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“Partigiani alla Marelli” in una quinta di scuola primaria

“Partigiani alla Marelli” in una quinta di scuola primaria

La rielaborazione concettuale della fotografia fatta dall’alunno Cosimo

Abstract

La fotografia presentata da Monica Di Barbora nella rubrica “Storia per immagini” della rivista è stata utilizzata come documento misterioso da analizzare in una quinta classe di scuola primaria. Le ipotesi interpretative delle ragazze e dei ragazzi diventano lo spunto per una riflessione a quattro mani, in forma epistolare, tra la storica e l’insegnante sull’analisi dei documenti fotografici in storiografia e su alcuni usi possibili nella didattica.

Introduzione

Durante il periodo di lockdown in una classe quinta di scuola primaria di Bologna i docenti hanno associato alle altre pratiche didattiche di storia un lavoro sulle fonti documentarie. Organizzato a distanza, il lavoro ha assunto la caratteristica della sfida e del gioco investigativo, con l’obiettivo sia di motivare che di invitare le bambine e i bambini ad usare gli strumenti di ricerca disponibili sul web. All’interno della sfida[1] sono state inserire anche due fotografie. Una di esse era quella del gruppo di partigiani presso gli stabilimenti della Marelli, recentemente commentata per “novecento.org” dalla storica Monica Di Barbora[2].

Scopo della pratica didattica non era tanto trovare le giuste interpretazioni dei documenti proposti (che d’altronde venivano assegnati decontestualizzati e privi di introduzione da parte dei docenti), quanto vedere all’opera le capacità investigative e le strategie interpretative dei bambini e delle bambine: il loro sforzo di pensare storicamente. Un gioco didattico facilmente replicabile anche a partire da vecchie fotografie proposte dagli stessi studenti e studentesse. In questo caso le risposte prodotte sono diventate l’occasione di un breve scambio di e-mail tra la storica e uno dei docenti che ha proposto il lavoro didattico e che riproponiamo qui di seguito, seppure in forma abbreviata. Una discussione senza pretese di organicità, nata nella fase finale del drammatico lockdown di primavera, che però solleva alcune interessanti questioni di confine tra storiografia e didattica riferite alla fonte fotografica.

Il primo contatto: l’insegnante scrive alla storica “Cara Monica, come stai?”

Cara Monica, come stai?

In questo periodo tormentato di pseudo-scuola a distanza, abbiamo cercato di proporre qualche attività di “storia non convenzionale” sotto forma di “challenge” (il nome che i ragazzi attribuiscono alle sfide sui social e che abbiamo imparato anche noi): una serie di agili percorsi settimanali di riflessione e di ricerca (anche sul web) a partire da fonti documentarie. L’esperienza ha funzionato benissimo: gran parte di loro ha accettato la sfida e ci ha mandato risposte e riflessioni. La cosa in un certo senso interessa anche te, perché in uno degli step della sfida abbiamo deciso di affrontare la fonte fotografica, invitando i bambini ad analizzare la foto dei partigiani agli stabilimenti della Marelli che hai commentato in aprile su “novecento.org”.

Come sai, insegno alla scuola primarie e quest’anno ho una quinta. Di Resistenza prima di allora in classe non avevamo mai parlato nello specifico. Avremmo voluto andare in primavera a monte Sole, ma la pandemia ha mandato all’aria il progetto. Le lezioni mirate cui i bambini hanno potuto attingere per l’analisi della foto sono state due, entrambe in Dad. Nel primo incontro, che si è svolto attorno al 25 Aprile, siamo andati a fare una visita guidata virtuale alla città di Bologna durante la Resistenza, seguendo alcuni racconti, foto e interviste presenti nel sito resistenzamappe.it[3]. In quella prima lezione abbiamo anche guardato il promo di tre minuti di The forgetten front[4], un recentissimo documentario sulla Resistenza a Bologna. La seconda lezione è consistita in una chiacchierata nella nostra aula virtuale con la storica Toni Rovatti[5], che ha risposto alle domande delle ragazze e dei ragazzi. Trattandosi di una sfida, avevamo deciso di non comunicare nulla che potesse aiutare a capire di che soggetto si trattasse. Abbiamo consegnato loro solo la nuda immagine, con alcune indicazioni per il lavoro:

