partenza cogliamo appieno il grande ruolo pedagogico svolto dai partiti in quella Italia. Due testimonianze, ad evocare quel clima. Quaranta anni dopo, quando era Presidente della camera Nilde Iotti ha ricordato la “furia” con cui la madre si preparò il 2 giugno del 1946 per andare al seggio appena si fosse aperto: “mi potrebbe capitare qualcosa”, diceva. E Miriam Mafai ha ricordato la sua campagna elettorale del 1948 nei paesini dell’Abruzzo, in piazze in cui non vi erano donne (“ascoltano dietro i vetri”, le dicevano i compagni). Solo in un paese è circondata da un gruppo di donne che vuole parlarle, raccontarle molte cose, ma di quel dialetto molto stretto lei non capisce nulla: e come avrebbero allora capire quel che lei avrebbe detto? Da qui si partiva, e molte parti del paese iniziarono a “parlarsi” anche così.

Si aggiungano le divisioni della Guerra fredda, e capiremo meglio allora lo straordinario senso dello Stato dei partiti impegnati a scrivere la Costituzione in modo condiviso anche dopo la rottura politica del 1947. Presero corpo in quel clima le due grandi realtà politiche che avrebbero segnato per decenni la vita della Repubblica, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, e la contrapposizione fra questi due poli ridusse drasticamente il peso di altre realtà. Ridusse anche lo spazio del Partito socialista, e si dissolse presto il Partito d’Azione. Qualcosa di fecondo ci è venuto a mancare per la troppo debole presenza di un polo laico: proprio perchè il laico -per dirla con Norberto Bobbio- ha sì il dovere di entrare nella lotta politica ma anche quello di “non accettare i termini della lotta così come sono posti. Ha il diritto di discuterli, di sottoporli alla critica della ragione”. Questo ci è mancato, ma lo sguardo non si fermi alla politica. Non capiremmo appieno la rinascita del paese se non ricordassimo l’enorme fermento intellettuale di allora: quella “gran smania di raccontare”, per dirla con Italo Calvino, che attraversava letteratura, arti e cinema, anche oltre la straordinaria stagione del neorealismo; quel diffondersi di giornali vitalissimi, grandi e piccoli; quel sorgere di istituzioni e centri culturali, dal “Piccolo Teatro” milanese di Paolo Grassi e Giorgio Strehler all’Istituto per gli studi storici fondato a Napoli da Benedetto Croce.

E’ stata presente anche nella storiografia una domanda cresciuta nelle ansie di rinnovamento degli anni sessanta e settanta: perchè sull’onda della Resistenza non si fece di più? Perchè non si riuscì a costruire una democrazia più avanzata? A distanza di anni quella domanda va forse rovesciata e siamo portati semmai a interrogarci sul vero e proprio miracolo che fu compiuto. Nonostante e oltre le asprezze e i condizionamenti della guerra fredda, che frenarono a lungo un reale rinnovamento di istituzioni e apparati plasmati dal fascismo (quella “continuità dello Stato” analizzata con grande finezza da Claudio Pavone).

Un “miracolo non governato”

Si comprenderà meglio allora il balzo in avanti degli anni sessanta, quando la distensione internazionale venne a coincidere con una modernizzazione del paese che intrecciava strettamente crescita economica, rinnovamento culturale e politico ed estensione dei diritti.

Mutò volto l’Italia, nel crollare del mondo rurale: in dieci anni il reddito nazionale quasi si raddoppia e quello individuale lo segue da vicino. L’Italia partecipa al positivo trend internazionale con uno slancio ancor maggiore, inserendosi di forza fra le grandi nazioni dell’Occidente. Proprio l’arretratezza di partenza, inoltre, amplifica l’impatto del boom: la soddisfazione di bisogni primari (in primo luogo alimentari) avviene assieme all’irrompere di nuovi consumi: televisori, frigoriferi, lavatrici, mentre dilagano moto e vespe, cinquecento e seicento. Si discusse molto allora sull’eccessivo peso dei nuovi consumi, considerati talora come un lusso, ma si legga la lettera a un settimanale di una impiegata:

“sto tutto il giorno a battere sulla macchina da scrivere e alla sera comincia un’altra giornata di lavoro fra fornelli e mastello del bucato. Avessi almeno una lavatrice o un frigorifero, per poter cucinare per due o tre giorni: in questo modo è tutta la mia vita che va in fumo”.

