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Attivare la memoria

Attivare la memoria

Laboratorio sui documenti per la scuola Secondaria di secondo grado

Curato da Letizia Cerqueglini e Dino Renato Nardelli
Traduzioni dal serbo di Elvira Mujcić

Abstract

La proposta offre un’articolata sequenza di documenti sonori, filmici, poetici, letterari, giornalistici, filosofici, fotografici corredati da suggerimenti didattici per affrontare l’urgenza educativa della ricostruzione della memoria storica come base per la formazione della coscienza civile. La lettura delle fonti, spesso comparate, relative alla guerra in Bosnia e allo sterminio degli ebrei mira alla ricerca dei fatti e dei significati sotto la crosta della propaganda e della falsa informazione e apre alla riflessione sulle vie della convivenza multietnica.

1. Donne oltre le bombe

Ascolta questa canzone:

Testo
Is there a time for keeping a distance
A time to turn your eyes away
Is there a time for keeping your head down
For getting on with your day

Is there a time for kohl and lipstick
A time for cutting hair
Is there a time for high street shopping
To find the right dress to wear

Here she comes
Heads turn around
Here she comes
To take her crown

Is there a time to walk for cover
A time for kiss and tell
Is there a time for different colors
Different names you find it hard to spell

Is there a time for first communion
A time for east 17
Is there a time to turn the mecca
Is there a time to be a beauty queen

Here she comes
Beauty plays the crown
Here she comes
Surreal in her crown

(Pavarotti)
Dici che il fiume
trova la via al mare
E come il fiume
giungerai a me
Oltre i confini
e le terre assetate
Dici che come fiume
come fiume
L’amore giunger
L’amore
E non so pi pregare
E nell’amore non so pi sperare
E quell’amore non so pi aspettare

(Bono)
Is there a time for tying ribbons
A time for Christmas trees
Is there a time for laying tables
When the night is set to freeze

A Sarajevo sotto le bombe fu organizzato un concorso di bellezza per eleggere la miss della città: fu il grido acuto di rivendicazione di normalità e dignità del popolo bosniaco che nell’Europa moderna era umiliato e brutalizzato con ferocia bestiale; soprattutto le donne, che furono vittime dello stupro etnico, una delle ferite più profonde e crudeli che il genocidio ha lasciato dietro di sé.
Gli U2 dedicarono all’evento questa canzone. Proprio gli U2 durante la guerra, in occasione dei loro concerti, fecero numerosi collegamenti in diretta con il giornalista americano Bill Carter che trasmetteva da Sarajevo per sensibilizzare il pubblico europeo sulla sanguinosa guerra in atto in Bosnia. La musica, il giornalismo e la poesia possono diventare strumenti efficaci per risvegliare la coscienza civile.

RISPONDI

1. Come giudichi l’operazione di sinergia tra media?

2. Che cosa pensi della scelta di fare un concorso di bellezza in una città assediata dalla guerra?

3. Un concorso di bellezza è una risposta efficace contro il tentativo di annientamento fisico e psicologico del genocidio e della guerra?

RIFLETTI
Sopravvivere ad una guerra fisica e psicologica è un compito difficile. Dopo il tempo della distruzione occorre un lungo e doloroso cammino di ricostruzione della propria integrità fisica e psicologica, sia come singolo individuo sia come gruppo e questo percorso può durare generazioni.
Il concorso di bellezza che fu organizzato a Sarajevo, oltre ad essere un inno alla vita contro la morte quotidianamente possibile, voleva esorcizzare uno degli aspetti più odiosi e drammatici della guerra in Bosnia (1 marzo 1992 – 14 dicembre 1995): la pulizia etnica perpetrata tramite lo stupro del corpo delle donne bosniache musulmane.
Il razzismo, la persecuzione razziale, la pulizia etnica, il genocidio sono strettamente legati alla fisicità del popolo da aggredire, al suo aspetto, ai suoi tratti somatici, ai segni per cui i suoi membri sono visibilmente riconoscibili. L’offesa all’aspetto fisico, la negazione del valore della bellezza e le umiliazioni lasciano ferite psicologiche profonde nella dignità delle vittime: il popolo da offendere viene demonizzato e denigrato nell’aspetto fisico, nelle capacità intellettuali e nelle disposizioni morali.
Il concorso di bellezza a Sarajevo ribadisce con forza la dignità del popolo offeso, rappresenta una riappropriazione della propria autostima ed è una sfida a chi lo denigra sotto quell’aspetto e lo vorrebbe fisicamente annientare, uccidendo gli uomini e violentando le donne.

LEGGI
«Eppure mi pare che la donna nuda davanti all’uomo armato sia sottoposta a un oltraggio ancora maggiore. Ti insegnano a stare sempre composta, a vestire accollata, a provare pudore del corpo. Poi, di colpo, nello stesso giorno in cui ti strappano ai tuoi familiari, in cui scendi da un treno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che non sai nemmeno collocare su una carta geografica, ti ritrovi nuda insieme ad altre disgraziate che, come te, non capiscono quello che sta succedendo. Non c’è nulla, lì attorno, che non faccia paura. Sei terrorizzata, e intanto i soldati passano sghignazzando, oppure si mettono in un angolo discosto a osservare la scena di queste donne che vengono rasate, tatuate, già umiliate, torturate per il solo fatto di essere lì, nude».

