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La fabbrica dei veleni

Abstract

Il lavoro si propone attraverso lo studio della storia di un luogo-simbolo della città, quale il sito della ex Fibronit a Bari,di cogliere alcuni nodi fondamentali che caratterizzano l’evoluzione della società dal fascismo alla fine del XX secolo con particolare riferimento alle problematiche della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Il lavoro si presta per una ricerca aperta, solo parzialmente strutturata.

fabbrica dei veleni

La protesta alla Fibronit di Bari

Testo per i docenti

Gli anni Trenta e la nascita della Sapic

Lo stabilimento barese destinato a produrre elementi in amianto vede la luce nel 1934, con il nome di Sapic (Società adriatica prodotti in cemento-amianto). Esso si affianca a quello di Casale Monferrato, il più grande stabilimento di manufatti in amianto d’Europa, e a quello della Broni di Pavia. L’amianto (o asbesto) è conosciuto fin dall’antichità quando, per la sua resistenza al calore, veniva usato con scopi rituali. Tuttavia la diffusione di tale materiale nell’industria risale alla fine dell’Ottocento. In questo periodo l’Italia ha il primato nell’estrazione dell’amianto, tanto è vero che ne presenta dei campioni all’Esposizione Universale di Parigi del 1878 e ne mantiene il mercato per un certo tempo grazie ai giacimenti presenti in Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia.

Nel 1901 l’austriaco Ludwig Hatschek brevetta un composto in cemento e fibre di amianto che prende il nome di “eternit”, con un evidente riferimento alla sua resistenza. L’eternit ha subito un grande successo. Esso incarna l’idea stessa di modernità che anima la cultura tra Ottocento e Novecento. Viene usato nella ricostruzione della metropolitana di Parigi, distrutta da un incendio nel 1903, in quella di Londra e, nel 1932, nella coibentazione il transatlantico Queen Mary. La valorizzazione dell’amianto è attribuibile alle sue proprietà di resistenza e flessibilità, alla sua possibilità di essere filato, alle sue proprietà fonoassorbenti e termoisolanti.

La crescita dell’impiego dell’asbesto nell’industria italiana va considerata nell’ambito del processo di modernizzazione promosso dal fascismo. Tale fenomeno da una parte riflette la fiducia nello sviluppo tecnologico, che prende l’avvio negli anni della seconda rivoluzione industriale e sopravvive al disastro della prima guerra mondiale, dall’altra è una necessità della politica autarchica del regime. Proprio questa politica dà impulso alla ricerca di materiali alternativi nell’ambito chimico, energetico e persino delle costruzioni. In questo clima nasce a Bari lo stabilimento Sapic, facente capo alla famiglia Milanese che ne conserva la proprietà e la gestione negli anni che seguirono.

Nella fabbrica le diverse fasi di lavorazione dell’amianto avvengono a mano. Il minerale, trasportato in sacchi di juta, è sottoposto alla sminuzzatura e trasformato in fibre, successivamente miscelate con cemento, impastate con acqua e sagomate in funzione dell’oggetto da produrre. Non esiste ancora un’informazione circa i rischi sulla salute da esposizione all’asbesto. Basti pensare che sui sacchi le avvertenze del pericolo, proveniente dal contatto e soprattutto dall’inalazione delle polveri trasportate, sono scritte in inglese. In pratica non viene adottata alcuna forma di salvaguardia delle persone e dell’ambiente di cui in realtà si ignora la tutela.

Gli anni Sessanta-Settanta: il diritto alla salute in fabbrica

La fabbrica barese continua la sua produzione dal dopoguerra per tutti gli anni del boom economico e del sogno industrialista dell’Italia postbellica. Essa si amplia e si trasforma. Nel 1946 diviene operante un secondo reparto, quello “pezzi speciali”, e alla fine degli anni Cinquanta un nuovo reparto ancora, “produzione tubi”, che si sostituisce gradualmente al primo. Alla fine degli anni Sessanta vengono aperti due diversi reparti per la produzione di tubi e di lastre. Al principio del 1972, la Sapic viene incorporata nella società Cementifera Italiana Fibronit, gestita da Eugenio Milanese e Vanna Maria Milanese, ai quali si affiancano Dino Stringa e Gianfranco Cuniolo.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, in concomitanza con la nascita dei movimenti di contestazione, si affaccia la consapevolezza dei danni provocati all’habitat naturale dallo sviluppo economico del decennio precedente. La questione ambientale si lega alle lotte sociali che infiammano i paesi industrializzati. In questo contesto va letta la relazione sull’ amministrazione della giustizia, pronunciata dal Procuratore generale della Repubblica della Corte di Appello di Bari, Ignazio De Felice, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 1975. Essa condanna la logica del massimo profitto a discapito “dell’incolumità personale degli uomini addetti al lavoro”. Cominciano a essere noti i pericoli che la lavorazione dell’amianto comporta. Si contano le prime vittime.