Più in generale consumi e media intervengono ora per la prima volta nel “fare gli italiani”, nel modellarli e plasmarli, affiancandosi agli attori tradizionali: lo Stato e le sue istituzioni (a partire dalla scuola), i partiti, i sindacati, e così via. Processo inevitabile, ma non era inevitabile che i nuovi attori conquistassero un ruolo sempre più determinante, nel sostanziale deperire dei soggetti istituzionali.

Sullo sfondo vi sono mutamenti centrali nella geografia sociale del paese, con i colossali spostamenti di popolazione di quegli anni. Si vedano le prime immagini di Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, con lo spaesamento della famiglia Parondi, appena giunta dalla Lucania, nella grande stazione di Milano: con quella madre avvolta nello scialle nero che le lascia scoperto solo il volto (il chador del suo tempo e della sua cultura). E si vedano le immagini de La dolce vita di Fellini, con quella voglia di vivere e al tempo stesso con quel disincanto, se volete quella malinconia che talora suggerisce. Ha scritto anni dopo Antonio Tabucchi: allora pensavo di vivere un nuovo Rinascimento ma Fellini aveva già intuito la decadenza che sarebbe venuta.

Si intrecciarono allora i processi più diversi, e basti dare uno sguardo all’anno di inizio del boom, il 1958: per la prima volta gli operai sono più numerosi dei contadini, entra in vigore la Comunità economica europea, è inaugurato il primo tronco dell’Autostrada del sole. Ha un enorme successo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, che avvia una riflessione nuova sulla nostra storia nazionale, mentre irrompono anche da noi blue jeans e rock’n roll, annunciando una delle grandi novità del Novecento: l’affermarsi dei giovani come nuovo soggetto della storia, nello scolorire di antiche distinzioni di classe e di ceto. E un vero cambio d’epoca è annunciato dalla morte di Pio XII e dal pontificato di Giovanni XXIII: quell’anziano papa lo inaugura visitando i carcerati di Regina Coeli e lo concluderà con le innovazioni del Concilio Vaticano II e con quella grandissima enciclica che è la Pacem in terris.

Un grande mutamento, dunque, e nel corso di esso si confrontarono modi diversi di essere italiani: si diffusero indubbiamente percorsi di arricchimento poco rispettosi di regole e vincoli, ma ad essi si contrapponevano robusti anticorpi collettivi: nel radicamento di partiti e sindacati, nelle solidarietà sociali presenti in vaste aree del paese (dalle “regioni rosse” al Veneto bianco), nelle nuove culture del mondo giovanile. Un processo aperto a esiti diversi, dunque, che chiamava in causa direttamente la politica: esposta anch’essa a tensioni differenti.

Un vasto dibattito intellettuale precedette la breve stagione del centrosinistra realmente riformatore, segnata dalle lucide intuizioni di Ugo La Malfa, di Riccardo Lombardi e altri sulla necessità di sanare insieme vecchi e nuovi squilibri del Paese, e di “programmare” il nostro futuro. Una stagione troppo presto interrotta dalla dura opposizione dei potentati economici e poi dal minaccioso “tintinnar di sciabole”-per dirla con Pietro Nenni- del Piano Solo del generale De Lorenzo. Misure profondamente innovative vennero varate, e si pensi solo alla Scuola media unica e obbligatoria, altre vennero ridimensionate in corso d’opera o seccamente affossate: così fu per la riforma urbanistica, la cui assenza lasciò il campo al dilagare delle devastazioni di città e litorali (e rafforzò l’incultura dell’abusivismo in tutti i campi). Vi fu così una grande trasformazione non governata. Uno sviluppo senza guida destinato ad accrescere le tensioni di una società che stava mutando velocemente ma aveva di fronte a sé istituzioni arcaiche. Un mutamento a due velocità, dunque: e le tensioni esplosero in primo luogo nella scuola, investita dalla scolarizzazione di massa ma sorda alle domande dei giovani, sempre più sensibili ai nuovi fermenti culturali ed etici (una canzone come Dio è morto di Francesco Guccini racconta bene l’ “incubazione culturale” del ‘68) Le tensioni esplosero al tempo stesso nelle fabbriche, ove il “miracolo economico” si era retto su di una contraddizione stridente: da un lato l’aumento vertiginoso della produzione e dei profitti, dall’altro salari bassissimi, ritmi di lavoro e orari massacranti, arbitri quotidiani. Una contraddizione sempre meno tollerabile per giovani sradicati spesso dalla loro terra ma anche culturalmente più preparati, grazie all’espandersi dell’istruzione di base ma anche alle nuove forme della cultura di massa (lo avvertiva già allora Umberto Eco). Conflitti sociali e politici si radicalizzarono, come avvenne anche altrove: da noi le tensioni si drammatizzarono anche per le resistenze durissime, talora feroci, al rinnovamento; per l’intrecciarsi di un neofascismo eversivo e di pulsioni antidemocratiche presenti negli stessi apparati dello stato. Il 12 dicembre del 1969 la strage di Piazza Fontana a Milano ci introduce traumaticamente negli anni settanta.

