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Vecchi centri industriali e nuove periferie urbane

Spunti di ricerca e proposte di lavoro a partire dal caso di Venezia-Marghera

Ll’area industriale di Porto Marghera, a Venezia.
Foto di Marc RyckaertOpera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento

Abstract

In molte città sono presenti aree industriali ormai dismesse, in stato di totale abbandono. Sono quanto rimane di un apparato manifatturiero che si è sviluppato nel secolo scorso e che, nel caso dei grandi poli industriali, è stato frutto di una precisa visione del ruolo dell’industria e dello Stato nel governo dell’economia nazionale. La comprensione di alcuni dei nodi di quel modello di sviluppo, che ha lasciato pesanti eredità in termini ambientali, può essere veicolata dall’analisi di studi di caso particolare, come quello su Porto Marghera che rappresenta il fulcro del laboratorio presentato alla Summer school 2020 dalla rete degli Istituti storici della Resistenza del Veneto[1].

Introduzione

Centro-Periferia è stata la coppia di parole-chiave che era stata affidata alla rete veneta di Istituti di storia della Resistenza e dell’età contemporanea nell’ambito della Summer school Parri 2020 dal titolo Emergenze e nuove normalità. Didattica della storia e educazione alla cittadinanza in tempi di virus. Il nostro compito: preparare un workshop che potesse essere anche un esempio di laboratorio in Dad da utilizzare in classe. Molte le possibili declinazioni della nostra diade: giuridico-amministrativa, geografica, sociale e politica, economica, tanto per citarne alcune. Guardando all’accessibilità e alla disponibilità dei servizi (sanitari, scolastici, amministrativi), quanto sono penalizzate le aree montane o i piccoli agglomerati abitativi rispetto alla pianura e ai grandi centri urbani? E, viceversa, quali sono gli aspetti attrattivi del vivere lontani dai centri? Lavorare con gli studenti su carte geografiche, rapporti statistici, testi narrativi che affrontino questi interrogativi poteva essere una delle  piste da esplorare[2]. La consuetudine a proporre percorsi di conoscenza dell’archeologia industriale dei nostri territori[3] ha, invece, attratto la nostra attenzione sul lascito che lo sviluppo manifatturiero ha sedimentato nelle periferie delle nostre città. La particolarità di Venezia, con lo stridente contrasto tra la nuova (controversa) vocazione turistica del suo centro storico e il recente passato di polo industriale di assoluto rilievo confinato nel retroterra periferico di Porto Marghera si è subito imposta alla nostra attenzione. Oltre tutto, sulla nascita di quel polo la collega Chiara Massari aveva costruito, qualche anno fa, uno splendido laboratorio online nell’ambito di un progetto europeo cui aveva aderito anche l’Istituto Parri di Bologna[4]. La scelta si è imposta quasi da sé.

Partire dal presente

Nell’insegnamento della storia, gli aspetti economici hanno un ruolo marginale e, per la contemporaneità, vengono generalmente limitati allo studio delle cosiddette “rivoluzioni industriali” (più la crisi economica del 1929)[5], nell’ambito delle quali il tema della diffusione dell’industrializzazione, dei diversi modelli di sviluppo e lo studio in chiave diacronica del rapporto fra esseri umani, ambiente, mezzi di produzione, fonti di energia non viene affrontato. Questi aspetti hanno accompagnato la storia dell’umanità, ma la consapevolezza di quanto tutto ciò impatti non solo sul nostro presente, ma sulla possibilità stessa del nostro futuro è acquisizione recente. Il tema della sostenibilità, che molto ha a che fare con i modelli di produzione e che è asse portante del nuovo insegnamento di educazione civica[6], interessa moltissimo i nostri studenti. Indagare il modello di sviluppo novecentesco e il peso della sua eredità – in termini di uso (e abuso) del territorio, di prelievo di risorse e immissione di scarti – può essere attraente se partiamo dalle emergenze del presente per calarci nel passato e, attraverso lo studio anche di un solo caso specifico, cogliere le tante sfaccettature e la complessità di una tematica non riconducibile a schematiche contrapposizioni fra “buoni” e “cattivi”.

Lo stimolo di partenza

Il laboratorio in classe potrebbe partire dall’intreccio fra industria e ambiente e stimolare, magari attraverso un rapido brainstorming con Mentimeter, le associazioni mentali che sorgono spontanee pensando alle industrie[7]: periferie (appunto), aree dismesse, inquinamento di aria e acqua, rumori saranno le probabili risposte. Percezioni per lo più negative, che hanno una loro ragion d’essere.