Challenge di storia. Indicazioni agli allievi

Il documento n. 9 è una foto. Spesso le foto del passato ci arrivano senza appunti, non si sa chi sono le persone riprese, non si sa la data e il luogo in cui è stata scattata. Spesso mancano anche informazioni su chi ha scattato la foto, l’autore, che ha la caratteristica di non vedersi mai, anche se è grazie a lui (o a lei) che la foto esiste. Allora gli storici della fotografia immaginano, fanno delle ipotesi ragionate. Guardano i dettagli e provano a pensare chi sono le persone riprese, dove e quando può essere stata scattata, chi poteva essere il fotografo, che pensieri potevano avere quelle persone. Per superare la challenge 9 dovrai fare proprio questo. Scrivi la tua analisi immaginata della foto e mandacela. Solo alla fine, se vuoi, puoi andare a cercare la foto o foto simili con un motore di ricerca.

Vorrei condividere con te le risposte, nell’ordine in cui ci sono arrivate. A me sembrano interessanti, sia quando centrano il bersaglio, sia – forse ancora di più – quando lo mancano, ma mi piacerebbe sapere da te, che lavori come storica sui documenti fotografici e hai lavorato proprio su questa immagine, cosa ne pensi di queste loro letture.

Un caro saluto

Gianluca

Le risposte dei bambini e delle bambine

(trascrizioni non diplomatiche)

Giacomo
Secondo me le persone nella foto sono dei partigiani.
Non so quando è stata scattata ma credo a fine guerra.
Secondo me la foto è stata fatta in una piccola cittadina di campagna, lo vedo un po’ da come sono fatte le case e le strade.
Secondo me il fotografo è uno dei partigiani che era insieme a loro, o forse un cittadino che gli ha chiesto di fare una foto.
Per i pensieri che potevano avere i partigiani che erano lì dipende, perché se la foto è stata scattata a fine guerra come dico io, secondo me i soldati pensano: bene la guerra è finita siamo stati bravi, ma se è quando la guerra è cominciata, il loro pensiero è: mannaggia mi tocca andare a combattere.
IMPRESSIONI:
Il soldato a destra porta come pistola una Beretta 1931 calibro 6.65 con capienza di caricatore di sette colpi, quest’arma era solo per le armate italiane, per questo secondo me il soldato che è lì con la pistola è italiano.
Poi c’è il soldato con il mitra, quello lì è un mitra Sten inglese, quindi quei soldati dovrebbero essere inglesi.
Il soldato con il mitra dovrebbe essere un sottotenente, lo si capisce dal grado che dovrebbe essere la stellina sopra il triangolo sul pettorale sinistro.

Maria Vittoria
Sono un gruppo di partigiani, probabilmente coppie, e chi fa la foto è una ragazza, compagna di uno dei ragazzi della foto.
Sono vestiti con delle tute fasciste che probabilmente hanno rubato o recuperato e sono armati.
Sulla sinistra per terra pare ci sia sangue, e il primo ragazzo a sinistra pare essere molto elegante, come per una grande occasione, magari un matrimonio.

Marta
Secondo me nella seconda foto i due signori con le armi erano militari che stavano per partire, per andare in guerra e salutano le fidanzate o le mogli e gli amici, facendo una foto di ricordo. Secondo me non erano partigiani perché loro dovevano stare nascosti sulle montagne nelle case di campagna abbandonate, e la fotografia si vede è stata scattata in città, poi i partigiani si vestivano con quello che trovavano e non avevano caschi, uno di loro ha un casco militare in mano, la foto l’avrà fatta un amico, è stata scattata in città l’anno 1944-45.