Una serie di scioperi e una durissima vertenza sindacale rivendicano il diritto dei dipendenti della Fibronit ad un miglioramento dell’ambiente lavorativo, coinvolgendo le autorità, le forze democratiche e le altre categorie di lavoratori. Nel 1972 gli operai ottengono l’impegno del Presidente dell’Assemblea regionale Finocchiaro a intervenire presso il Ministero del Lavoro e la disponibilità del Consiglio comunale a istituire un’indagine ufficiale. Nel luglio, dopo il decesso di un dipendente, viene sollecitata una nuova inchiesta, affidata dalla Giunta regionale all’Istituto di medicina del Lavoro. I risultati sono importanti per l’inquadramento complessivo del problema, ma non portano a sostanziali cambiamenti nel sistema di lavoro. Nel 1974 viene mossa, ai sensi dell’art.9 dello Statuto dei lavoratori, un’azione legale contro la Fibronit, promossa dai sindacati, dai patronati e da 128 lavoratori assistiti da un folto gruppo di avvocati democratici. In particolare appare chiaro che il processo di automazione della fabbrica non ha azzerato i rischi per la salute e che i miglioramenti procedono troppo lentamente. Inoltre viene evidenziata una mancata vigilanza non solo dei responsabili della fabbrica, ma anche dell’ispettorato, che non ha segnalato adeguatamente la condizione di pericolo.

Gli anni Ottanta-Duemila: il diritto alla salute nell’ambiente urbano

Dagli anni Ottanta la questione ambientale diventa centrale. Si trasforma in questione politica, creando un ponte tra le generazioni: lo sviluppo presente non può compromettere la vita futura. Si creano gli strumenti giuridici del diritto ambientale e della salute.

Nel 1993, l’Europa – con il Libro verde – afferma il principio di responsabilità per chi provoca un danno ambientale; e nel 2000 – con il Libro bianco – assume il principio del risarcimento in relazione al danno provocato. La direttiva 2004/35/CE (responsabilità in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale) uniforma a livello europeo la disciplina ambientale. L’Italia recepisce la questione ambientale nel 1986 istituendo un Ministero dell’Ambiente. La Corte costituzionale con la sentenza 210 del 1987 definisce “ambiente” un bene tutelato da norme. In seguito si chiarisce la definizione di natura giuridica del danno ambientale riconoscendone con la sentenza della Cassazione penale 439 del 1994 la triplice dimensione: personale, sociale e pubblica. Il Testo unico sull’Ambiente (DLgs. 152 del 2006) istituisce la Direzione generale per il danno ambientale e riconosce negli enti locali i collaboratori dell’azione ministeriale. Con la legge 257/92 in Italia l’amianto viene bandito.

L’area della Fibronit, che ha chiuso i battenti nel 1985, è ormai interessata da un grave inquinamento, dovuto all’incauta gestione dei rifiuti contenenti amianto. Due studi (1995 e 2000) esaminano i dati relativi alla mortalità da tumori osservata e attesa, con particolare attenzione al mesotelioma pleurico la cui latenza è lunga, ma che gli studi collegano con certezza all’esposizione all’amianto. I risultati evidenziano come il problema non riguardi solo gli ex dipendenti e i loro familiari, ma gli abitanti delle aree circostanti. Il livello di rischio all’interno di un’area avente un raggio approssimativamente di un chilometro dallo stabilimento appare più alto dello standard. La superficie complessiva dell’ex Fibronit viene inserita tra i siti inquinati di interesse nazionale (con DM 468/2001) e, tra il 2005 e il 2007, con i soldi pubblici viene effettuata una messa in sicurezza di emergenza.

