Rivista dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Lo Stato contro Cosa Nostra: la lotta alla mafia e il maxiprocesso di Palermo

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Lo Stato contro Cosa Nostra: la lotta alla mafia e il maxiprocesso di Palermo

20 dic 2016

Premessa

Lo studio di caso presentato in queste pagine nasce per impulso e col concorso di dieci insegnanti[1] di scuola secondaria di primo grado della provincia di Verona, impegnati in un corso di formazione sulla didattica attiva della storia nell’anno scolastico 2015-2016. L’invito ad individuare un argomento su cui costruire uno studio di caso li ha portati alla scelta del tema “mafia e conoscenza delle figure dei magistrati Falcone e Borsellino”. Un tema di “educazione alla cittadinanza” e “legalità” su cui lavorano un po’ tutte le scuole della nostra penisola. Un tema niente affatto facile da affrontare, però, con gli strumenti dello storico. A partire dal concetto stesso di mafia. Come ha scritto Salvatore Lupo, fra i principali storici del fenomeno, quello di mafia è

un termine polisemico, che si riferisce a fatti differenti a seconda dei contesti, delle circostanze, delle intenzioni e dell’interesse di chi lo usa. È difficile individuare un argomento, una tipologia o successione di fenomeni tra loro omogenei da raccogliere sotto la voce mafia; ed è altrettanto difficile sfuggire all’impressione che sia proprio questa latitudine e indeterminatezza dei campi di applicazione a farne la fortuna.  […] Non sempre però questo affastellarsi di fattori concettualmente più o meno omogenei, più o meno eterogenei, rende più semplice la lotta alla mafia […] il concetto perde ogni solido ancoraggio, anche spaziale e cronologico, essendo le categorie di corruzione e clientelismo variamente applicabili a fenomenologie, tempi e luoghi diversissimi. Se tutto è mafia, nulla è mafia[2].

Affrontando la tematica si rischia di scivolare nell’uso di categorie sociologiche, di ricorrere a presunti archetipi culturali siciliani o a rimandare a racconti giornalistici, facendo della “mafia” un tutto indistinto, più o meno immodificato (e quindi immodificabile) nel tempo, di trasformarla, insomma, in un “un oggetto/fenomeno culturale” perdendo così la complessità dell’analisi storica.

Per sfuggire a questa trappola e circoscrivere lo studio di caso, si è scelto di costruire il lavoro attorno ad un evento significativo in un contesto territoriale preciso: il maxiprocesso di Palermo e l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino.

Di seguito si fornirà solo qualche coordinata generale, senza nessuna pretesa di esaustività, sul tema della mafia e della sua storia.

Testo per docenti

Questioni (non solo) lessicali

Il termine mafia sembra di origine italiana[3], ma ha avuto un successo internazionale al punto che è divenuto sinonimo di criminalità organizzata. Ma i due concetti – mafia e criminalità organizzata – non coincidono. Le attività criminose assumono infatti una forma organizzata ovunque vi siano mercati illegali da sfruttare (droga, prostituzione, racket, gioco d’azzardo). Le mafie, però, vanno oltre e tendono ad affermare il controllo sul  territorio, divenendo a volte così potenti da sfidare gli ordinamenti statali. Si parla di mafie al plurale perché col termine si indicano ormai le organizzazioni criminali russe, cinesi, sudamericane – i famosi “cartelli” colombiani – e la Yakuza giapponese. In Italia viene applicato per riferirsi in generale alle diverse organizzazioni criminali nate in alcune regioni meridionali: oltre a Cosa nostra in Sicilia, la ‘ndrangheta calabrese, la camorra napoletana, la Sacra corona unita in Puglia. Per poter contrastare efficacemente queste organizzazioni, nel 1982, il nostro ordinamento ha introdotto la fattispecie giuridica della “associazione di stampo mafioso”, di cui si avvalsero i giudici del pool antimafia nel maxiprocesso  di Palermo. Cosa nostra è la più antica di queste associazioni criminali.

Alcune coordinate interpretative

Negli ormai numerosissimi studi dedicati alla mafia, lo storico Salvatore Lupo individua alcuni filoni interpretativi principali: 1) la mafia vista come specchio della società tradizionale, con un’attenzione ai fattori politici, economici o – più spesso – socio-culturali del territorio; 2) la mafia vista come impresa o tipo di industria criminale; 3) la mafia vista come un’organizzazione segreta più o meno centralizzata; 4) la mafia vista come ordinamento giuridico parallelo a quello dello Stato, ovvero come anti-Stato. I filoni non sono nettamente distinti e spesso si mescolano fra loro[4].

1) La mafia come specchio della società tradizionale

Appartengono al primo filone, dice Lupo, tutti gli studi che cercano di inquadrare gli attuali fenomeni mafiosi facendo ricorso a vecchie categorie storiografiche che descrivevano un Mezzogiorno otto-novecentesco economicamente e socialmente immobile, come una società feudale, agraria e latifondistica, in cui si sono inseriti movimenti contadini contrastati con la violenza dai mafiosi al soldo dei possidenti agrari. In realtà, secondo interpretazioni più recenti, la mafia non è nata tanto dall’arretratezza, quanto piuttosto dalla modernizzazione economica che si è avuta in alcune zone della Sicilia nel corso dell’Ottocento, e si è sviluppata non tanto nelle zone rurali profonde, quanto nella campagna urbanizzata attorno a Palermo e nelle aree investite dalla domanda di prodotti, come lo zolfo, inseriti in vasti mercati internazionali. La mafia non è effetto dello sottosviluppo del Sud italiano e non è pertanto risolvibile con la “modernità” (di volta in volta identificata con la riforma agraria, l’industrializzazione, la scolarità). La persistenza del fenomeno a dispetto di tutti i mutamenti che hanno investito il Sud e, anzi, la sua estensione ad aree sempre più vaste del Mezzogiorno smentisce l’assunto del suo legame con l’arretratezza economica, ma anche con una presunta tradizione “arcaica” legata all’antropologia dei siciliani e dei meridionali in genere.