Se andiamo a vedere quali sono, in Italia, le zone più inquinate ci accorgiamo che si tratta – nella stragrande maggioranza dei casi – di aree ad intensa industrializzazione. Sono immediatamente identificabili attraverso la mappa dei Siti di Interesse Nazionale (d’ora in poi Sin): un acronimo dietro cui si cela la realtà di zone classificate come pericolose per l’ambiente e la salute a causa dell’elevato inquinamento del suolo, del sottosuolo e delle acque, superficiali e sotterranee. Aree che vanno messe in sicurezza e bonificate e per questo attenzionate dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Come si può vedere nella figura 1, comprendono superfici sia di terra (in arancione) che di mare (in blu). Hanno un’estensione variabile (basta vedere la grandezza della “torta” statistica che le rappresenta) e non c’è regione italiana che non ne abbia almeno una. La perimetrazione dei Sin può variare nel tempo, incrementando o riducendo le superfici coinvolte sulla base di nuove informazioni sulla contaminazione potenziale e/o accertata di nuove aree, o sulla base di una più accurata definizione delle zone interessate dalle potenziali sorgenti di contaminazione.

Il numero stesso dei Siti di interesse nazionale è variato nel tempo, come ci mostra la figura 2[8].

Attualmente i Siti di Interesse Nazionale sono 42[9], ma non sono le uniche aree contaminate. Altre aree sono affidate alle competenze delle Regioni (e allora sono definite Siti di Interesse Regionale, o SIR) o anche ai comuni: pensiamo per esempio alle rilevazioni dell’inquinamento atmosferico, che vengono svolte a livello comunale. In un solo caso, quello di Biancavilla in provincia di Catania, la causa dell’inquinamento è “quasi naturale”[10]. In tutti gli altri casi, è dovuto ad attività di tipo industriale, o è strettamente correlato ad esse.

Una pesante eredità

Alcune aree sono ancora attive, altre hanno già cessato le produzioni, ma in ogni caso sono interessate da un accumulo di sostanze pericolose per l’ambiente e la salute.

La loro nocività dipende dalle sostanze utilizzate come materie prime o necessarie alla lavorazione dei loro prodotti, o alle emissioni prodotte e scaricate nell’aria o nell’acqua durante o al termine dei processi produttivi.

Legati all’estrazione e all’utilizzo di materie prime sono i casi delle miniere di carbone (in Sardegna e in Toscana) e di amianto – Balangero (Sin 14); Emarese (Sin 38) –; materia prima, quest’ultima, pericolosissima anche in fase di lavorazione, come insegna la terribile vicenda delle morti da mesotelioma pleurico registrate alla Eternit di Casale Monferrato (Sin 11)  o negli stabilimenti ex Fibronit di Broni (Sin 43) e Bari (Sin 33).  Nelle aree di Pieve Vergonte (Sin 15) e Bussi sul Tirino (Sin 56), la contaminazione deriva dalla produzione di armi chimiche avviata agli inizi del ‘900[11]. In questa storia di inquinamento ambientale la parte del leone la fanno, tuttavia, le industrie pesanti: la siderurgia – a partire da Terni (Sin 37), Bagnoli (Sin 17) e Taranto (Sin 7) –; le raffinerie (Sulcis, Sin 34;  Falconara Marittima, Sin 44; Milazzo, Sin 53); le industrie chimiche (a Cengio, Sin 8; Mantova, Sin 46; Brescia, Sin 42; Torviscosa, Sin 25; Trento nord, Sin 41; Bacino del Fiume Sacco in provincia di Frosinone, Sin 51 e Tito e Val Basento, Sin 20) e le petrolchimiche (a Napoli orientale, Sin 2; Gela, Sin 3; Augusta-Priolo, Sin 4; Brindisi, Sin 6; Cagliari, Sin 34; Porto Torres, Sin 49), fra cui, al primo posto, il polo di Porto Marghera (Sin 1).

Uno sguardo d’insieme sullo sviluppo industriale italiano

Se questa è dunque l’eredità del passato, è al passato che dobbiamo guardare per comprendere quando tutto questo ha avuto inizio. E qui emerge il primo problema da tematizzare: le storie dei diversi Sin non sono uguali. Se alla mappa dei Siti di Interesse Nazionale affianchiamo una carta che segnali i periodi in cui queste aree industriali si sono formate, abbiamo la possibilità di gettare uno sguardo d’insieme sulla storia industriale del nostro paese. È sufficiente differenziare – come nella figura 3 – le diverse aree sulla base della data di nascita del/degli stabilimento/i sorto/i nella zona, per scoprire che alcune zone si  industrializzarono già nel corso dell’Ottocento (identificabili dai pin gialli), altre fra gli inizi del ‘900 e la Prima guerra mondiale (pin blu), altre ancora fra le due guerre (pin verdi), altre, infine, nel secondo dopoguerra (pin rossi).

Fonte: elaborazione personale sulla base delle informazioni relative alla nascita della/e industria/e prevalente nell’attuale area definita come Sin, desunte dalle fonti riportate nella bibliografia

Questo sguardo d’insieme, condizionato dalla permanenza di emergenze ambientali fino ad oggi, è ovviamente tutt’altro che completo. Il quadro è tanto più lacunoso, quanto più si arretra nel tempo. Racconta pochissimo, per esempio, dell’industrializzazione ottocentesca: un’industrializzazione, almeno inizialmente, “leggera”, collocata nelle aree pedemontane (per sfruttare l’energia idroelettrica) o nei centri urbani.