Fra tragedie e speranze, culture del passato e declino dell’età dell’oro

Anni ancora difficile da comprendere, gli anni settanta, segnati da processi opposti. Da un lato l’enorme lacerazione dei due terrorismi che lo hanno devastato (deformati figli, in entrambi i casi, di ideologie del passato): l’eversione fascista e stragista prima, e poi gli “anni di piombo” delle Brigate rosse e di altri gruppi di sinistra. Un trauma profondo: centinaia di vittime, nel succedersi di stragi e attentati, ma non vi è solo questo negli anni 70. Vi è anche una stagione di riforme senza precedenti: dal divorzio al diritto di famiglia e sino alla regolamentazione dell’aborto(su questi temi crebbe il movimento femminista, il più fecondo di quel decennio). E poi: dalla istituzione delle Regioni a quella del referendum, e sino alla abolizione di norme e codici ereditati dal fascismo e ancora perduranti. E poi la riforma carceraria e quella sanitaria, o la legge Basaglia sugli ospedali psichiatrici; l’abbassamento del voto a 18 anni, l’introduzione del servizio civile ed altro ancora. Una stagione straordinaria eppure alla lunga distanza alcuni dei suoi frutti ci appaiono segnati da contraddizioni e da limiti che ci aiutano a riflettere anche sul nostro presente. A dirla in modo schematico, quelle riforme funzionano bene quando hanno una attuazione diretta ed iniziano invece ad avere difficoltà quando richiedono l’agire di istituzioni rinnovate(penso alla riforma carceraria e alla stessa legge Basaglia); e aprono la via anche ad effetti negativi quando è necessaria la mediazione dei partiti. Si pensi alla riforma sanitaria, che pose fine ad una grande arretratezza ed iniquità sociale: essa vide però riproporsi antiche distorsioni e sprechi per l’immediata lottizzazione politica delle sue strutture. Si pensi alle Regioni, che avrebbero dovuto superare i guasti del centralismo italiano e diventare strumento di decentramento e di rinnovamento democratico. Se fosse stato realmente così ci saremmo evitati molti danni successivi ma troppo spesso -ha osservato Pietro Scoppola- gli spazi di autonomia sono stati sottoposti alle “logiche del centralismo partitico”: una “clonazione partitica della democrazia”, per dirla con Flores e Gallerano, che ha stravolto il decentramento.

Si intrecciarono così arretratezze antiche delle istituzioni e il progressivo incepparsi del sistema dei partiti, incapaci di un rinnovamento reale e attraversati anche da altri processi: nel 1974 lo scandalo delle tangenti petrolifere porta alla luce per la prima volta un vero e proprio “sistema della tangente”, con regole fisse (non casi isolati di corruzione ma la corruzione come metodo). Sono di allora i primi allarmi per la salute della “Repubblica dei partiti”, e si pensi anche all’industria di stato, ove crescenti pratiche clientelari appannano ogni spinta progettuale e fanno dilagare l’indebitamento pubblico. Un indebitamento sempre meno sostenibile: in tutto il mondo occidentale la crisi petrolifera del 1973 annuncia bruscamente che è finita l’ “età dell’oro”, per dirla con Eric Hobsbawm. È finita cioè la straordinaria fase di sviluppo che ha segnato il dopoguerra. Appare chiaro per la prima volta che lo sviluppo ha un limite e che le risorse del pianeta hanno già iniziato ad esaurirsi: un mutamento colossale, con conseguenze economiche e culturali di cui non comprendemmo realmente la portata. Esse ci imponevano ad esempio di ripensare in profondità il welfare, lo stato sociale, elemento decisivo per la vitalità delle democrazie occidentali: non lo facemmo allora, e non lo facemmo neppure negli anni successivi. Vi era sullo sfondo una questione ancor più generale: negli anni settanta, scriveva un corrosivo Alberto Arbasino, si avvertono le prime perplessità su “valori” mai messi in dubbio prima, come lo Sviluppo, il Progresso e la Crescita” (scritti con la maiuscola).