Diego
FOTOGRAFO – Anonimo, non si sa, può essere un amico o un fotografo dilettante.
FOTOGRAFIA – Spontanea, un gruppo di giovani ragazzi uomini e donne sicuramente lavoratori perché indossano delle salopette di lavoro, la ragazza ha un grembiule sicuramente di lavoro, il ragazzo una tuta decorata con un triangolo e una stella che possibilmente si usava nelle fabbriche a quell’epoca.
Dall’aspetto del viso sono felici e sorridenti, quindi anche se hanno le armi la foto è stata fatta subito dopo una guerra o una lotta.
Vista la particolarità dei loro vestiti risultano essere partigiani e partigiane.
– bicicletta che si vede poco dietro di loro importante per i lavoratori operai donne e uomini che la usavano per andare a lavorare anche distanze molto lunghe, i “gappisti” (comandanti e un po’ di più di GAP Gruppi d’Azione Patriottica) la usavano per spostarsi velocemente in città per informazioni e sbrigare faccende in anonimato
– I vestiti dei partigiani non dovevano essere tutti uguali come quelli dei militari, improvvisavano a crearli e renderle diverse con dei fazzoletti di colore rosso al collo o fasce al braccio come si nota al braccio sinistro del ragazzo con la pistola.
– l’esibizione delle armi, la mitragliatrice e la pistola alla cintura, tipica dei Partigiani.
– la scritta GARIBALDI sull’elmetto.
– LA DATA – sicuramente è quella della LIBERAZIONE anno 1945, giorno incerto può essere il 25 Aprile stesso come anche uno dei giorni dopo.

Filippo
Vedo dei signori. Non sono una famiglia ma le femmine sono sorelle. Sono le fidanzate degli uomini. Quella con il casco è andata in moto con quello con la moto. Il militare ha tante medaglie e abbraccia la sua ragazza e poi c’è uno molto elegante che fa l’avvocato e uno con la pistola.
Sono gli amici che si sono visti dopo tanto tempo.
Ha fatto la foto un fotografo.

Nina
Ciao Gianluca, per me le persone fotografate sono dei partigiani, forse sono stati fotografati nelle colline appenniniche tra il 1943 e il 1945.
Per me il/la fotografo/a era un/a partigiano/a perché se no avrebbe potuto denunciarli.
Secondo me quei partigiani erano felici perché lottavano per una giusta causa, ma anche preoccupati avevano paura che i fascisti li scoprissero.

Margherita
Analisi immaginata
Cara Carla e caro Gianluca,
ora vi scrivo la mia analisi immaginata.
Credo che la foto sia stata scattata o da un partigiano o da un amico che li aiutava.
Le persone riprese sono dei partigiani e la foto è stata scattata o in un paesino di campagna o in un paesino di montagna.
Credo inoltre che la foto sia stata scattata nel 1944.
Secondo me i pensieri di quelle persone erano  ansiosi perché magari stavano per fare una missione che avrebbe potuto andare male, altrimenti, dato che alcuni erano sorridenti, potevano essere pensieri felici magari perché avevano appena finito una missione.

Matteo
Le persone ritratte nella fotografia sembrano dei partigiani con delle ragazze, forse partigiane anche loro.
Uno di loro è in divisa e la donna vicino a lui tiene in mano il suo casco, il che ci fa pensare che potrebbe essere un pilota oppure un soldato che guida un carro armato poco distante da loro.
Ci troviamo sicuramente in Italia e la guerra probabilmente sta finendo, perché i loro visi e le loro espressioni sembrano distese e felici.

Cosimo
Secondo me questa foto è stata scattata durante la seconda guerra mondiale. Infatti se guardate bene nell’uomo che sta proprio nel mezzo sul petto ha uno stemma con sopra una stella, probabilmente rossa. Infatti, secondo me, lui e i primi 2 uomini a destra erano partigiani. Il secondo sulla cintura ha una pistola mentre l’uomo con la pettorina della stella rossa ha un mitra a tracolla.
Ora parliamo dell’uomo a estrema destra: probabilmente era una staffetta perché se si guarda attentamente si vede che è seduto su una bicicletta.
Poi si può intuire che l’uomo a estrema sinistra e la donna accanto a lui erano vestiti tutti e due elegantemente e probabilmente erano una coppia.
La donna con accanto l’uomo col mitra probabilmente erano un’altra coppia. Mentre l’uomo con la pistola e la donna accanto a lui erano una terza coppia.
La foto probabilmente è stata scattata in campagna e il fotografo potrebbe essere stato o una staffetta o un uomo simile a quello elegante.

Mattia
Sembra un gruppo di partigiani amici e le ragazze sono le staffette.

Marcello
Penso che nella foto “a” ci siano dei partigiani con le mogli che hanno un fazzoletto al collo, forse quello dei partigiani.
È una foto in bianco e nero quindi forse del periodo fascista.
Caricando questa foto su “google images” dice che è possibile che sia una foto del giorno della liberazione anche perché i partigiani sorridono.