Guardando ai Sin riconducibili a quel periodo – nella figura 4 – emergono da un lato lo sfruttamento minerario (molto più antico, ma che con l’industrializzazione modifica il proprio assetto), ma anche la nascita dell’industria siderurgica a Terni (1881) – fortemente  voluta dallo Stato per la sua stretta connessione con gli impieghi bellici – e il primo impianto di industrie nella zona di Sesto San Giovanni, dove nei primi anni del ‘900 arriveranno aziende pesanti come la Breda e la Falck.

Fonte: elaborazione personale sulla base delle informazioni relative alla nascita della/e industria/e prevalente nell’attuale area definita come SIN, desunte dalle fonti riportate nella bibliografia

L’avvio del ‘900 è la fase che segna la prima accelerazione nello sviluppo industriale italiano. Di questo periodo la mappa dei Sin – vedi la figura 5 – ci restituisce la nascita di alcune industrie chimiche particolarmente inquinanti, ma soprattutto l’investimento nella creazione dei grandi poli industriali di Bagnoli (1904)  e di Marghera (1917) e, appena dopo la guerra, di Genova Cornigliano (1919), agevolati da apposite leggi di sostegno alle operazioni finanziarie e industriali[12].

Fonte: elaborazione personale sulla base delle informazioni relative alla nascita della/e industria/e prevalente nell’attuale area definita come Sin, desunte dalle fonti riportate nella bibliografia

Fra le due guerre le agevolazioni proseguono per sostenere il potenziamento delle aree industriali legate ai porti (per esempio a Livorno e a Trieste), ma anche il potenziamento della chimica (Torviscosa) o delle zone di recente annessione (vedi figura 6). In questo periodo si colloca la crisi del 1929, che determina l’intervento dello Stato in economia. A seguito dei salvataggi del sistema bancario e industriale nazionale, lo Stato diviene proprietario di cospicui pacchetti azionari. Nascono l’IMI e l’IRI, che saranno fra le protagoniste dell’economia nazionale per lunga parte del secondo dopoguerra.

Fonte: elaborazione personale sulla base delle informazioni relative alla nascita della/e industria/e prevalente nell’attuale area definita come Sin, desunte dalle fonti riportate nella bibliografia

L’ultima carta – la figura 7 – ci racconta chiaramente lo sforzo attuato nel secondo dopoguerra per industrializzare il Sud Italia, nella convinzione che solo la nascita di grandi industrie avrebbe potuto fare da volano per lo sviluppo di quelle terre. Un’idea di sviluppo che non solo non ha avuto i risultati sperati, ma che proprio in quelle terre ha lasciato eredità di compromissione ambientale e di incertezza lavorativa molto pesanti.

Fonte: elaborazione personale sulla base delle informazioni relative alla nascita della/e industria/e prevalente nell’attuale area definita come Sin, desunte dalle fonti riportate nella bibliografia

Ogni sito di interesse nazionale ha, dunque, la propria storia. Ricostruirla in classe permette percorsi interdisciplinari di grande interesse (di storia, ma anche diritto, chimica, fisica, storia della tecnologia…).

Viste nel loro sviluppo cronologico, le mappe dei Sin ci restituiscono, come si diceva, uno sguardo d’insieme sulla storia della grande industria in Italia, che può costituire un quadro di contestualizzazione generale per qualsiasi studio di caso si voglia poi approfondire.

Un passato da problematizzare

Un racconto che si appiattisse solo sugli esiti, valutabili oggi, della rincorsa italiana all’industrializzazione non sarebbe, tuttavia, utile a restituire la complessità del percorso compiuto. Non sarebbe un racconto storico. Non basta, infatti, interrogarsi su come si sia arrivati all’oggi, ma chiedersi perché e come questo oggi si sia costruito nel tempo.  L’indagine storica richiede la capacità di calarsi in tempi e contesti diversi, di indagare diversi punti di vista, consapevoli che anche le narrazioni del passato cambiano nel tempo. Ce lo fa capire bene lo storico Salvatore Romeo, che si è occupato del caso dell’impianto siderurgico di Taranto: quell’impianto di cui si parla spesso in cronaca sui giornali non solo per i problemi ambientali, ma anche per le sorti dei lavoratori di quella grandissima acciaieria. Un caso emblematico in cui lavoro e salute sono stati messi a lungo in contrapposizione; problema attualissimo, che, a partire proprio dal libro di Romeo, potrebbe divenire oggetto di un debate in cui coinvolgere i nostri studenti. Nel caso di Taranto, Salvatore Romeo, nella prefazione del suo bel libro, accosta le due narrazioni contrapposte di chi ha subito i danni dell’esposizione alle polveri e ai fumi dello stabilimento –  perché ci ha lavorato o perché vi ha abitato vicino – a quella del pizzaiolo Franco, che ancora ricorda, con nostalgia, i tempi del miracolo economico, quando la presenza dell’acciaieria significò occupazione e benessere non solo per i metalmeccanici che ci lavoravano, ma, a cascata, per l’intera città. Due memorie e due narrazioni diverse[13]:

Hanno tutti ragione, verrebbe da dire. – ci ricorda Romeo – Ma questo lo storico non se lo può permettere. Il suo compito è provare a rispondere alle questioni che comunemente ci si pone davanti a una situazione complessa come quella che si è scelto di trattare, e cercare di farlo con gli strumenti a sua disposizione. Questa prospettiva non potrà mai offrire una “memoria condivisa” – ammesso che ciò sia utile e auspicabile –, ma può consentire di cogliere le trasformazioni che il tempo ha segnato (il corsivo è mio), provando a dare un senso anche ai traumi che oggi si manifestano attraverso il ricordo.