2) La mafia come industria criminale

Il secondo filone di indagine guarda alla mafia come impresa criminale. Vi è chi, come Pino Arlacchi, vede la contrapposizione fra una “vecchia mafia”, fonte di riconoscimento sociale e garante della società tradizionale, e una “nuova mafia”, che si sarebbe affermata a partire dagli anni ’70, interessata solo all’accumulazione capitalistica determinata dal controllo degli appalti pubblici, del traffico degli stupefacenti e di altre attività criminali.  Secondo la lettura di Diego Gambetta, invece, la mafia venderebbe da sempre un “bene” specifico: la protezione. La funzione base della mafia starebbe dunque nel racket della protezione, che è però, dice ancora Lupo, protezione/estorsione, dal momento che è essa stessa all’origine dell’insicurezza da cui pretende poi di proteggere contadini, piccoli commercianti, imprenditori. Come ieri la minaccia dei briganti veniva utilizzata per indurre i proprietari fondiari ad affidare ai mafiosi l’esercizio dell’impresa agraria, così oggi i negozianti sono spinti dalla minaccia della rapina, dall’estorsione, dall’usura, ad accettarli come soci. Si ha così il passaggio dall’impresa-protezione al controllo dell’impresa tout court. Vi è da un lato una continua trasformazione di mafiosi in affaristi, dall’altro una continua trasformazione di imprese pulite in imprese – genericamente – corrotte o “contigue” alla mafia. Questo processo biunivoco non è determinato dalle caratteristiche intrinseche delle attività in questione, ma dal grado di radicamento dei gruppi mafiosi nei loro contesti, dal livello di controllo del territorio che essi sanno esercitare. Da questa base di forza i mafiosi passano anche a gestire affari illegali (il grande contrabbando, il narcotraffico) che con la protezione e il controllo territoriale in se stessi hanno poco a che fare.

3) La mafia come organizzazione segreta

La mafia è un’organizzazione segreta cui si accede con riti di affiliazione. Ciò che si conosce di essa deriva necessariamente solo da fonti “interne” (i cosiddetti “pentiti”). Le informazioni acquisite attraverso le operazioni di intelligence hanno contribuito a svelarne la struttura organizzativa, fortemente gerarchizzata. Oggi quasi tutti sono ormai disposti a riconoscere che le organizzazioni mafiose sono caratterizzate da continuità temporale (sopravvivono alla vita dei loro singoli membri), struttura gerarchica, militanza (con relativo filtro all’ingresso). Ma non è sempre stato così. L’approccio alla mafia come unicità e non come accumulo di fenomeni delittuosi slegati gli uni dagli altri è stato il portato forse maggiore del lavoro investigativo dei magistrati del pool antimafia. Sulla base del riconoscimento della mafia in quanto organizzazione unitaria e gerarchica è stato possibile condannare per la prima volta, nel maxiprocesso di Palermo, i principali boss mafiosi come mandanti responsabili della cosiddetta “mattanza”: la “guerra di mafia” che, fra la fine degli inizi anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80 costò un numero di vittime imprecisato, compreso fra 400 e 1000 persone a seconda che si considerino solo i delitti accertati o anche le vittime della cosiddetta “lupara bianca”.

4) La mafia come ordinamento giuridico

Ricorda Salvatore Lupo che già nel primo dopoguerra il giurista Santi Romano scriveva:

È noto come, sotto la minaccia delle leggi statuali, vivono spesso, nell’ombra, associazioni, la cui organizzazione si direbbe quasi analoga, in piccolo, a quella dello Stato: hanno autorità legislative ed esecutive, tribunali che dirimono controversie e puniscono, agenti che eseguono inesorabilmente le punizioni, statuti elaborati e precisi come le leggi statuali. Esse dunque realizzano un proprio ordine, come lo Stato e le istituzioni lecite[5].

Secondo Romano vi sono molti ordinamenti di questo tipo: si pensi, per esempio, alle associazioni sportive. In alcuni casi lo Stato è indifferente agli altri ordinamenti, ritenendoli non dannosi o concorrenziali col proprio, in altri casi questi ordinamenti sono dichiarati illeciti. Il filone interpretativo che vede la mafia come ordinamento giuridico antitetico allo Stato è particolarmente efficace.  Proprio come lo Stato cui si contrappone, la mafia tenta di esercitare un controllo sul territorio. Qui regolamenta gli affari, leva imposte (ovvero riscuote tangenti sia sulle attività lecite che su quelle illegali), produce legittimità e definisce l’illecito stabilendo regole ed eccezioni, giudica, assolve e punisce, contendendo allo Stato il monopolio della violenza. Per realizzare i suoi fini l’organizzazione mafiosa regolamenta le relazioni all’interno di ogni singolo gruppo, evita la concorrenza tra i gruppi con il principio di competenza territoriale e con una serie di clausole e codicilli quando tale principio non sia applicabile alle situazioni concrete, prevede accordi ad hoc o strutture federative quando l’insieme delle norme non sia ancora sufficiente al mantenimento della pace. Il fatto che la mafia voglia essere un sistema giuridico non significa però che esso riesca a regolamentare veramente le relazioni al suo interno e quelle all’esterno di sé. Prova ne sia la feroce escalation terroristica a danno di magistrati, poliziotti, politici onesti e politici collusi, iniziata con la “guerra di mafia” ricordata poc’anzi.