Tina
Per me questa foto è stata scattata nel 1945 verso nella Seconda guerra mondiale in Italia. Non poteva essere la Prima guerra mondiale perché non esistevano ancora la mitragliatrice e bici così moderne. Si trovavano nei mesi della liberazione, marzo aprile dato che le ragazze/signore avevano le scarpe aperte o sandali. Erano partigiani, dato che erano armati e sulle braccia non avevano simboli di un esercito regolare. Dovevano aver vinto una battaglia o la guerra perché avevano il sorriso, in più uno di loro era pure nella brigata Garibaldi, quello con la divisa (perché sul casco si vede la scritta Garibal)

Emilia
Secondo me a scattare la foto è stata una donna.
Le persone che sono state fotografate sono dei partigiani.
È stata scattata in una città circa 80-85 anni fa.
In verità non capisco tanto bene a cosa pensano.

La rielaborazione concettuale della fotografia fatta dall’alunna Tina

 

La storica risponde all’insegnante: “Caro Gianluca”

Caro Gianluca,

complimenti per il progetto! È davvero un modo intelligente per fare appassionare ragazze e ragazzi alla storia e sappiamo entrambi quanto ce ne sia bisogno.

Ho letto con molto interesse le risposte della tua classe e ti ringrazio perché mi hai fornito la straordinaria opportunità di scoprire in che modo le persone guardano una fotografia. Per chi si occupa di fotografie del passato, uno degli aspetti più delicati è proprio quello della loro ricezione;  l’analisi più raffinata di un documento fotografico è, per una storica, solo una parte del percorso: sarebbe prezioso scoprire chi ha davvero visto quel documento, in che contesto, con quale reazione… anche la fotografia più sconvolgente, chiusa in un cassetto, non agisce nella storia. Come si può facilmente supporre, trovare documenti che ci raccontino questa fase della vita di un’immagine è una sfida complessa, che solo in rari casi riusciamo a vincere.

Le strategie di lettura e comprensione di un’immagine. I commenti della tua classe mi danno l’opportunità di vedere quali strategie di lettura e comprensione delle immagini vengono attivate, in una scuola del 2020, di fronte a una fotografia come questa. Mi pare che ce ne sia un campionario significativo.

Per cominciare, c’è quello che ha chiaramente guardato su internet: ci sono termini e processi di analisi ripresi quasi pari pari dal mio articolo. La valutazione sull’alunno “furbetto” la lascio al maestro. Da parte mia credo che abbia attivato una strategia efficace. Ha fatto una ricerca tramite immagine, ha trovato un sito che ha identificato come affidabile, ne ha tratto delle informazioni che ha parzialmente integrato. Anche per me la ricerca online, quando mi imbatto in un’immagine sulla quale non ho elementi, è diventata uno strumento prezioso: ci sono ormai database ricchissimi prodotti da enti affidabili. Certo, per una storica, non può che essere un primissimo passo, nella speranza di individuare qualche pista fino a risalire all’archivio da cui proviene la fotografia, perché la ricerca non si può che fare a partire dal documento originale. Ti risparmio la riflessione su cosa sia “l’originale” in fotografia perché ci porterebbe fuori strada.

Altre/i alunni, invece, hanno attivato delle competenze settoriali molto specifiche, per esempio il riconoscimento (o tentato riconoscimento) di armi e divise. Anche per uno/a storica è importante acquisire conoscenze su elementi apparentemente di dettaglio; in alcuni casi, per esempio proprio le divise militari. Oltre a consultare testi specialistici, la possibilità di far ricorso a studiosi o appassionati, che sono dei veri eruditi su aspetti estremamente circoscritti e riconoscono dettagli che per il profano sono del tutto “muti”, può essere indispensabile.

In altri casi, la lettura è stata più, direi, impressionistico-emotiva. Chiaramente non è un metodo applicabile a una interpretazione approfondita e contestualizzata di una fotografia, tuttavia credo sia innegabile che le fotografie emanino un fascino particolare, in grado di attivare processi empatici.

Infine, uno degli alunni ha fatto quello che a noi storiche ogni tanto, segretamente, piacerebbe poter fare: dare il via libera all’immaginazione e costruire una storia a partire dai pochi dati che ci fornisce l’immagine: e allora ecco il casco che serve al viaggio in moto con la fidanzata e l’uomo elegante che non può che essere un avvocato!