Il passaggio che occorre fare è quello, appunto, dalle memorie alla storia. Nel nostro workshop abbiamo lavorato sulla storia del polo industriale di Porto Marghera.

Il caso di Venezia e di Porto Marghera

L’area industriale di Venezia è stata oggetto di numerosi approfondimenti storici. La collega Chiara Massari ne ha tratto, qualche anno fa, un percorso didattico dal titolo Nascita del volto industriale di Venezia: Porto Marghera, che ripercorre la storia del porto industriale dalla fondazione, nel 1917, fino alla Seconda guerra mondiale[14].

Il percorso, di tipo laboratoriale, era stato pensato per essere fruito in presenza, ma si presta benissimo anche per un lavoro a classe rovesciata[15] o in Dad, magari alternando momenti di attività sincrone, ad altre in modalità asincrona.

Il lavoro è stato progettato pensando a un’organizzazione degli studenti a gruppi (meglio se cooperativi), impegnati su una serie di operazioni “storiche” fondamentali[16]:

1) selezionare da un archivio simulato costruito dalla docente alcuni documenti sulla base dei temi suggeriti; 2) interrogare i documenti a seconda della loro diversa tipologia (critica della fonte, ricerca di indizi, ecc.); 3) elaborare una sintesi delle informazioni raccolte a partire dall’intreccio dei documenti inseriti nel laboratorio; 4) mettere a confronto i risultati di ciascun gruppo di lavoro, al fine di arrivare alla produzione di un “testo” storico (scritto, orale, visivo, ecc.).

I materiali messi a disposizione dei ragazzi sono stati articolati in sei diverse sezioni: 1) il presente; 2) le origini; 3) progettazione e costruzione; 4) la strategia di Giuseppe Volpi; 5) Porto Marghera e il fascismo; 6) i lavoratori. Ogni sezione presenta fonti di diverso tipo, che spaziano da mappe e grafici a brani storiografici, da video tratti dall’archivio dell’Istituto Luce a raccolte di fotografie di luoghi e persone al lavoro. In ogni sezione sono previste attività da far svolgere agli studenti, in modalità spesso interattiva. Non resta che suggerire ai lettori la visione del materiale del laboratorio, che può essere riproposto tale e quale sia in classe che in Dad disponibile online al link http://www.e-story.eu/digital-learning-environment-access/e-workshop/2017/02/05/volto-industriale-di-venezia/.

Spunti metodologici e didattici

La Summer school ha voluto essere anche un momento di riflessione sulla possibilità di  adattare le tradizionali attività laboratoriali proposte dalla rete degli Istituti Parri alla didattica a distanza imposta dalla pandemia. Nel nostro workshop abbiamo così pensato di far sperimentare una modalità di lavoro cooperativo, prezioso in presenza e proponibile anche a distanza: il Jigsaw di Aronson. Il laboratorio su Porto Marghera era già articolato nelle sezioni elencate nel precedente paragrafo. Con il Jigsaw, posto un determinato argomento suddividibile in più parti, si dividono i ragazzi in gruppi-base. A ciascun membro del gruppo-base viene assegnata una parte diversa dell’argomento complessivo. Dopo un primo compito individuale (anche la sola lettura silenziosa) sulla propria parte, ogni ragazzo lascia il gruppo-base per entrare a fare parte di un gruppo-esperti, composto da tutti i ragazzi che hanno ricevuto la sua stessa parte. Ci saranno dunque tanti gruppi-esperti quante sono le parti in cui è stato suddiviso l’argomento. Ogni gruppo-esperti ha il compito di sintetizzare o creare una mappa della propria parte, da illustrare poi, una volta tornati nel gruppo-base, ai propri compagni. Alla fine delle presentazioni individuali, tutti i membri del gruppo-base avranno spiegato la propria parte e ascoltato la sintesi delle altre, fino a ricomporre l’intero argomento[17]. Il limitato tempo a disposizione ci ha indotto a ridimensionare la complessità del lavoro, saltando la fase dei gruppi-esperti[18]. Nella fase individuale, abbiamo assegnato ad ogni docente una sola parte del materiale su Porto Marghera da visionare. Trascorso il tempo stabilito, abbiamo suddiviso la classe virtuale in gruppi, in modo tale che in ogni gruppo ognuno avesse visionato una parte diversa. La richiesta che abbiamo fatto ai gruppi è stata quella di raccontarsi e mostrarsi vicendevolmente – nelle diverse “stanze” appositamente create con la piattaforma zoom – le diverse sezioni e decidere insieme quale compito complesso avrebbero assegnato ai ragazzi nell’ipotesi di farli lavorare sul materiale a classe rovesciata.