Cenni sulla storia della mafia
Le origini

Tralasciando alcune dubbie ricostruzioni che vorrebbero far risalire le origini di Cosa Nostra alla setta dei Beati Paoli nella Palermo del XII secolo, la nascita della mafia si può ricondurre al periodo di transizione fra la fine del Regno borbonico e l’Unità d’Italia, quando il nuovo Stato italiano fallì nell’assunzione del controllo del territorio e del monopolio della forza in Sicilia. Un fallimento che favorì l’ascesa di un gruppo di faccendieri che si propose ai proprietari terrieri quali custodi dell’ordine sociale. Non si trattò, come sottolineano gli studi storici più recenti, dell’esito di una insanabile arretratezza, ma piuttosto l’adattamento distorto a una modernizzazione che apriva opportunità di grandi profitti, particolarmente nel campo della produzione e commercializzazione degli agrumi:

Se dobbiamo credere alle fonti di cui disponiamo – e nella storia di una società segreta come la mafia si tratta, inevitabilmente, di un grosso “se” – la setta nacque nell’entroterra  di Palermo quando i più energici e intelligenti tra i banditi, i membri dei “partiti”, i gabellotti, i contrabbandieri, i ladri di bestiame, i guardiani delle tenute, gli agricoltori e gli avvocati si unirono per specializzarsi nell’industria della violenza e sperimentare insieme un metodo per accumulare potere e ricchezza che fu perfezionato nel business degli agrumi. […] La setta diventò la mafia quando il nuovo Stato italiano fece i suoi maldestri tentativi per reprimerla. Così al più tardi intorno al 1875, perlomeno nell’area di Palermo, le componenti più importanti del metodo della mafia avevano ormai messo salde radici. La mafia aveva i suoi racket della protezione e le sue potenti amicizie politiche; e aveva altresì la sua struttura cellulare, il suo nome, i suoi rituali, e uno Stato inaffidabile come concorrente[6].

Gli affari criminali

Nel corso del tempo, con le medesime modalità operative di protezione/estorsione, la mafia si è interessata a diversi “rami d’attività”. In principio vi furono le industrie di prodotti di esportazione: limoni (ricercati come rimedi allo scorbuto sulle navi inglesi) e zolfo (materia prima essenziale per la lavorazione di svariati prodotti industriali, dagli anticrittogamici alla carta, dai pigmenti colorati agli esplosivi). Gli agrumeti ottocenteschi erano attività produttive moderne, che esigevano massicci investimenti, ma erano anche altamente vulnerabili: “l’ambiente perfetto per i racket mafiosi della protezione/estorsione”[7]. Più tradizionali erano invece altre attività illecite: il contrabbando di frumento e di derrate alimentari ai danni degli uffici doganali di Palermo e l’abigeato, il traffico e la macellazione di bestiame clandestina. Il mercato dei prodotti alimentari è anche l’attività con cui Cosa nostra sbarca negli Stati Uniti, dove si fa strada nei taglieggiamenti ai danni di sindacati e imprenditori, ma anche nella produzione e smercio di alcolici ai tempi del proibizionismo e, più tardi, negli anni ’40-’50 del Novecento, nella gestione del gioco d’azzardo. Il secondo dopoguerra si caratterizza per l’ingresso massiccio nella speculazione edilizia: i mafiosi iniziano a “tener d’occhio” i cantieri, esattamente come in passato avevano fatto con i limoneti e si pongono come intermediari verso il ceto politico per l’ottenimento/revoca delle concessioni edilizie. Negli stessi anni Cosa nostra entra nel contrabbando di sigarette, nel racket dei sequestri di persona – entrambi con fulcro a Napoli – e nel traffico di stupefacenti. Gli affari sono talmente in crescita da generare forti rivalità interne, al punto che è solo allora che si perviene alla istituzione di una sorta di vertice dell’organizzazione, la cosiddetta Commissione (o Cupola), al cui “statuto” lavorano criminali del rango di Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco e Tommaso Buscetta. Le rivalità crescenti in seno alla mafia per il controllo di queste lucrose attività portano, in due distinte riprese, a sanguinosi regolamenti di conti. Una “prima guerra di mafia” (1962-1969) scoppia, sembra, per una truffa relativa ad una partita di eroina. La “seconda guerra di mafia” inizia invece sul finire degli anni ’70 per la volontà del clan dei Corleonesi di assumere il controllo dell’intera organizzazione criminale palermitana. Gli omicidi si susseguono in continuazione e, oltre ai mafiosi, sotto i colpi della criminalità cadono uomini politici (come Piersanti Matterella e Pio La Torre), magistrati (come Rocco Chinicci), forze dell’ordine (compreso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa). È dopo la morte di Rocco Chinnici che decide di trasferirsi a Palermo il giudice Antonino Caponnetto, che dà vita al pool antimafia e a un metodo di lavoro che rappresenta una svolta nella secolare lotta dello Stato contro la mafia.

La lotta alla mafia tra repressione poliziesca e inchieste giudiziarie

Organizzazione e metodi di Cosa nostra sono state descritte e denunciate praticamente sin dalla nascita da numerosi studi, inchieste giudiziarie, commissioni parlamentari (gli storici ricordano gli scritti del barone Nicolò Turrisi Colonna del 1864, del dottor Galati del 1872, gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta del 1875-1877, il rapporto di Leopoldo Franchetti del 1877 e del questore Sangiorgi del 1898). Le campagne repressive avviate con una certa frequenza nella seconda metà dell’Ottocento – l’invio di militari nel 1865 a seguito della richiesta del prefetto Gualtiero a Palermo, la campagna antimafia a Nicotera nel 1876-1877, la repressione della Fratellanza di Favara che controllava l’industria dello zolfo (200 arresti) nel 1883 – si sono rivelate sempre scarsamente efficaci, da un lato per la loro occasionalità (è sempre mancata un’azione continua), dall’altro perché tendenti a voler affermare il controllo dello Stato sul territorio non solo rispetto alle organizzazione criminali, ma anche al dissenso politico e alle rivendicazioni sociali del mondo contadino (repressione dei Fasci siciliani). Anche nell’azione di Cesare Mori (il famoso “prefetto di ferro”, artefice, fra le due guerre mondiali, della più capillare ed efficace opera di contrasto che la mafia stessa ricordi), all’arresto e alla spedizione al confino di numerosi mafiosi si è accompagnata la repressione del dissenso al fascismo.