Apre questioni di fondo dunque il declino dell’ “età dell’oro”, e alla fine degli anni settanta vi è anche questo al fondo di una crisi della Repubblica che non si dissolve con la sconfitta del terrorismo, come allora ci illudemmo. Sottovalutammo una corrosione che pure era segnalata dalle vicende di Michele Sindona o della Loggia P2 di Licio Gelli, e vi era anche qualcosa di più. Lo avvertiva Italo Calvino nel 1980 con un Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti che ha un avvio fulminante: “C’era un paese che si reggeva sull’illecito”. E sempre nel 1980 Massimo Riva scriveva: non si era mai vista “tanta corruzione radicarsi così largamente nelle strutture dello stato. Si materializza il Fantasma della Seconda Repubblica” e “ogni giorno che passa si attenua la speranza che la facciano nascere politici sagaci e democratici, e cresce invece il timore che possa farlo con successo qualche avventuriero senza scrupoli”. Parole del 1980.

La grande mutazione degli anni ‘80

Per più versi dunque la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 sono un vero spartiacque, e differenti storici hanno letto la cerimonia funebre per Aldo Moro in S. Giovanni in Laterano quasi come “il funerale della Repubblica”. Forse però tre funerali, due reali e uno simbolico, possono dare meglio il senso di una grande cesura. Due funerali reali, quello di Moro, appunto, e quello di Berlinguer nel 1984, con la gran folla di popolo che vi accorre: oggi quelle immagini ci appaiono un commosso addio non solo a un leader ma anche ai grandi partiti del Novecento. Si aggiunga un “funerale simbolico”, la “marcia dei quarantamila” alla Fiat [Torino, 14 ottobre 1980] che pone fine a una stagione sindacale ed annuncia, pur senza saperlo, la fine dell’Italia industriale, già fortemente erosa dalle nuove forme della produzione e del lavoro. Crolla in pochi anni l’occupazione nelle grandi fabbriche, ed emerge invece una “terza Italia” basata sull’industria diffusa e su molteplici forme di lavoro precario o sommerso. Una realtà dinamica ma proprio il Censis, che se ne fece alfiere, segnalava al tempo stesso alcuni risvolti negativi di essa: la rinuncia a diritti conquistati in cambio di vantaggi materiali, o l’incrinarsi di valori collettivi che nei luoghi di lavoro avevano trovato sin lì una palestra preziosa. Allora prevalse l’euforia: sociologi e commentatori diventano i cantori dei “dorati anni ‘80” e del “trionfo del privato”, nel conclamato crollo delle ideologie e delle convinzioni politiche . Al di là delle ricadute più effimere vi sono nodi irti nella crisi delle grandi narrazioni del Novecento, delle visioni del mondo totalizzanti. Forse non abbiamo ancora compreso i tratti della grande mutazione che da allora coinvolge radicalmente l’economia e gli immaginari, la società e la politica, le forme dell’agire e del comunicare.

Per più versi Milano è la capitale di quei processi, con l’irrompere di informatica e public relations, l’ascesa delle televisioni private o il tripudio della Borsa. La “Milano da bere”, come si disse, ove maturavano anche altri e meno solari processi (lo riveleranno impietosamente le indagini di “Mani Pulite”). Ci si fermi però all’impetuoso modificarsi dei soggetti sociali: la precedente piramide lascia posto al dilatarsi del grande corpo dei ceti intermedi. E sulle ceneri delle defunte classi – hanno osservato Edmondo Berselli e Aldo Schiavone- dilaga un “inedito popolo di consumatori”, sempre più segnato da una cittadinanza debole e da una cura “forte” del proprio privato; sempre più orientato all’etica del profitto e del successo. Umori non solo italiani e già presenti negli anni ‘60 -come si è visto- ma sempre meno contrastati ora da modelli collettivi e da culture solidaristiche. Talora il segno negativo dei processi è più forte: in primo luogo nel Mezzogiorno, ove si dilatano deformazioni già presenti nelle politiche pubbliche. E il Mezzogiorno diventa presto un simbolo del loro degradare, con conseguenze nefaste nel sentire comune del Paese.

Per più versi dunque quella grande trasformazione chiamava di nuovo in causa la politica, il suo rinnovarsi o il suo deformarsi. Si consideri uno degli aspetti più rilevanti: l’aumento smisurato del debito pubblico, che passa allora dal 60% al 130% del prodotto interno lordo. Non è solo un macigno economico che ci condiziona ancor oggi, è un macigno etico: si modella così un paese che si abitua a spendere oltre le proprie possibilità lasciando il conto da pagare alle generazioni successive.