Intanto la magistratura apre delle inchieste per disastro doloso e omicidio colposo, condannando in via definitiva nel 2009 e nel 2012 Dino Stringa, amministratore delegato della Sapic–Fibronit. Il Comitato cittadino Fibronit porta avanti una serie di azioni in direzione di una riqualificazione dell’area, che prevede il passaggio dell’area da edificabile a verde pubblico. Il “Parco della Rinascita” viene bloccato, però, dalla giustizia amministrativa nel 2011 per il ricorso al Tar da parte delle ditte partecipanti alla gara d’appalto dei lavori di messa in sicurezza definitiva. Tuttavia, per quanto concerne la utilizzazione dell’area dopo la bonifica, rimane aperta la questione della proprietà, che, passata nel 1996 per fusione ad una società di intermediazione immobiliare, la Finanziaria Fibronit S.p.a., nel 2003 viene sciolta in una procedura fallimentare. L’attuale sindaco Decaro (2017) sta premendo sul ministero dell’Ambiente perché stipuli un accordo di programma o promuova una legge per consentire al Comune di Bari di acquisire l’area, nel timore che gli immobili tornino alla vecchia proprietà attraverso la curatela fallimentare.

Conclusione

L a Fibronit lascia dunque una pesante eredità alla città. Se si considera che il sito si trova a ridosso del centro, in una zona molto popolosa – definita la “zona rossa” – e che le malattie derivanti dall’amianto hanno una lunga latenza, si comprende come la Fibronit costituisca tuttora una minaccia per l’ambiente e un serio pericolo per la salute dei cittadini. “La fabbrica dei veleni”, con i suoi spettrali capannoni azzurri semidistrutti, rappresenta ancora oggi nell’immaginario collettivo un’insidia e una minaccia per Bari, come del resto accade in altre realtà italiane con una storia analoga di produzione di amianto.

Bibliografia e sitografia

Il dossier

Il primo documento è uno scritto autografo di Niccolò Muciaccia, avvocato di parte civile (lavoratori, patronati e sindacati) nell’azione legale mossa contro la Fibronit nel 1974 . Egli registra le impressioni ricevute durante un sopralluogo allo stabilimento. Il documento è tratto dall’archivio privato della famiglia Muciaccia e gentilmente messo a disposizione dalla stessa.

Il secondo documento è una foto che immortala un momento di lavoro in una fabbrica di amianto nella prima fase di sviluppo di questa produzione. Il contatto con il materiale è diretto. L’amianto viene spostato in sacchi di juta. Tutte le fasi vengono svolte a mano dagli operai con una protezione pressoché inesistente.

Il terzo documento è una foto scattata a Bari durante le manifestazioni di protesta dei lavoratori della Fibronit negli anni Settanta. Vi è ritratto un cartello che fa riferimento alla pericolosità dell’amianto per la salute.

Il quarto documento è una foto che riprende il sito della ex Fibronit. La verniciatura azzurra dei muri è una soluzione-tampone per evitare almeno per un certo periodo di tempo la dispersione delle fibre di amianto nell’aria.

Il quinto documento rappresenta la mappa parziale della città di Bari dove viene evidenziata l’area a rischio, chiamata “zona rossa”. Essa è situata intorno alla ex Fibronit e abbraccia tre quartieri (Japigia, Madonnella e San Pasquale) dove si registra il più elevato numero di casi di mesotelioma pleurico.

Il sesto documento riprende due articoli della Costituzione Italiana (art. 32 e 41) fondamentrali per il dibattito sul caso Fibronit. Il primo riguarda il diritto alla salute, il secondo il rapporto tra l’interesse privato e l’utilità sociale.

Il settimo documento è l’articolo 2087 del Codice civile dove si fa riferimento alle tutele sul lavoro.

L’ottavo documento è un articolo comparso sull’ “Unità” del 25 gennaio 1972 a firma Italo Palasciano, autore di diversi reportage sui problemi del lavoro. Egli fa un resoconto delle lotte degli operai per la sicurezza sul posto di lavoro.

Il nono documento presenta una tabella con le informazioni tratte dal Registro nazionale dei mesoteliomi. In essa l’incidenza del mesotelioma sulla popolazione è rappresentato per categorie sociali.

Testo per gli studenti

Il diritto alla salute

Nel sito dell’ex Fibronit a Bari si trovano edifici industriali in rovina e magazzini dismessi, destinati un tempo alla produzione di manufatti in cemento-amianto, un materiale estremamente resistente e a basso costo, con svariate applicazioni industriali. Lo stabilimento nacque nel 1934 sotto la sigla Sapic, poi negli anni ’70 prese il nome di Fibronit e fu attivo fino al 1985. Nel frattempo, si scopriva che l’amianto era la causa diretta dell’insorgenza di forme tumorali, quali il mesotelioma pleurico: perciò, la sua produzione venne bandita in Italia, nel 1992.