I filtri di lettura. Quest’ultimo punto ci rimanda, in realtà, anche a un’altra osservazione: molte/i studiose/i hanno osservato che vediamo nelle fotografie solo quello che già sappiamo. Applichiamo, cioè, inconsciamente, dei filtri ideologici che ci consentono di vedere alcuni elementi mentre ci portano a trascurarne altri. In questo caso, trattandosi di lettrici e lettori di immagini ancora poco smaliziate/i, questo processo è estremamente evidente.

Ad esempio, molte interpretazioni sono fortemente influenzate dagli stereotipi collegati al genere: se gli uomini sono soldati o partigiani (o avvocati…), le ragazze talvolta sono partigiane, ma più spesso sono individuate attraverso legami di parentela o relazioni affettive (sorelle, fidanzate, mogli…). E allora il casco nelle mani della giovane donna non può essere un attributo militare ma un casco per la motocicletta.

In molti casi, i percorsi logici attivati sono stati molto sofisticati, anche se non sempre hanno consentito di arrivare alla risposta corretta: penso in particolare all’identificazione dell’autore dello scatto. L’immagine che hai proposto non era di facile lettura. È stato allora necessario avventurarsi nel campo delle ipotesi.

Il “corpo” della foto. L’ultima nota che vorrei sottolineare è che soltanto uno studente ha tratto delle inferenze dalle caratteristiche “fisiche” della fotografia, proponendo una possibile datazione a partire dal fatto che l’immagine sia in bianco e nero. Purtroppo, questo è un aspetto trascurato anche da molte/i studiose/i che lavorano con le fotografie. Eppure, il contenuto iconografico non è che uno degli elementi che compongono un’immagine. Altrettanto importante è quello che io chiamo “il corpo” della fotografia, che ci fornisce una quantità di indizi sulla “biografia” che dallo scatto ha portato a una stampa e sul progetto comunicativo di cui è espressione.

Ti faccio un esempio per chiarire quello che intendo. Purtroppo, per ragioni dovute al lockdown, la scansione della fotografia che ho usato per il mio articolo non è quella definitiva: non c’è una resa corretta dei bianchi e neri, mancano dati precisi sulle dimensioni e manca il bordo dell’immagine. Io, che ho visto l’originale, so che è una stampa piccola, 4x5 cm circa, senza particolari pretese e con un bordo bianco frastagliato. Questi aspetti mi raccontano di una fotografia prodotta per uso privato. Un’analisi dell’usura mi potrebbe suggerire la permanenza in una tasca o, comunque, una fruizione ripetuta dell’immagine; un ricordo caro che si riguarda di tanto in tanto? O magari sul verso ci sono tracce di colla che suggeriscono il suo inserimento in un album? O è forse presente una dedica? Nella stessa collocazione sono presenti altre fotografie che sono state presumibilmente scattate nella medesima circostanza o in cui ritrovo alcuni dei soggetti? Tutti questi sono elementi che aiutano a ricostruire la circolazione e la fruizione di un’immagine e, quindi, a leggerla nel modo più completo e corretto possibile.

Insomma, studentesse e studenti hanno dovuto compiere un vero salto nel buio, con pochi strumenti e sicuramente un bagaglio di competenze molto limitato nella lettura delle immagini. Mi pare se la siano cavata bene. Ampliare e approfondire queste competenze sarebbe una risorsa preziosissima. Non solo per l’interpretazione delle tracce del passato!

Grazie per avermi coinvolta e un caro saluto,

Monica

 

Un confronto fecondo

Cara Monica,

grazie per le tue “interpretazioni di interpretazioni”. Le tue riflessioni sono una bella lezione su come gli storici affrontano le fonti fotografiche per il loro lavoro di ricerca. Nelle tue parole si sente forte la passione di chi considera la conoscenza storica come una specie di bene comune, un diritto di tutti e tutte, quindi a maggior ragione una sensibilità da sviluppare e fare crescere a scuola. Proprio a partire da questa idea della capacità di guardare storicamente il mondo come di una funzione connessa al diritto di cittadinanza, mi viene voglia di tornare su quei commenti, anche perché conosco i visi e i caratteri delle bambine e dei bambini da cui provengono.