Non è possibile qui considerare le differenti scelte che portarono a questo esito, ma alla lunga distanza non si sfugge ad una sensazione quasi straniante: sembra quasi che si delinei allora una tacita convergenza fra governanti e governati basata sul prevalere degli interessi degli uni e degli altri sul bene pubblico. Da un lato ampia tolleranza per l’evasione fiscale, generose concessioni al pubblico impiego e ad altri settori, condoni edilizi e fiscali; dall’altro una sempre più invasiva occupazione partitica dello stato, con una spartizione delle risorse pubbliche in cui trovano potente alimento i germi della corruzione.

Inizia sempre negli anni ottanta un modificarsi profondo del modo di essere dei partiti. Non è fenomeno solo italiano il deperire dei partiti di massa che si erano formati fra Ottocento e Novecento avendo come sfondo i processi di industrializzazione, l’affermarsi della società di massa, l’estensione del diritto di voto. E non sono solo italiani i processi mediatici che trasformano la comunità dei cittadini in una platea di telespettatori e favoriscono il diffondersi dei “partiti personali”. Erodendo così l’insediamento sociale dei partiti e contribuendo a delineare “partiti senza società” e “leader senza partiti”, per dirla con Ilvo Diamanti.

E’ facile cogliere le origini e le tappe italiane di questo processo, e già a metà degli anni ‘80 Norberto Bobbio coglieva una svolta nel congresso socialista che incoronava Craxi per acclamazione (“la più radicale antitesi dell’elezione democratica”, scriveva). Non solo in Italia, inoltre, partito personale e politica-spettacolo procedevano insieme, ma l’Italia conoscerà ulteriori esasperazioni per il ruolo politico svolto poi dal proprietario di un impero televisivo. E per il crollo del precedente sistema dei partiti,travolto da una corruzione dilagante ma anche dal traumatico concludersi di quella “stagione dell’irresponsabilità” che aveva portato all’impennata del debito pubblico. Essa era durata oltre il lecito anche per la presenza di un ciclo economico espansivo e per l’assenza di vincoli internazionali: all’inizio degli anni novanta la fine di quel ciclo e le regole per entrare in Europa ci costringono ad essere virtuosi. Ci costringono, come avverrà anche in seguito, a fare i conti con noi stessi.

Il crollo e le derive

Matura così nella bufera di Tangentopoli il crollo del precedente sistema dei partiti, sancito anche dai referendum sul sistema elettorale dei primi anni ‘90. Era diffusa allora la convinzione che i mali del Paese fossero frutto solo di un ceto politico corrotto e che senza di esso una salvifica “società civile” avrebbe aperto la via a una meravigliosa “Seconda Repubblica”. Così non è stato, e su questo abbaglio dobbiamo dunque interrogarci. Ebbe largo corso allora la metafora pasoliniana del Palazzo da processare ma si volle ignorare che l’ultimo, quasi disperato Pasolini aveva denunciato anche la mutazione antropologica del Paese,e anche sul Paese invitava a riflettere.

Man mano che ci si avvicina al presente i rischi di invadere o di farsi invadere dalla politica sono sempre più forti, ma lo storico può segnalare almeno alcune questioni, alcuni problemi aperti (drammaticamente aperti, a mio avviso). A più di vent’anni dalla bufera di Tangentopoli, ad esempio, molti degli “indicatori di salute” della nostra democrazia ci appaiono ulteriormente peggiorati: da una corruzione sempre più invasiva (e senza neppur l’alibi delle “ragioni politiche”) sino a quella sfiducia nella politica che alimenta un astensionismo dilagante. Abbiamo impiegato 32 anni -dal 1948 alle regionali del 1980- per scendere sotto il 90% dei votanti, in altri 32 anni esatti siamo scesi sotto il 50% delle regionali siciliane del 2012 (e non è rimasta un’anomalia isolana). E va ricordato che nel crollo della cosiddetta “Prima Repubblica”, nel 1992 e nel 1994, votò oltre l’85% degli italiani, e il partito che più alimentava l’antipolitica non andò oltre l’8%.