Le idee emerse nei gruppi

Posto che il tempo a disposizione nei gruppi è stato sicuramente troppo limitato, dal confronto fra i docenti sono emerse idee e spunti di lavoro davvero interessanti. Una prima idea è stata quella di chiedere ai ragazzi, in riferimento a un luogo specifico (non necessariamente Marghera), di girare un video che imitasse la retorica dei documentari dell’Istituto Luce per mostrare come il luogo si sia trasformato nel tempo.

Un’altra idea è stata quella di utilizzare le fonti iconografiche del laboratorio per costruire “poesie visive”. O, ancora, fare accostare il  video sull’inaugurazione del Ponte translagunare di Venezia con quello dell’inaugurazione del Ponte Morandi, per restituire delle riflessioni sulla propaganda, ora e allora. Un’ulteriore idea emersa nel workshop è stata quella di lavorare, invece, sul concetto di energia e le sue trasformazioni nel tempo.

Non solo Marghera

Come spiegato all’inizio, la scelta di lavorare su Porto Marghera è stata determinata dalla disponibilità di un lavoro nato per essere fruito online e perciò particolarmente adatto per la didattica a distanza. Sulle pagine di questa rivista sono tuttavia disponibili già studi di caso e laboratori relativi ad altre importanti realtà industriali. Tracciato il quadro di riferimento proposto nel workshop per contestualizzare il caso dell’area industriale veneziana, si può benissimo proporre altri approfondimenti. Riguardo alla siderurgia, c’è per esempio lo studio di caso di Francesco Soverina relativo alla dismissione del polo industriale di Napoli-Bagnoli, C’era una volta l’Italsider a Bagnoli (http://www.novecento.org/dossier/italia-didattica/cera-una-volta-litalsider-a-bagnoli/)[19]. Il rapporto tra industria, lavoro, ambiente e salute è invece l’ottica al centro dei contributi di Andrea Micciché sul petrolchimico di Gela – Sviluppo, territorio e inquinamento: il caso Gela (http://www.novecento.org/didattica-in-classe/sviluppo-territorio-e-inquinamento-il-caso-gela-3715/) – e di Cristina Vitulli sulla Fibronit di Bari, La fabbrica dei veleni (http://www.novecento.org/dossier/italia-didattica/la-fabbrica-dei-veleni/).

Una proposta didattica tutta da costruire, ma sicuramente molto interessante per comprendere il racconto che ha accompagnato l’accelerazione industriale del secondo dopoguerra, potrebbe scaturire dalla visione dei cosiddetti documentari d’impresa. Negli anni ’50 se ne sono occupati registi come Ermanno Olmi (di cui si ha anche un’intervista in cui ricorda l’esperienza) e aiutano a comprendere lo spirito e la cultura di quel momento storico. Nella biblio-sitografia finale si segnala qualche titolo e qualche link a risorse online.

Un ultimo suggerimento ai docenti interessanti a queste tematiche è quello di lavorare direttamente sui Siti di interesse nazionale. Sull’argomento esistono già contributi storici[20], ma anche l’interessante relazione alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali [21] che ripercorre, per ciascun sito, una breve storia della sua nascita ed evoluzione. Può essere una buona base di partenza per iniziare a lavorare sui Sin più vicini alla propria realtà scolastica.

Nella direzione di una maggiore attenzione alla storia ambientale – che rappresenta il fulcro della Summer school Parri nell’edizione 2021 – un piccolo contributo alla riflessione e al lavoro in classe su queste tematiche si spera possa venire anche dal lavoro presentato in queste pagine.

Bibliografia e sitografia di base

Sui Sin e i poli industriali:

  • S. Adorno, S. Neri Serneri (a cura di), Industria, ambiente e territorio. Per una storia ambientale delle aree industriali, Il Mulino, Bologna 2009.
  • R. Petri, La frontiera industriale. Territorio, grande industria e leggi speciali prima della Cassa per il Mezzogiorno,  Franco Angeli, Milano 1990.
  • Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, Relazione sulle bonifiche nei Siti di Interesse Nazionale (Relatori: On.  Chiara Braga e On. Filiberto Zaratti). Approvata dalla Commissione nella seduta del 28 febbraio 2018, in Documenti parlamentari, XVII legislatura, Relazioni e documenti di commissioni parlamentari (bicamerali) di inchiesta, Doc. XXIII, n. 50 (scaricabile dal sito: http://documenti.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/023/050/INTERO.pdf)

Sui singoli siti si trova molto anche consultando le pagine web degli ARPA regionali.

Sul caso dell’acciaieria di Taranto:

  • S. Romeo, L’acciaio in fumo. L’ILVA di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli, Roma 2019.