Una scuola che non insegna le risposte, ma la curiosità. Ad esempio, Diego probabilmente ha trovato il tuo articolo sul web e usa alcune delle tue riflessioni per elaborare la sua risposta. Mi fa molto piacere leggere che, invece di stigmatizzarlo, giudichi il suo percorso una “strategia efficace”. In questi mesi di scuola a distanza ho visto su internet professori indignati, che interrogavano facendo chiudere gli occhi agli studenti per impedirgli di utilizzare informazioni cercate sul web o sui libri. Per me rappresentano un’idea sbagliata di scuola, dove trova posto solo il  sapere prefabbricato dal docente, che lo studente deve limitarsi a imparare e rispecchiare. Quando trovo ragazze e ragazzi che, spinti dalla motivazione, chiedono a genitori e parenti – o magari  telefonano ad una nonna particolarmente ferrata nell’argomento – e usano gli strumenti di ricerca che internet continuamente elabora, io invece sono felice, perché ritengo che la multiforme avventura della costruzione culturale abbia già attecchito in questi giovani.

I percorsi di indagine seguiti dagli studenti, siano essi mentali o pratici, sono sempre interessanti per chi insegna, ma raramente vengono raccontati dai ragazzi, nel timore di venire giudicati. Se però  i nostri alunni percepiscono una curiosità genuina da parte dell’insegnante, allora si aprono serenamente, dandoci la possibilità di conoscere il loro modus operandi e permettendoci di intervenire su ciò che può essere migliorato. Nel caso di Diego, ad esempio, ci siamo scambiate molte mail, in cui mi raccontava (me lo immagino con un sorriso complice), della ricerca fatta insieme alla mamma, ma anche delle conoscenze che gli arrivavano dallo zio e dalla “nonna [che] abita nel Pratello dove si fa la festa [della Resistenza] tutti gli anni e sono anche andato tante volte e mio fratello si è pure perso”.

Un posto anche per le inferenze fantasiose. Mi ha fatto piacere leggere che hai apprezzato e notato l’intreccio estremamente forte tra l’investigazione attraverso gli indizi e l’immaginazione. L’esempio del casco-elmetto che compare nella foto è emblematico. La scritta “Garibaldi”, che un po’ si legge e un po’ si intuisce, costituisce l’indizio decisivo per considerare l’appartenenza del gruppo fotografato a quella formazione partigiana, ma è vero che – se non consideriamo la scritta o non conosciamo quel riferimento – l’ipotesi di Matteo che una delle persone sia il pilota di un carro armato, parcheggiato in attesa nel fuori campo dell’immagine, non è inverosimile. Anche la lettura di Filippo – un casco per andare in moto – si  concilia bene con i sorrisi e con gli abiti civili della maggior parte dei personaggi. Insomma, si tratta di ipotesi che non vanno bollate come errori, bensì riconosciute come inferenze  “divergenti”, ma comunque interessanti. Alla scuola primaria, soprattutto nelle prime classi, giochiamo moltissimo sulla dialettica tra queste due polarità, fantastica e realistica, preparando percorsi nei quali l’immaginazione e l’interpretazione degli indizi possono mescolarsi e nutrirsi a vicenda. È divertente invitare i bambini a declinare nei due modi antitetici l’interpretazione di una “fonte storica” occasionale: il bastoncino del gelato trovato nel cortile, per esempio, può essere tanto la traccia di un goloso distratto, quanto il rametto di un albero dei ghiaccioli. I miei ragazzi ora sono grandi e i due campi del sapere si sono compiutamente separati, ma l’immaginazione non viene emarginata, rimane viva. Spesso anche agli storici tocca attivare la creatività per superare l’interpretazione stereotipata di alcuni documenti, quindi penso sia utile che questa sensibilità rimanga vitale, come un habitus  che non considera i confini tra le diverse  funzioni dell’intelletto quali rigidi steccati.

Il coraggio di aprirsi alla complessità dell’interpretazione. C’è poi un altro aspetto che vorrei sottolineare. Avevo notato, da insegnante, lo sforzo dei ragazzi di interpretare questa immagine, avulsa da ogni contesto, alternando deduzione e induzione, ora proiettando sull’immagine le interpretazioni di cui disponevano nel loro bagaglio di conoscenze pregresse, ora traendo da essa dettagli che li allontanavano dalla prima idea per far loro imboccare sentieri diversi.