I rischi legati alla lavorazione dell’amianto vengono evidenziati per la prima volta negli anni Settanta, in concomitanza con una stagione di lotte sociali e di rivendicazioni dei diritti. Alla Fibronit di Bari il consiglio di fabbrica denuncia le gravi conseguenze di tale esposizione per la salute dei lavoratori e intraprende delle azioni legali per accertare le responsabilità in sede civile e penale. Comincia un’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, anche attraverso le inchieste giornalistiche.

Gli studi successivi dimostrano che il pericolo amianto va ben oltre i confini della fabbrica. Le fibre di amianto diventano pericolose se inalate. Dunque, il luogo si rivela insidioso non solo per i lavoratori e i loro familiari, ma anche per gli abitanti della zona. Quando viene dismessa, infatti, la Fibronit diventa un deposito di materiali potenzialmente tossici. Così l’attenzione si allarga dal rischio professionale a quello ambientale, dal momento che nella zona circostante si scopre un’incidenza del mesotelioma più alta rispetto alla media. Il sito viene dunque incluso tra i siti di bonifica di interesse nazionale e vengono promossi gli interventi di messa in sicurezza e contemporaneamente le attività di controllo e monitoraggio a tutela della salute pubblica.

La prima fase di intervento si conclude nel 2007, ma è solo parziale. Il progetto, infatti, prevede che al posto dell’ex Fibronit sorga un parco. Purtroppo il ricorso al Tar da parte delle aziende escluse dagli appalti per la riqualificazione del sito ha bloccato il progetto. Mentre si rimane fermi allo stadio dei progetti, in attesa che la giustizia e la burocrazia facciano il loro corso, il Comitato cittadino Fibronit e l’Associazione familiari vittime dell’amianto continuano a denunciare la presenza di questa bomba ecologica in città.

Documenti

Documento N1

Quel 18 aprile del 1974 quando entrammo nella Fibronit.

Un pomeriggio non particolarmente freddo ma neanche ancora primaverile. Varcare la soglia di via Caldarola fu come entrare in un universo concentrazionario. Al di là dei muri di cinta: la città, il traffico, la vita. Al di qua: grigi capannoni anonimi ed uguali come quelli di un lager. Tutto era fermo ed immoto sia perché i lavoratori da mesi avevano bloccato le lavorazioni, sia perché, in occasione dell’udienza in Pretura, avevano proclamato uno sciopero totale. Cosicché sembrava che ogni cosa fosse abbandonata da qualche tempo. In più, intuendo la possibilità di un’ispezione, la direzione aveva ordinato pulizie straordinarie ed urgenti che avevano reso gli ambienti di lavoro i più asettici possibili. I lavoratori, gli avvocati e lo stesso Pretore si muovevano in quest’ambiente immoto e lunare senza percepire nulla di quanto si nascondeva in tale irrealtà. Poi, d’improvviso, quasi al fine della visita, un operaio, urlando frasi sconnesse in dialetto, rompendo il muro di silenzio, si avvicinò a quelle che sembravano delle mangiatoie d’una stalla e cominciò a rimestare con le mani quanto era contenuto in quei canali di legno percorsi da una fila di rimestatori in quel momento fermi e ci mostrò come si mischiava il cemento con l’amianto quando, come spesso succedeva, il macchinario automatico non funzionava ed il personale doveva operare a mano perché il ciclo produttivo non doveva interrompersi. Testa nella mangiatoia a respirare a pieni polmoni la polvere che si formava. Subito un altro operaio montò su di un muletto e cominciò a girare nel cortile sgommando e sollevando polvere d’amianto e cemento che in poco tempo diventò una candida nuvola che ci avvolse tutti. Quel giorno d’aprile Bari si rese conto della bomba permanente che aveva tra le sue mura. Una bomba che aveva già provocato centinaia di morti ed altri avrebbe continuato a provocare.

Niccolò Muciaccia

Documento N 2

In fabbrica vitulli_doc2

Documento N 3

La protestavitulli_doc3

Documento N 4

Il sito dell’ex Fibronitvitulli_doc4

Documento N 5

La zona rossavitulli_doc5

Documento N 6

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Titolo II Rapporti etico-sociali.