Su Porto Marghera:

  • C. Chinello, Porto Marghera 1902-1926. Alle origini del “problema Venezia”, Marsilio, Venezia 1979.
  • G. Paladini, M. Reberschak (a cura di), La Resistenza nel veneziano, Comune-Assessorato affari istituzionali-Università-Istituto veneto per la storia della Resistenza, Venezia 1985.
  • S. Barizza, D. Resini (a cura di), Porto Marghera: il Novecento industriale a Venezia, Grafiche Vianello, Treviso 2004.
  • F. Piva, Contadini in fabbrica. Il caso Marghera: 1920-1945, Lavoro, Roma 1991.
  • F. Piva, G. Tattara, I primi operai a Marghera. Mercato, reclutamento, occupazione 1917-1940, Marsilio, Venezia 1983.
  • A. Pozzan (a cura di), Marghera 900, Archivi della politica e dell’impresa del ‘900 veneziano, Fondazione Gianni Pellicani, Mestre 2014.
  • A. P. Desole, La fotografia industriale in Italia 1933-1965, Quinlan, San Severino Marche 2015.
  • G. Zazzara, I cento anni di Porto Marghera, in “Italia Contemporanea” – Sezione Open Access “in rete”, n. 284, 2017.

Si possono ascoltare in podcast dal sito raiplayradio le cinque puntate dedicate da Gilda Zazzara alle “Strade di Porto Marghera”, andate in onda dal 9 al 13 marzo 2020: https://www.raiplayradio.it/programmi/tresoldi/archivio/puntate/Strade-di-Porto-Marghera-8a37c590-c027-44c0-94e4-d6f9a730b334

Città di Venezia. Direzione Progetti Strategici, Ambientali e Politiche Internazionali e di Sviluppo. Servizio Sviluppo economico e gestione strategica Porto Marghera, Indagine conoscitiva sulle attività economiche presenti nell’area di Porto Marghera al 31 dicembre 2017 (settembre 2018), scaricabile dal sito dell’Osservatorio Porto Marghera della Città di Venezia al link: https://www.comune.venezia.it/sites/comune.venezia.it/files/immagini/progetti_strategici/report_2018.pdf)

Risorse online per la didattica:

Letture di narrativa sul siderurgico:

  • E. Rea, La dismissione, Rizzoli, Milano 2002 (su Bagnoli)
  • S. Avallone, Acciaio, Rizzoli, Milano 2010 (su Piombino)

Video-documentari d’impresa:

Cinema Industriale. Intervista a Ermanno Olmi, 18 novembre 2008 (https://www.youtube.com/watch?v=qKuLiwHYWYU)

Su Porto Marghera: Venezia città moderna (1958) – regia di Ermanno Olmi (non reperibile online)

Sull’Italsider di Bagnoli: Il cuore e l’acciaio…. L’incredibile storia dell’Italsider di Bagnoli (2013) – regia di Aldo Zappalà (https://www.youtube.com/watch?v=gH0JPPoIkVU)

Sulla siderurgia in genere, con immagini di Taranto, Bagnoli, Piombino: Il pianeta acciaio (1962) – regia di Ermilio Marsili  (testi di Dino Buzzati, voce narrante di Arnoldo Foà) (https://www.youtube.com/watch?v=aRyTCHkDaqs oppure https://www.youtube.com/watch?v=YpD6tLTeRyc&t=426s)

Su Priolo: Il grande paese d’acciaio (1960) – regia di Ermanno Olmi (https://www.youtube.com/watch?v=Tnb1Zd1-VL0)


Note:

[1] Hanno partecipato all’elaborazione e alla conduzione del laboratorio, oltre a chi scrive (IVrR di Verona), il collega Enrico Bacchetti dell’Isbrec (Belluno) e le colleghe Stefania Bertelli e Chiara Massari dell’Iveser (Venezia)

[2] Il suggerimento si deve al collega Enrico Bacchetti, dell’Istituto di Belluno, che ha presentato questa possibile pista di lavoro in chiusura del workshop della Summer school.

[3] Una declinazione della tematica centro-periferia centrata sul tema del patrimonio industriale e dei percorsi di archeologia industriale è stata illustrata dalla collega Stefania Bertelli, dell’Istituto di Venezia, che ha anche preparato, per i colleghi della Summer, un piccolo video di introduzione all’argomento nelle classi, visionabile al link http://www.novecento.org/wp-content/uploads/01_video%20introduttivo%20su%20SIN%20e%20poli%20industriali.mp4.

[4] Si trattava del progetto europeo triennale 2015-2018 E-story. Media and history. From cinema to the web. Studying, representing and teaching european history in the digital era; per maggiori informazioni rimando al sito di presentazione: http://www.e-story.eu/ (URL consultato il 12.7.2021).

[5] Proprio per fornire ai docenti gli strumenti per parlare in classe di tematiche apparentemente ostiche, ma fondamentali per comprendere il presente, al tema de Le grandi crisi del mondo contemporaneo fu dedicata la prima Summer school dell’Istituto Parri, svoltasi a San Marino nell’estate del 2013. Si veda, qui su novecento.org, il dossier con i materiali (http://www.novecento.org/elenco-dossier/le-grandi-crisi-del-mondo-contemporaneo-2337/).