Emblematico da questo punto di vista è il lavoro interpretativo del sorriso dei partigiani e delle partigiane. Nina, ad esempio, dapprima lo attribuisce alla consapevolezza di lottare per una giusta causa, poi però proietta su di loro la “preoccupazione”, dato culturale che non emerge dalla foto ma dal sapere, pregresso, che i partigiani dovevano guardarsi dalla violenza dei fascisti. Margherita fa il percorso opposto: dapprima li vede come “ansiosi” per una “missione che avrebbe potuto andar male”, ma poi li scopre “sorridenti” e attribuisce questo stato d’animo all’ipotesi che avessero “appena finito una missione”. In fondo anche gli storici accademici usano entrambi i procedimenti – deduttivo e induttivo – alternandoli continuamente, e lo stesso accade a tutti noi quando decodifichiamo oggetti del passato. Nella didattica scolastica della storia si finisce invece per privilegiare la deduzione e si valorizzano solo le risposte che scaturiscono dallo studio. In questo modo, però, ci limitiamo a formare, ben che vada, dei “piccoli eruditi”, mentre la comprensione del passato ha bisogno di coraggiose e coraggiosi che sappiano vedere nel documento anche ciò che non era previsto. Insomma, quei sorrisi partigiani sembrano fatti a posta per mettere in crisi l’immagine canonica dei valorosi in battaglia e per aprire la riflessione sulla complessità di quell’esperienza.

La storia della vita delle foto è anch’essa storia. Vorrei, infine, tornare alle tue osservazioni sulle caratteristiche fisiche della fotografia. Tutto il percorso di “microanalisi” del documento fotografico che hai descritto mi pare affascinante e particolarmente adatto ad una declinazione didattica. Tutti i dettagli che ricordavi dell’originale (benché indisponibile al momento della stesura del tuo articolo), lasciano emergere l’ottica “da detective” che credo sia connaturata al lavoro delle storiche e degli storici della nostra epoca e che può essere anche il prezioso nutrimento di una didattica motivante e attiva. Mi hai fatto venire l’idea di recuperare un po’ di fotografie e negativi dai rigattieri e farne dei piccoli archivi di lavoro, dei sussidi didattici aperti da portare a scuola e sui quali fare esercitare la capacità investigativa di ragazze e ragazzi. Penso al lavoro di congettura sull’evento fotografico cui si riferiscono, ma anche sulle vicende successive “vissute” dalle stampe fotografiche: la loro circolazione, le ragioni per cui sono finite dal rigattiere e poi nelle nostre mani; penso al piacere di cercare le tracce scritte sul retro della foto, alle ipotesi di datazione in base al formato e al colore: un sussidio che non dovrebbe mancare in nessuna scuola primaria, e forse anche secondaria.

Insomma, ho trovato molto fruttuoso lavorare insieme. Se accadesse più spesso che chi insegna la storia e chi la studia potessero scambiarsi le idee come abbiamo potuto fare noi, ne guadagnerebbe il divertimento di tutti, e forse cambierebbe un po’ anche la prospettiva con cui guardare alle proprie attività. Grazie davvero!

L’altra foto della challenge, stampa fotografica, archivio personale,
reperita da un rigattiere di Trieste, nessun riferimento su data e luogo.

 


Note:

[1] Un racconto dell’intera challenge si può leggere in https://e-review.it/gabrielli-historical-challenge-in-lockdown, url consultata il 3 dicembre 2020.

[2] Rimando a: http://www.novecento.org/storia-per-immagini/partigiani-presso-gli-stabilimenti-ercole-marelli-6479/ , url consultata il 3 dicembre 2020.

[3] https://resistenzamappe.it/bologna, url consultata il 3 dicembre 2020.

[4] Il promo è visibile online https://www.youtube.com/watch?v=zNIadJ592fE,  url consultata il 3 dicembre 2020. url consultata il 3 dicembre 2020., url consultata il 3 dicembre 2020.

[5] Toni Rovatti è professoressa a contratto presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna e, dal 2016, membro del comitato scientifico dell’Istituto Alcide Cervi. Sta conducendo ricerche storiche nell’ambito del  progetto: “Montesole: la strage, i luoghi, le biografie. Tra ricerca, public history e didattica della storia”.