Per il secondo dopoguerra anche i libri di testo scolastici ricordano il rinvigorimento della mafia durante il nuovo difficile momento di transizione politica. La mafia si insinua nelle istituzioni durante l’occupazione alleata della Sicilia e nei movimenti che segnano il difficile passaggio alla democrazia postbellica (si veda la vicenda di Salvatore Giuliano). Se il connubio fra affari criminali e politica caratterizza fin dalle origini la storia della mafia, nel secondo dopoguerra l’intreccio si radica ancora di più. Ripartono inchieste giudiziarie e parlamentari, ma lo Stato fatica a trovare il modo per contrastare il fenomeno. Sarà proprio il lavoro del pool antimafia a determinare una svolta: sulla base del riconoscimento della unitarietà dei delitti di mafia e della attendibilità – grazie al paziente riscontro investigativo di ogni singola affermazione – dei racconti dei cosiddetti “pentiti”, si arriva al maxiprocesso e relative condanne. Contemporaneamente vengono affinati strumenti giuridici come il riconoscimento del reato di “associazione di tipo mafioso”, il sequestro dei beni di mafia, nuove norme antiriciclaggio, regole sull’utilizzo delle intercettazioni telefoniche, il potere di scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazione mafiosa e, dopo le morti di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Antonio Borsellino (19 luglio 1992), la creazione della Direzione Investigativa e della Direzione Nazionale Antimafia (delineate dallo stesso Falcone durante il periodo in cui fu Direttore degli Affari penali presso il Ministero di Grazia e giustizia), attualmente a capo rispettivamente del coordinamento delle forze dell’ordine e delle procure territoriali nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata in genere.

Conclusione

Molti degli eventi richiamati in queste ultime righe sono “memoria” per la maggior parte di noi insegnanti. Questo genera l’impressione di conoscere bene il fenomeno, ma la ripetitività delle dinamiche di intimidazione e violenza mafiose ostacola la narrazione storica. Citando ancora Salvatore Lupo:

Le transazioni mafiose hanno sempre più o meno la stessa dinamica. C’è il meccanismo della protezione/estorsione, nella quale non si capisce mai se prevalga il primo o il secondo termine del binomio, se l’imprenditore sia vittima o complice dei mafiosi. C’è la costruzione di un complesso sistema di regolamenti interni, codici e codicilli, che vale a sancire la solidarietà interna della cosca o famiglia mafiosa. C’è la violazione di quelle regole che porta a usare la violenza intestina, giustificata con argomentazioni di varia natura, ma intesa sempre ad affermare la supremazia di una fazione sulle altre. In altre parole, c’è il problema che una storia non può ridursi a un’eterna ripetizione con un’infinita sovrapposizione di casi e di nomi; ma neppure a una serie di exempla astratti, che collocano i fenomeni sociali fuori dal tempo e dallo spazio […] [L]a storia della mafia è fatta proprio da relazioni tra persone in luoghi specifici, da genealogie e signorie territoriali di lungo periodo[8].

Lo studio di caso a seguire si è ancorato, come anticipato in premessa, alla Palermo degli anni del maxiprocesso per tentare di approcciare i ragazzi a un tema complesso, che impegna ancora Stato e collettività.

Bibliografia

La bibliografia in tema di mafia e Cosa nostra è pressoché sterminata. Per l’inquadramento storico del fenomeno e per la costruzione dello studio di caso sono risultati irrinunciabili:

  • Salvatore Lupo, Storia della mafia. La criminalità organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 20043.
  • Salvatore Lupo, Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia, a cura di Gaetano Savatteri, Roma-Bari, Laterza, 2010
  • John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Roma-Bari, Laterza, 2005
  • Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Milano, Fabbri editore-RCS, 1995
Sitografia

Il sito http://www.camera.it/_bicamerali/leg15/commbicantimafia/ contiene cronologia, bibliografia, filmografia, glossario, rimandi sitografici sulla mafia, aggiornati al 2007

Notizie sull’attuale Commissione bicamerale antimafia sono reperibili sul sito istituzionale: http://parlamento17.camera.it/127

La legislazione antimafia adottata in Italia nel secondo dopoguerra si trova in:

http://www.avvisopubblico.it/osservatorio/contenuti-dellosservatorio/attivita-legislativa/leggi-approvate/la-legislazione-antimafia-cenni-storici/

e per quest’ultima legislatura in:

http://www.avvisopubblico.it/osservatorio/contenuti-dellosservatorio/attivita-legislativa/leggi-approvate/le-leggi-approvate-nella-xvii-legislatura/

Interessante e ricco di informazioni, bibliografie ragionate, dossier sulla mafia è il  sito: http://www.wikimafia.it, da cui si può accedere a tutta la documentazione relativa agli atti processuali del maxiprocesso di Palermo

Per un resoconto aggiornato dell’attuale diffusione e organizzazione delle criminalità organizzata sono disponibili online le relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia al sito: http://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/page/relazioni_semestrali.html

Innumerevoli filmati di trasmissioni televisive dedicata alla mafia, al maxiprocesso, alle figure di Falcone e Borsellino e video relativi alle stragi di Capaci e di via d’Amelio e agli avvenimenti a seguire (i funerali di Falcone con le parole della vedova dell’agente Schifani, le manifestazioni a Palermo successive alle stragi) sono reperibili su Youtube.