[6] Il percorso storico proposto in questo laboratorio può essere inserito a pieno titolo in una progettazione di Educazione civica. Sono quattro gli agganci possibili al primo e secondo degli assi proposti nelle Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica (vd. https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/ALL.+Linee_guida_educazione_civica_dopoCSPI.pdf/8ed02589-e25e-1aed-1afb-291ce7cd119e?t=1592916355306) e ruotano attorno ai temi di industria, ambiente, salute, lavoro. Il tema del lavoro e della tutela dell’ambiente in senso lato (la Costituzione parla, in realtà di paesaggio, con una visione più limitata rispetto all’attuale sensibilità ambientale) sono richiamati immediatamente fra i principi fondamentali della nostra Costituzione (artt. 1, 4 e 9). La tutela della salute, del lavoro e dei lavoratori sono invece al centro degli articoli 32 e negli articoli del titolo III (artt. 35-47) della parte prima della Costituzione. Si pensi alla discussione che può scaturire dalla semplice lettura dell’articolo 41, laddove, dopo aver esordito dicendo che l’iniziativa economica privata è libera, precisa come non possa “[…] svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Intuitivo e immediato l’aggancio col tema dello sviluppo sostenibile, ovvero col secondo asse tematico dell’insegnamento dell’educazione. Molti degli obiettivi dell’Agenda 2030 toccano le tematiche del nostro laboratorio: l’industria interessa direttamente quelli relativi alle fonti di energia (7), alle innovazioni (9), alla produzione responsabile (12), ma il tipo di sviluppo industriale influenza fortemente l’ambiente sui goals relativi all’acqua (6), alle emissioni di CO2 e cambiamenti climatici (13) e alla vita sulla terra e in ambiente marino (14-15). Lavoro e salute sono invece al centro dell’attenzione laddove si parla di lavoro dignitoso (goal 8) e parità di genere (5) da un lato, ma anche di salute e benessere (3) non solo dei lavoratori, ma delle nostre comunità (11) dall’altro. Su questi aspetti si vedano le proposte di approfondimento scaturite nell’ambito del workshop su Stato-mercato della Summer school Parri 2020 e il mio intervento Industria e ambiente, lavoro versus salute. Una prospettiva storica, tenuto online su sollecitazione dell’USR Veneto in occasione del salone “Job&Orienta” il 27 novembre 2020 e disponibile al link https://www.youtube.com/watch?v=GSeLU9nO6Xw. Tutti questi complicati intrecci saranno oggetto di approfondimento nella imminente Summer school 2021.

[7] In occasione della Summer school 2020, l’illustrazione della parte introduttiva al laboratorio su Porto Marghera è stata registrata in video e può essere proiettata direttamente in classe. Il video è al link http://www.novecento.org/wp-content/uploads/05_Archeologia%20industriale%2009_03.mp4. L’unica avvertenza è quella di precisare che i dati sui Sin riportati nel video debbono essere aggiornati all’aprile 2021, con l’aggiunta del Sin relativo alla Terra dei fuochi (vd. più avanti alla nota 9).

[8] I siti individuati dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio erano inizialmente 57 (28 dei quali interessanti la fascia costiera), sparsi in tutta Italia. Nel 2013 sono stati ridotti a 39 perché la bonifica di 18 siti –  “declassificati” da Sin a Sir (ovvero Siti di interesse regionale) – li ha restituiti alle competenze alle Regioni (https://www.minambiente.it/comunicati/torna-alle-regioni-la-competenza-di-18-aree-da-disinquinare (URL consultato l’8.7.2021)

[9] Alle 41 aree mappate nel 2019 cui si è fatto riferimento nella costruzione del workshop presentato alla scorsa Summer school, nell’aprile di quest’anno si è aggiunta l’“Area vasta di Giugliano” (al numero 59), portando il totale complessivo a 42. La nuova area, che interessa numerosi comuni delle provincie di Napoli e Caserta, comprende discariche tra le più pericolose d’Europa ed è nota alle cronache come “Terra dei fuochi”. La fase di perimetrazione del nuovo Sin è ancora in corso (vd. https://www.minambiente.it/bonifiche/conferenze-dei-serviz-contenuti/12631; URL consultato l’8.7.2021). L’area di Genova-Cornigliano, in cui opera un’apposita società costituita nel 2005, non è invece ricompresa nella mappa, anche se continua l’opera di bonifica e riqualificazione urbana della zona.

[10] A Biancavilla, alla fine degli anni ‘80 il tasso di mortalità per mesotelioma (il tumore maligno della pleura causato all’amianto) è risultato dalle 20 alle 40 volte superiore al normale. La causa è stata ritrovata nella pietra – un minerale nuovo, la fluoro-edenite, non presente altrove in natura – estratta da una cava nei pressi del Monte Calvario e usata nell’edilizia locale (vd. http://www.ctsa.unict.it/content/sin-biancavilla).