Art.32

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Titolo III Rapporti economici

Art. 41.

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Documento N 7

CODICE CIVILE

Libro V Del lavoro

Titolo II Del Lavoro e dell’impresa

Art. 2087

L’imprenditore e tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Documento N 8

Da “L’Unità” del 25 gennaio 1972vitulli_doc8

Documento N 9

Distribuzione dei casi di mesotelioma per classe di esposizione

Esposizione Descrizione %
Professione certa Soggetti con attività lavorativa implicante uso/esposizione all’amianto 20,1
Professione probabile Soggetti lavoratori in un ambiente dove con sicurezza si utilizza o è presente amianto 10,0
Professione possibile Soggetti lavoratori in un ambiente dove presumibilmente si usa o è presente amianto 15,1
Familiare Soggetti conviventi con almeno un lavoratore delle categorie precedenti 2,6
Ambientale Soggetti non esposti professionalmente, residenti in prossimità di insediamenti produttivi che lavorano o utilizzano amianto (o materiali di amianto) oppure hanno frequentato ambienti con presenza di amianto per motivi non professionali 26,0
Extralavorativa Soggetti non esposti professionalmente, ma esposti ad amianto in ambiente domestico (uso di suppellettili ) o nel tempo libero (bricolage, riparazioni idrauliche) 2,6
Improbabile/ignota Soggetti per i quali sono disponibili informazioni di buona qualità dalle quali possa escludersi un’esposizione ad amianto superiore ai livelli considerati naturali 18,4
Non classificabile Soggetti per i quali non sono e non saranno più disponibili informazioni 5,2
TOTALE 100

Classificazione Re.Na.M (Registro nazionale dei mesoteliomi) . Rielaborazione

Attività suggerite

Contestualizzazione

Ricostruite in un power point la storia dell’uso dell’amianto nell’industria italiana attraverso le vicende dello stabilimento Fibronit di Bari, ricavando le informazioni dal testo e collegandole con le informazioni generali sull’industrializzazione italiana, ricavate dal manuale.

Rapporto con il testo

Leggete con attenzione il testo e sottolineate le parole chiave per la comprensione della vicenda Fibronit. Cercate, poi, nei documenti frasi, informazioni o immagini che si riferiscano a queste parole chiave.

Lavoro sui documenti

  1. Sfruttando le informazioni contenute nel testo scrivete delle brevi didascalie esplicative delle immagini presenti tra i documenti.
  2. Provate a datare i documenti N 6 e 7. Sulla base della loro collocazione temporale, evidenziate le norme (o parte di esse) che vengono disattese nella vicenda Sapic-Fibronit.
  3. Analizzate i documenti N 1 e 8 e indicate se per voi sono oggettivi o soggettivi, cioè se si fondano sull’oggetto (fatti o cose concrete) o riportano solo opinioni personali. Motivate la vostra affermazione con riferimento a: scelte lessicali, tono del discorso, elementi formali, riscontro con altri documenti.
  4. Con un breve scritto spiegate il documento N 9.
  5. Elaborate due mappe concettuali intorno alle seguenti tesi: 1. La salute dei cittadini come singoli e come collettività non può essere sacrificata alle esigenze dell’economia 2. Un sistema economico non può essere rallentato o frenato dai problemi di salute di singoli o comunità di cittadini. Cercate le argomentazioni e i dati a sostegno della tesi nel testo proposto e nei documenti analizzati.