Parte per gli allievi: Testo, documenti e esercizi

Testo

LO STATO CONTRO COSA NOSTRA: LA LOTTA ALLA MAFIA E IL MAXIPROCESSO DI PALERMO

La mafia siciliana, chiamata anche Cosa nostra, è un’organizzazione criminale nata in Sicilia nel corso dell’Ottocento. Nella prima metà del Novecento estende la sua attività illecita dal suo luogo d’origine al resto d’Italia, agli Stati Uniti e al Canada. Questa organizzazione si basa su una struttura gerarchica ben definita, attraverso la quale controlla quartieri, città, province e intere regioni. I mafiosi pretendono denaro da commercianti, agricoltori, imprenditori promettendo di ‘proteggerli’. Chi rifiuta questa ‘protezione’ viene minacciato, picchiato o addirittura ucciso. Nei territori sotto il suo controllo la mafia si comporta come una autorità “statale”, alla quale rivolgersi per avere giustizia e lavoro. Nella seconda metà del Novecento, Cosa nostra inizia ad interessarsi alle speculazioni edilizie e al commercio di stupefacenti. Per assumere il controllo di queste lucrose attività, tra i diversi gruppi mafiosi scoppia una sanguinosa lotta intestina (1970-1980). In questa “guerra” cadono, oltre a centinaia di mafiosi, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti, politici onesti e politici corrotti, magistrati e persino sacerdoti. Lo Stato reagisce emanando leggi che, per la prima volta, riconoscono il reato di “associazione a carattere mafioso” e permettono il sequestro dei beni della mafia. A Palermo si forma il cosiddetto “pool antimafia”, un gruppo di magistrati che si pone l’obiettivo di indagare sui delitti, considerandoli non come episodi singoli, ma come parte di uno stesso disegno criminale. Il lavoro di indagine si avvale delle confessioni di alcuni mafiosi – i cosiddetti “pentiti” – che decidono di collaborare con la giustizia e di spiegare organizzazione e fini di Cosa nostra. Le informazioni acquisite conducono a numerosi arresti. Gli indagati vengono processati tutti insieme in una aula bunker appositamente costruita nel carcere di Palermo. Il processo, iniziato il 10 febbraio 1986, si conclude il 16 dicembre 1987 con 19 ergastoli, 342 condanne, 2.665 anni di carcere, 11 miliardi e mezzo di lire di multe e 144 assoluzioni. Viene chiamato anche “maxiprocesso” perché vede imputate 475 persone per reati legati alla criminalità organizzata: associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, decine di delitti e una serie di reati minori. Il maxiprocesso di Palermo è considerato come la prima importante vittoria nella lotta alla mafia da parte dello Stato. Fra i magistrati impegnati in prima linea nell’accusa vi sono i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. La mafia, colpita duramente dagli esiti del processo e dal loro impegno, reagisce eliminandoli con straordinaria violenza. Ma li trasformò, suo malgrado,  in “eroi civili”.  Dopo quegli anni di stragi, la mafia è tornata ad agire segretamente. La lotta contro Cosa nostra continua.

DOCUMENTI

Documento 1

Caratteristiche della mafia

La mafia siciliana persegue il potere e il denaro coltivando l’arte di uccidere e di farla franca, e organizzandosi in maniera peculiare, unica, che combina gli attributi di uno Stato ombra, di una società d’affari illegale e di una società segreta cementata dal giuramento, come la massoneria. Cosa Nostra assomiglia a uno Stato perché punta al controllo del territorio. […] Per una Famiglia mafiosa i racket del pizzo sono ciò che le tasse sono per un governo legale. La differenza sta nel fatto che la mafia cerca di “tassare” tutte le attività economiche, non importa se legali o illegali […] Come uno Stato, la mafia si arroga altresì il diritto di vita e di morte sui suoi sudditi. Cosa Nostra è una società d’affari perché cerca di realizzare un profitto – sia pure ricorrendo all’intimidazione  […]. Cosa Nostra è una società segreta esclusiva perché ha bisogno di selezionare i suoi affiliati con grande attenzione, e d’imporre restrizioni al loro comportamento in cambio dei vantaggi dell’appartenenza all’organizzazione. Ai suoi membri Cosa Nostra chiede soprattutto di essere discreti, obbedienti e spietati nell’uso della violenza.

(John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. XXIV-XXV)

 

Documento 2

L’organizzazione di Cosa nostra

La cellula base di Cosa Nostra è la “famiglia” con i suoi valori tradizionali: onore, rispetto dei vincoli di sangue, fedeltà, amicizia… Può contare anche duecento o trecento membri, ma la media è di circa cinquanta. Ogni famiglia controlla un suo territorio dove niente può avvenire senza il consenso preventivo del capo. Alla base vi è l’uomo d’onore, o il soldato, che ha un suo peso nella famiglia indipendentemente dalla carica che vi può ricoprire […]. I soldati eleggono il capo, che chiamano rappresentante, in quanto tutela gli interessi della famiglia nei confronti di Cosa Nostra. L’elezione si svolge a scrutinio segreto ed è preceduta da una serie di sondaggi e di contatti. Quasi sempre l’elezione conferma all’unanimità il candidato prescelto. Una volta eletto, questi nomina un vice e a volte anche uno o più consiglieri. Tra capo e soldato si situa il capo decina. Tutto ciò pone in rilievo quanto gerarchizzata sia la mafia. Altro livello gerarchico: i capi delle diverse famiglie di una medesima provincia (Catania, Agrigento, Trapani…) nominano il capo di tutta la provincia, detto rappresentante provinciale. Questo vale per tutte le province con l’eccezione di Palermo, dove più famiglie contigue su uno stesso territorio (in genere tre) sono controllate da un “capo mandamento”, una specie di capo zona, che è anche membro della famosa Commissione o Cupola provinciale. A sua volta questa Cupola nomina un rappresentante alla Commissione regionale, composta di tutti i responsabili provinciali di Cosa Nostra: è questo il vero e proprio organo di governo dell’organizzazione. Gli uomini d’onore la chiamano anche la “Regione”, con riferimento all’unità amministrativa. La Regione emana i “decreti”, vota le “leggi” (come per esempio quella che proibisce i sequestri di persona in Sicilia), risolve i conflitti tra le varie province. Prende inoltre tutte le decisioni strategiche.

(Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Milano, Fabbri editore-RCS, 1995, p. 101)

Documento 3

Gli attuali “mandamenti” della città di Palermo

(cartina tratta da: Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento, Attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, 2° semestre 2015, p. 22)

(cartina tratta da: Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento, Attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, 2° semestre 2015, p. 22)

Documento 4

L’attività di Cosa nostra secondo il “pentito” Buscetta

Fino all’inizio degli anni ‘80 eravamo vere e proprie autorità pubbliche. Facevamo rispettare  i contratti e le leggi. Chi si riteneva danneggiato in un qualche suo interesse si rivolgeva a noi invece che alla polizia o ai tribunali. L’uomo d’onore – si  trattasse di un carico di merce non pagata, di un prestito non restituito, di un furto o di una truffa – risolveva una controversia nel giro di poche settimane invece che in parecchi anni o addirittura mai; e questo era dovuto al fatto di possedere, in primo luogo, le informazioni giuste. Se un soldato o un capodecina di una certa famiglia riceveva l’incarico di rintracciare gli autori di un furto di un’automobile sapevano già a chi rivolgersi. Conoscevano i ladri e i ricettatori di quel dato rione e si davano da fare per recuperare l’automobile. […]  Il mafioso non chiedeva un compenso, né tratteneva  una percentuale sul valore dei beni recuperati. L’individuo che aveva ricevuto il favore gli sarebbe rimasto grato e obbligato per il futuro. All’uomo d’onore non sarebbero mancate le occasioni di chiedere a sua volta un piacere alla persona beneficiata. […] Negli anni ’80 il potere dell’uomo d’onore si è basato sulla forza. Ma all’epoca di cui stiamo parlando si fondava sulla capacità di servire la gente, sulla sua reputazione di persona capace di «aggiustare» le situazioni degli altri e di intercedere in loro favore anche presso i poteri pubblici. All’inizio degli anni ’60 ero noto a Palermo come una persona alla cui porta si poteva bussare tranquillamente per chiedere aiuto nella soluzione di una lite, nella ricerca di un impiego, per ottenere la concessione di una licenza. A un certo punto per me era diventato quasi un problema uscire di casa la mattina: trovavo decine di persone ad aspettarmi fuori dall’uscio. C’è stato perfino qualche poliziotto che è venuto  da me a chiedermi il piacere di fargli ottenere l’appartamento di una casa popolare.

(Testimonianza di Tommaso Buscetta tratta da: Pino Arlacchi, Addio Cosa Nostra: la vita di Tommaso Buscetta, Rizzoli, Milano 1994)

Documento 5

L’attività di Cosa nostra

Il mafioso vende un “bene” specifico, la protezione, in un contesto storico, quello siciliano o meridionale, in cui difetta la fiducia […] In questo senso il cuore del problema, la funzione base, è identificabile nel racket, che tutela un istituto legale, l’impresa, usando, per garantirsi il monopolio, la violenza, cioè l’intimidazione verbale e quella fisica dei ladri, dei traditori, dei testimoni, dei concorrenti […] La mafia d’ordine presuppone sempre un disordine da organizzare […] e dunque in larga misura è proprio la mafia a creare l’insicurezza di cui usufruisce, sicché si può dire che la sua unica funzione sia quella che essa stessa determina, visto anche che la criminalità comune costituisce la base di reclutamento delle cosche. […]

Chi ha le chiavi della sicurezza, l’amico dei mafiosi o il mafioso stesso, è il più adatto a entrare in un mercato come quello ottocentesco della gabella del latifondo, ovvero della mediazione commerciale nella zona agrumaria del Palermitano, oppure delle subconcessioni edilizie del Novecento. Come ieri la minaccia dei briganti veniva utilizzata per indurre i proprietari fondiari ad affidare ai mafiosi l’esercizio dell’impresa agraria, così oggi i negozianti sono spinti dalla minaccia della rapina, dall’estorsione, dall’usura, ad accettarli come soci. Si ha così il passaggio dall’impresa-protezione al controllo dell’impresa tout court […] da un lato una continua trasformazione di mafiosi in affaristi, dall’altro una continua trasformazione di imprese pulite in imprese – genericamente – corrotte o “contigue” alla mafia. Questo processo biunivoco non è determinato dalle caratteristiche intrinseche delle attività in questione, ma dal grado di radicamento dei gruppi mafiosi nei loro contesti, dal livello di controllo del territorio che essi sanno esercitare. Da questa base di forza i mafiosi passano anche a gestire affari illegali (il grande contrabbando, il narcotraffico) che con la protezione e il controllo territoriale in se stessi hanno poco a che fare.

(Salvatore Lupo, Storia della mafia. La criminalità organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 2004, pp. 26-27e 30)

Documento  6

Il Codice penale introduce il reato di associazione di tipo mafioso

Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da tre a sei anni.

Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da quattro a nove anni.

L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per  acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri.

(Articolo 416 bis, introdotto con la legge n. 646 del 13 settembre 1982)

Documento 7

L’importanza dei “pentiti” nella lotta alla mafia

Il nostro pentito, Tommaso Buscetta, non era piovuto dal cielo […] Prima di lui non avevo – non avevamo – che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo incominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato la chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È  stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti. Oserei dire che, quanto al contenuto delle loro rivelazioni, altri pentiti hanno avuto un’importanza forse maggiore di Buscetta, ma lui solo ci ha insegnato un metodo, qualcosa di decisivo, di grande spessore. Senza un metodo non si capisce niente. Con Buscetta ci siamo accostati all’orlo del precipizio, dove nessuno si era voluto avventurare, perché ogni scusa era buona per rifiutare di vedere, per minimizzare, per spaccare il capello (e le indagini) in quattro, per negare il carattere unitario di Cosa Nostra […] Buscetta mi ha fornito le coordinate che mi hanno permesso di mettere a punto un metodo di lavoro che si riassume in pochi concetti: dobbiamo rassegnarci a indagini molto ampie; a raccogliere il massimo di informazioni utili e meno utili; a impostare le indagini alla grande agli inizi per potere poi, quando si hanno davanti i pezzi del puzzle, costruire una strategia”

(Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Milano, Fabbri editore-RCS, 1995, pp. 41-42)

Documento 8

Il lavoro del pool antimafia

Professionalità significa innanzitutto adottare iniziative quando si è sicuri dei risultati ottenibili. Perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quello dello Stato peggio ancora. Meglio è, dopo aver indagato su numerose persone, accontentarsi di perseguire solo quelle due o tre raggiunte da sicure prove di reità […]. Posso affermare che il maggior risultato raggiunto dalle indagini condotte a Palermo negli ultimi 10 anni consiste proprio in questo: avere privato la mafia della sua aurea di impunità e invincibilità.  Anche quando i condannati al maxiprocesso verranno messi in libertà, rimarrà comunque acquisito un risultato, che la mafia può essere trascinata in tribunale e che i suoi capi possono essere condannati. […] La professionalità consiste nell’evitare le trappole. Non sempre chi stava attorno a me ha visto nella giusta luce l’attenzione pignola che dedicavo al problema della mia sicurezza: ritengo che si tratti della regola numero uno, quando si ha il compito di combattere la mafia. Si è favoleggiato sulle mie scorte, sul mio gusto del mistero, sulla clandestinità della mia vita, sulla garitta davanti alla mia abitazione. E’ stato scritto che mi spostavo da un bunker a un altro, dal Palazzo di Giustizia alle carceri e dalle carceri alla mia prigione personale: la mia casa. Qualcuno ha pensato forse che attribuissi troppa importanza a questi problemi. Non sono d’accordo. Conosco i rischi che corro facendo il mestiere che faccio e non credo di dover fare un regalo alla mafia offrendomi come facile bersaglio. Noi del pool antimafia abbiamo vissuto come forzati: sveglia all’alba per studiare i dossier prima di andare in tribunale, ritorno a casa a tarda sera. Nel 1985 io e Paolo Borsellino siamo andati in “vacanza” in una prigione, all’Asinara, in Sardegna per stendere il provvedimento conclusivo dell’istruttoria del maxiprocesso […] Professionalità nella lotta alla mafia significa anche avere la consapevolezza che le indagini non possono essere monopolio di un’unica persona, ma frutto di un lavoro di gruppo. L’eccesso di personalizzazione è il pericolo  maggiore  delle forze  antimafia, dopo  la sottovalutazione dei  rischi […] Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

(Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Milano, Fabbri editore-RCS, 1995, p. 155)

Documento 9

Il lavoro di contrasto alla mafia continua

Siamo […] nei primi anni ’90 quando la D.I.A. prende vita su ispirazione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che ben avevano compreso come solo la perfetta integrazione tra le varie Forze di Polizia avrebbe potuto contrastare le mafie, spesso caratterizzate da accese conflittualità interne, ma di certo ben compatte nell’inquinare il tessuto sociale, economico e produttivo nazionale  e internazionale. Da quegli anni in poi – quelli delle stragi – molto è stato fatto sul piano culturale e normativo nella lotta alla criminalità organizzata, le cui radici hanno tuttavia attecchito così in profondità nel Paese che ad ogni tentativo di estirpazione sembra corrispondere, su altri territori o settori economici, una nuova inflorescenza. […] È la coscienza collettiva, infatti, il vero motore che può affrancare il Paese dalle mafie, cui deve corrispondere, da parte delle Istituzioni, lo sforzo di fare quadrato contro una minaccia che, pur nelle diverse declinazioni, appare senza dubbio unitaria.

(Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento, Attività svolta e risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, 2° semestre 2015, p. 5)

Documento 10

La strage di Capaci

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PALERMO. La mafia ha ammazzato ieri a Palermo il giudice Giovanni Falcone, 53 anni, in un feroce agguato a pochi chilometri da Palermo. Una tonnellata di esplosivo, collocata ai bordi dell’autostrada tra Punta Raisi e il capoluogo, ha sventrato le due carreggiate nel momento in cui transitavano la Croma del magistrato e le auto della scorta. Tre agenti sono morti, altre persone, tra cui due civili stranieri, sono rimaste ferite. A tarda sera, in un ospedale di Palermo, è morta, mentre era sottoposta a intervento chirurgico, anche la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, di 36 anni, consigliere di Corte d’Appello a Palermo e sorella di un altro magistrato. Il giudice Falcone, dopo aver diretto il pool antimafia in Sicilia, dal 1991 era direttore degli affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Ieri stava rientrando a Palermo per il fine settimana.

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(Prime pagine dei quotidiani “La Stampa” e “La Repubblica” all’indomani della cosiddetta “strage di Capaci” in cui viene ucciso il giudice Falcone con la moglie e tre uomini della scorta)

Documento 11

La strage di via d’Amelio

(Prima pagina del quotidiano “Il Corriere della sera” all’indomani dell’uccisione del giudice Borsellino e di cinque uomini della sua scorta)

(Prima pagina del quotidiano “Il Corriere della sera” all’indomani dell’uccisione del giudice Borsellino e di cinque uomini della sua scorta)

 

Sequenza didattica

Il lavoro sui documenti permette agli studenti di approfondire alcuni aspetti della mafia: le caratteristiche di Stato-ombra, impresa criminale e organizzazione segreta richiamate nel doc. 1 sono poi illustrate nei doc. 2, 3, 4 e 5. Si riferiscono invece alla lotta alla mafia i successivi doc. 6, 7, 8 e 9. I documenti 10 e 11 sono infine dedicati alle stragi in cui morirono Falcone e Borsellino.

Per un lavoro di due ore è consigliabile evitare gli esercizi di contestualizzazione e gli approfondimenti sulle stragi (doc. 10 e 11).