[11] Se si volesse aprire un altro tipo di approfondimento storico, è in quelle zone che si produssero i gas tossici utilizzati nel corso della prima guerra mondiale e il famoso gas yprite con cui si bombardarono l’esercito nemico e i civili durante la nostra guerra coloniale in Africa.

[12] Su tutti questi aspetti resta sempre fondamentale la lettura del libro di R. Petri, La frontiera industriale. Territorio, grande industria e leggi speciali prima della Cassa per il Mezzogiorno,  Franco Angeli, Milano 1990.

[13] Riporto, perché davvero godibilissimi, alcuni passaggi dell’introduzione al libro: “L’immagine che ha di fronte chi oggi si approccia [al tema dell’interazione fra la fabbrica e l’ambiente circostante] è quello di un rapporto a senso unico, di una sopraffazione. […] Tutti abbiamo potuto ascoltare almeno una volta il racconto sofferto che rappresenta la fabbrica come un’ombra che da sempre incombe sulla vita di un individuo e dei suoi cari, a volte travolgendola senza pietà. La donna che ricorda le polveri sulla tuta di lavoro del marito operaio, l’uomo che racconta di quando – bambino – giocava sul campo davanti ai cumuli di minerali. E i malati, i morti. […] Ma basta spostarsi di poco perché la prospettiva cambi radicalmente. Un esempio su tutti mi viene di fare: quello di Franco. Franco è il proprietario di una pizzeria collocata al margine fra centro e periferia; ha la faccia scavata di chi ha conosciuto la miseria e la fatica, e lo sguardo sveglio di chi ha imparato a cavarsela. Gli affari non vanno più come una volta e ogni tanto, a fine serata, Franco si lascia rapire dalla nostalgia. Racconta della Taranto della sua giovinezza, quella del “boom” siderurgico: la gente che inondava i locali quasi tutte le sere e mangiava e rideva e pagava. Soldi che passavano di mano in mano, fra una pizza e l’altra, e arrivavano anche nelle sue tasche: mazzette di banconote che si trasformavano magicamente in case e vestito e macchine nuove. Poi, all’improvviso, le luci si sono spente; il sipario è calato. Quand[‘è che] Franco e i suoi sono stati cacciati dall’Eden del benessere? Lui questo non se lo sa spiegare con chiarezza. Di una cosa Franco è certo: che tutta quella vita – la sua vita – la deve in gran parte all’ “Italsider” – come ancora quelli della sua generazione chiamano la fabbrica; vd. S. Romeo, L’acciaio in fumo. L’ILVA di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli, Roma 2019, pp.3-4.

[14] Se si vuole spingersi cronologicamente più avanti, si troveranno, in bibliografia, i riferimenti alle fonti storiografiche disponibili.

[15] In quest’ottica, proprio a servizio della Summer school, Chiara Massari ha preparato un video di presentazione del laboratorio, ora incorporato nella pagina web del lavoro complessivo.

[16] Le stesse operazioni che Antonio Brusa ha recentemente definito la “grammatica dei documenti” da applicare nei laboratori di storia a scuola, ovvero: selezionare, interrogare, interpretare e scrivere (vd. http://www.historialudens.it/didattica-della-storia/418-lezione-7b-la-grammatica-dei-documenti-e-i-modelli-di-laboratorio-storico.html)

[17] L’esperienza è più facile a farsi che a dirsi. Il libro dei creatori del metodo – E. Aronson, S.Patnoe, Cooperation in the Classroom: the Jigsaw Method, Pinter & Martin Limited, London 2011 – è disponibile solo in lingua inglese. Per una spiegazione sintetica in italiano, rimando a M. Comoglio, M.A. Cardoso, Insegnare e apprendere in gruppo. Il Cooperative Learning, LAS, Roma 1996, pp. 287-294.

[18] Con i ragazzi è la fase più importante, perché il lavoro in gruppo su una stessa parte permette di “preparare” alla condivisione dell’argomento ogni studente, anche i ragazzi più fragili.

[19] Lo studio di caso annovera fra le fonti il bel libro di Ermanno Rea (La dismissione, Rizzoli, Milano 2002), che racconta la dismissione dell’impianto di Bagnoli attraverso la voce di Vincenzo Buonocore, ex operaio dell’acciaieria. Il libro della scrittrice Silvia Avallone, Acciaio, Rizzoli, Milano 2010, può essere invece un buon viatico per accostarsi alla realtà di Piombino.

[20] L’idea stessa di inserire in questo quadro la vicenda di Porto Marghera è venuta dalla lettura di S. Adorno, S. Neri Serneri (a cura di), Industria, ambiente e territorio. Per una storia ambientale delle aree industriali,  Il Mulino, Bologna 2009.

[21] Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, Relazione sulle bonifiche nei Siti di Interesse Nazionale (Relatori: On.  Chiara Braga e On. Filiberto Zaratti). Approvata dalla Commissione nella seduta del 28 febbraio 2018, in Documenti parlamentari, XVII legislatura, Relazioni e documenti di commissioni parlamentari (bicamerali) di inchiesta, Doc. XXIII, n. 50 (scaricabile dal sito: http://documenti.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/023/050/INTERO.pdf).