Inoltre la sostanziale fine della stagione di Berlusconi non dovrebbe farci dimenticare che essa ha segnato un ventennio della repubblica, e occorre dunque interrogarsi sia sugli umori che l’hanno resa possibile sia sulle ragioni della sua crisi. Cioè, di nuovo, sulla società italiana. Raccoglieva molti umori degli anni ottanta il Berlusconi della “discesa in campo”: dietro la predicazione di “un nuovo, straordinario miracolo italiano” vi era la rimozione non solo del debito pubblico ma anche della irresponsabilità di governo che aveva portato ad esso (e questa resterà la cifra di quella stagione). E poi “il mito dell’imprenditore che si è fatto da sé”, assieme ad un atteggiamento di fondo che, per dirla con Berselli,

“guardava con indulgenza sottaciuta alla diffidenza degli italiani verso la dimensione pubblica, ai loro egoismi di corporazione, alle elusioni fiscali, all’irritazione provocata dalle norme”.

E ampi settori sociali percepirono il suo “liberalismo” per quel che era: profonda insofferenza alle regole. Si pensi anche al “populismo berlusconiano”, capace di intercettare un “antistatalismo” di antica data e al tempo stesso umori fermentati nella crisi dei partiti novecenteschi. Capace di proporre in forme nuove -per dirla con Mario Pirani- le vecchie culture

“dell’anti-partito e dell’anti-politica, un desiderio di nuovo che faccia piazza pulita della mediazione democratica per cercare in un leaderismo forte il momento demiurgico della decisione”.

Si aggiunga una “diseducazione civica” esercitata nei più diversi campi: dal fisco alla scuola, dagli attacchi alla magistratura ad una Costituzione bollata come frutto ideologico del comunismo. Su questo terreno confluivano sia umori tradizionali della destra italiana sia abiti mentali sedimentati appunto negli anni ottanta in altri settori sociali e politici: “insofferenti alle tradizionali austerità democratiche, amanti del denaro e del potere, infastiditi dagli egualitarismi” (Mariella Gramaglia dipingeva così i socialisti craxiani). Si aggiungano le leggi ad personam e un “predominio del sé” che ha lasciato il segno (lo dimostra la metamorfosi stessa della corruzione). E c’è poco da illudersi: la crisi di quella stagione non è avvenuta per un’impennata morale del Paese, è avvenuta quando -nel vivo della crisi internazionale- quegli elementi hanno iniziato a crollare. Sbiadita da tempo la fiducia nel “secondo miracolo italiano” e nelle capacità demiurgiche del premier, si dissolveva anche l’ultimo residuo del vero “patto con gli italiani” che si era tacitamente stabilito, basato sull’elusione delle regole: nell’infuriare della crisi le regole non apparivano più un’ingiusta vessazione o un freno al dinamismo privato ma un elemento prezioso per tutti. Altro che liberismo, scriveva Ilvo Diamanti, “la crisi genera paure, domande di Stato sociale, di sostegno pubblico”. Un altro elemento appariva sempre più chiaro: l’imprenditore “che si era fatto da sé e aveva costruito un impero” aveva contribuito in realtà al declino del paese. Lo aveva lasciato esposto alle congiunture negative ed aveva avuto come unica bussola il proprio impero e la propria immunità giudiziaria. Nei primi anni novanta inoltre la “personalizzazione” della sua proposta politica aveva corrisposto ad umori reali, esasperati dal degradare del sistema dei partiti: ora mostrava la sua incompatibilità con gli interessi generali.

Ha lasciato macerie – è difficile negarlo – la stagione di Berlusconi, e lo scenario italiano è reso ancor più inquietante dall’incombere di incognite internazionali che hanno pochi precedenti, segnate da differenti e devastanti traumi: dall’11 settembre delle Torri Gemelle(il vero inizio del terzo millennio) all’irrompere dell’Isis (passando per la guerra americana all’Iraq e per le primavere arabe, e i mostri che sembrano talora aver risvegliato); dalla crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti nel 2008 ad una crisi dell’Europa che ci appare sempre più grave. E sino ai grandi nodi posti all’Occidente da milioni e milioni di profughi che hanno negli occhi e nel cuore le devastazioni di guerre feroci. Questi sono gli architravi sempre più fondamentali e terribili del nostro presente, parte costitutiva della nostra storia. “Nostra patria è il mondo intero”, cantavano gli anarchici: oggi sembra più una minaccia che una speranza ma è semplicemente una realtà, ed impone compiti conoscitivi e civili sempre più alti.


Note:

[1] Traggo tutte le citazioni dal mio Storia della Repubblica. L’Itallia dal 1945 ad oggi,Donzelli editore, 2016:ad essa rimando, ovviamente, per analisi più ampie.