Contestualizzazione

1) Trova nel tuo libro di testo le parti in cui si parla della mafia e costruisci una breve cronologia dei momenti in cui questa ha manifestato la propria attività.

2) Cosa nostra non è l’unica organizzazione criminale mafiosa presente in Italia. Consulta l’indice e guarda le mappe dell’ultima relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia (http://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/page/relazioni_semestrali.html) poi costruisci una tabella che specifichi i nomi delle diverse organizzazioni e le aree territoriali sotto il loro controllo.

Rapporto testo/documenti

1) Sottolinea nel testo il passaggio in cui si parla di come è organizzata Cosa Nostra. Trova il documento in cui viene spiegata questa organizzazione e prova a rappresentarla graficamente.

2) Nel testo si parla dell’importanza dei “pentiti” per il lavoro di indagine dei magistrati del “pool antimafia”. Trova il documento che conferma questa affermazione e sottolinea le parti in cui viene spiegato il perché.

3) Il testo si conclude dicendo che la mafia è ancora in azione, ma che prosegue anche la lotta per contrastarla. Trova e sottolinea nel documento 9 i passaggi che confermano queste conclusioni.

Lavoro sui documenti

1) Il documento 1 riporta una citazione dello storico britannico John Dickie che individua in Cosa nostra tre caratteristiche specifiche. Individua e sottolinea con colori diversi le tre caratteristiche e i  motivi per cui lo storico gliele attribuisce.

2) Il documento 3 mostra i “mandamenti” di Palermo. Scegline uno e riporta i nomi del “mandamento” e delle “famiglie” che lo controllano.

3) Confronta i documenti 4 e 5. Entrambi parlano delle attività di Cosa nostra, ma il primo è del “pentito” Tommaso Buscetta, il secondo dello storico Salvatore Lupo. Trova le risposte a queste domande: a) come descrive Buscetta l’attività del mafioso negli anni ’60? b) Buscetta parla di “uso della forza” solo a partire dagli anni ’80. La sua affermazione è confermata dallo storico?

4) Nel 1982 viene approvato un articolo del Codice penale che riconosce il reato di “associazione di tipo mafioso”. Cosa significa “associazione di tipo mafioso”?  Quali reati può commettere? Trova le informazioni nel documento  6.

5) Il documento 8 riporta una parte della lunga intervista che il giudice Falcone concesse alla giornalista Marcelle Padovani nel 1991. Qual è, secondo il giudice Falcone, il maggior risultato ottenuto col maxiprocesso nella lotta dello Stato contro la mafia? Il risultato è stato ottenuto grazie a una grande professionalità del pool antimafia. Falcone spiega in cosa consiste, per lui, questa professionalità. Individua e numera progressivamente gli elementi che la caratterizzano.

6) I documenti 10 e 11 sono le prime pagine di quotidiani nazionali all’indomani degli attentati in cui morirono i giudici Falcone e Borsellino. Ricava dai titoli e dalla trascrizione degli articoli le date, i luoghi, le modalità con cui la mafia uccise i due magistrati.

Integrazione del testo

1)  Nei documenti 2 e 7 si fa riferimento ad un famoso “pentito” di mafia. Trovane il nome e sottolinea le parti in cui si spiega quale importanza ha avuto nel maxiprocesso. Poi scrivi un breve testo con le informazioni che hai trovato.

2) Cerca e sottolinea nel testo il passaggio in cui si dice che Cosa nostra agisce come un’autorità pubblica, poi scrivi una nota che faccia degli esempi di questa sua funzione tratti dal racconto di Tommaso Buscetta riportato nel documento 4.

3) Nel testo si parla della “protezione” che i mafiosi impongono alle attività produttive sul loro territorio. Alcuni studiosi parlano di vera e propria “industria della protezione”. Trova il documento che si riferisce a questo aspetto e prova ad illustrarlo, specificando – rimandando alla parte del documento che ti permette di sostenere la tua posizione – se questa “industria” si può far risalire al passato o se è ancora in funzione.

4) Trova nei documenti i termini specifici relativi al fenomeno mafioso e, con l’aiuto di un dizionario, costruisci un piccolo glossario.

Note:

[1] Si tratta, in ordine alfabetico, di Tiziana Bertagnoli, Irene Biasi, Claudia Ciampa, Marianna Cipriani, Cristiana Mariotto, Marina Modesti, Cristina Morando, Sandro Silvestri, Paola Simeoni e Nicoletta Zantedeschi.

[2] Salvatore Lupo, Storia della mafia. La criminalità organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 20043, p.  11.

[3] L’origine del termine è controverso e il suo primo utilizzo viene fatto risalire a un’opera teatrale intitolata I mafiusi di la Vicaria. Il termine inizia poi ad essere impiegato nelle inchieste e negli atti parlamentari volti a comprendere e contrastare il sistema di criminalità organizzata che affliggeva alcune zone della Sicilia. Come specifica ancora una volta Lupo “Di per sé non è molto interessante sapere da dove derivi il termine mafia, se e in che eccezione venisse da qualcuno usato prima del 1860; è invece essenziale il fatto che esso sia utilizzato da tutti dopo quella data a definire seppur confusamente un rapporto patologico fra politica, società e criminalità, e che dunque il momento genetico della nostra storia nazionale e statuale segni la prima, generica e  molto ambigua percezione dell’esistenza di un problema di questo genere”; ivi, p. 49.

[4] La sintesi dei filoni interpretativi riportata di seguito è interamente tratta dalla parte introduttiva a Salvatore Lupo, Storia della mafia cit.

[5] La citazione è riportata anche in Salvatore Lupo, Storia della mafia cit., p. 44.

[6] John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 52-53.

[7] Ivi, p. 13.

[8] Salvatore Lupo, Potere criminale. Intervista sulla storia della mafia, a cura di Gaetano Savatteri, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 44.

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