Documenti per una ricerca ulteriore

Doc. N1

Quando nella ‘zona rossa’ respiravamo il vento di morte

Era soltanto una fila di capannoni grigi, con le pareti alte simili a quelle delle rimesse per autotreni, le facciate pentagonali incutevano nell’ aria quell’ idea di perfezione geometrica, senso dello spazio post-moderno e “architettura della rinnovazione”. Lungo il corso del tempo si erano fatte consistenti le misteriose morti per asbestosi e mesotelioma pleurico. Cadevano come mosche. Prima una manciata di persone, un caso raro, ma poi quella manciata divenne una dozzina e poi divennero centinaia. Il mostro di pentagoni e calcestruzzo si stagliava sulla cortina di una strada vuota, che dopo le sette di sera in inverno diventava la pista di bulli e pazzi scatenati.[…]Ma quella fabbrica morì prima di tante altre morti strane e misteriose. Crisi economica, fine del ciclo produttivo, inutilità delle risorse, nuove prospettive di mercato, procedimento fallimentare, liquidatore e altre parole difficili. La fabbrica produceva cemento amianto, pulsava in quel centro periferico della città come una sanguisuga agonizzante. Succhiava sangue e restituiva vuoto mortifero. Ma la fabbrica morta non cessò di inquinare, anzi da morta divenne ulteriormente pericolosa e mortale. […] Per quei stranissimi anni universitari ho vissuto in piena “zona rossa” senza mai sapere nulla, senza sospettare che razza di bomba era innescata a pochi metri da dove vivevo. [..]Di tutto questo tanta gente sapeva pochissimo, i media erano ancora cauti nonostante quella fabbrica avesse chiuso i battenti nel 1986. I politici ancora di più. Qualcuno ha parlato di clima omertoso per l’emergenza amianto a Bari.[..] Poi vennero i giornali […] Iniziarono le inchieste della magistratura (e oggi le prime condanne), iniziai a sentir parlare del cisplatino, della gente che lo usava anche a Bari come a Taranto. Che quella era resistenza, senza vittorie per adesso, ma sempre resistere.

Mario Desiati da “La repubblica” del 9 luglio 2004

Doc. N2

DIRETTIVA DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO

Articolo 1

Oggetto

La presente direttiva istituisce un quadro per la responsabilità ambientale, basato sul principio «chi inquina paga», per la prevenzione e la riparazione del danno ambientale.

Articolo 2

Definizioni […]

  1. «operatore»: qualsiasi persona fisica o giuridica, sia essa pubblica o privata, che esercita o controlla un’attività professionale oppure, quando la legislazione nazionale lo prevede, a cui è stato delegato un potere economico decisivo sul funzionamento tecnico di tale attività, compresi il titolare del permesso o dell’autorizzazione a svolgere detta attività o la persona che registra o notifica l’attività medesima; […]

Articolo 5

Azione di prevenzione

  1. Quando un danno ambientale non si è ancora verificato, ma esiste una minaccia imminente che si verifichi, l’operatore adotta, senza indugio, le misure di prevenzione necessarie. 2. Se del caso, e comunque quando la minaccia imminente di danno ambientale persista nonostante le misure di prevenzione adottate dall’operatore, gli Stati membri provvedono affinché gli operatori abbiano l’obbligo di informare il più presto possibile l’autorità competente. […]

Articolo 6

Azione di riparazione

  1. Quando si è verificato un danno ambientale, l’operatore comunica senza indugio all’autorità competente tutti gli aspetti pertinenti della situazione e adotta:
  2. a) tutte le iniziative praticabili per controllare, circoscrivere, eliminare o gestire in altro modo, con effetto immediato, gli inquinanti in questione e/o qualsiasi altro fattore di danno, allo scopo di limitare o prevenire ulteriori danni ambientali e effetti nocivi per la salute umana o ulteriori deterioramenti ai servizi e
  3. b) le necessarie misure di riparazione conformemente all’articolo 7.

Articolo 8

Costi di prevenzione e di riparazione 1. L’operatore sostiene i costi delle azioni di prevenzione e di riparazione adottate in conformità della presente direttiva.

Doc N3

STATUTO DEI LAVORATORI

Art. 9.

(Tutela della salute e dell’integrità fisica)

I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di

controllarel’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica.

Doc.N4

Produzione e consumo di amianto (tonnellate metriche) in Italia e nel mondo dal 1920 al 2000

Anno ITALIA EUROPA MONDO
Fonte Produzione Impiego Impiego Produzione
1920 166 38.348 40.905 184.413
1930 721 6.942 127.481 381.341
1940 8.269 13.471 228.941 564.803
1950 21.434 24.813 506.396 1.290.463
1960 51.123 73.322 1.172.300 2.212.825
1970 118.618 132.358 1.799.069 3.494.941
1980 157.794 180.529 2.802.032 4.811.942
1990 3.862 62.407 2.582.294 4.020.718
1995 104 926.994 2.429.101
2000 87 537.302 2.016.229

Fonte : Virta

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Dati articolo

Autore:
Titolo: La fabbrica dei veleni
DOI: 10.12977/nov192
Parole chiave: , , , ,
Numero della rivista: n.8, agosto 2017
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: , La fabbrica dei veleni, Novecento.org, n. 8, agosto 2017. DOI: 10.12977/nov192

Dossier n. 8, agosto 2017

INDICI

n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO

Iniziative didattiche della rete INSMLI