(dalla testimonianza di Liliana Segre in D. Padoan,
Come una rana d’inverno. Conversazione con tre donne sopravvissute ad Auschwitz,
Bompiani, Milano 2004.)

«E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire.
Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno ogni giorno bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare?»

(da P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi Torino 1997, p.13)

Il primo brano è la testimonianza di una deportata milanese al campo di sterminio di Auschwitz; nel secondo Primo Levi descrive la notte prima della partenza dal campo di transito di Fossoli, presso Carpi, di uno dei trasporti verso il campo tedesco in Polonia. Al centro di entrambi i racconti stanno figure di donne, con i loro corpi.

RISPONDI

1. Liliana Segre esprime un’idea del ruolo della donna: quale?

2. In che modo viene offesa?

3. Primo Levi esprime un’idea del ruolo della donna: quale?

4. In che modo viene offesa? Come reagisce?

5. Tu come percepisci il ruolo delle donne con le quali vivi in contatto?

6. Quali sono attualmente, alla luce della tua esperienza, le offese più frequenti subite dalle donne?

tgcom 24
(da: www.tgcom24.mediaset.it/mondo/fotogallery/1007165/egitto-violenze-dellesercito-sulle-donne.shtml )

RISPONDI

Egitto, Il Cairo, piazza Tahrir, 17 dicembre 2011. Tenendo conto delle tue riflessioni fin qui formulate, commenta la foto.

2. Il potere dell’informazione nella costruzione del nemico

Chi gestisce l’informazione, oggi gestisce uno dei più grandi poteri. Come si vede tutti i giorni essa, nelle sue varie forme, può addirittura alimentare in un paese la guerra e il conflitto etnico. Il territorio della Bosnia ospita diverse etnie: ci sono i bosniaci musulmani, i serbi e i croati di Bosnia. Ci furono durante il conflitto, scoppiato il 1 marzo 1992 e terminato il 14 dicembre 1995, vari tentativi di dividere le etnie su base territoriale.

Guarda questi filmati originali su You Tube e segui quello che dicono nella traduzione italiana dell’originale in lingua serbo-croata. Fatti un’idea su come ha funzionato negli anni Novanta la propaganda etnica nei Balcani.

Il primo video ricorre, come spesso accade, al registro dell’ironia delegittimante.

VIDEO 1

Traduzione
La cartolina turistica della Bosnia
Conoscete abbastanza bene la nostra repubblica e anche la parte croata. Oggi invece abbiamo un reportage che mostra la vita e il lavoro nella Bosnia musulmana, una vita alla pari della loro politica. Guardate… Tutti i cittadini di questa repubblica devono conoscere le fondamenta della buona educazione. Come vedete, si tratta di persone totalmente europee. Hanno costruito una fantastica città, esempio della civiltà datata 1415, l’anno in cui si trovano ora. Ecco il loro parlamento (tenda nera). Ecco che arriva lo sceicco, ecco i suoi fratelli. Ovviamente qui si lavora, si prega. Ecco il bagno pubblico. Arrivano altri sceicchi, anzi tornano dai paesi arabi. E poi pregano, pregano, pregano. Questa era la cartolina della parte musulmana della ex Bosnia, mai più unita.

RISPONDI

1. Che cosa si vuole dimostrare con questo filmato?

2. Quale parte in conflitto è l’autrice di questo servizio?

Il secondo video ricorre alla menzogna terrificante.

VIDEO 2

Traduzione
Buttano i bambini serbi in pasto ai leoni
Gli estremisti musulmani si sono ricordati della peggior tortura che esista, la notte scorsa hanno buttato bambini serbi vivi in pasto ai leoni dello zoo di Sarajevo.

RISPONDI

Quale parte in conflitto è l’autrice di questo servizio? Che tipo di medium viene utilizzato?

Un terzo video, attualmente rimosso da Youtube, tende a gettare discredito sulla parte avversa.

Traduzione
Ieri sera la biblioteca nazionale di Sarajevo è andata in fiamme. Per fortuna una gran parte del patrimonio culturale era stato spostato due mesi fa. È difficile accertare la causa dell’incendio, è vero che in vicinanza, sul monte di Trebevic, ci sono stati feroci combattimenti.
Insieme ad altri reporter, abbiamo osservato la biblioteca, ma non abbiamo notato tracce che possano ricondurre alle granate. Abbiano anche notato che all’esterno non ci sono danni, ma che le fiamme sono partite dall’interno. Tutto questo indica che si tratta dell’ennesima manipolazione musulmana, come è già accaduto a Dubrovnik.
C’è stato un altro massacro a Sarajevo. Stamane verso le dieci, nel pieno centro della città, in via Vase Miskina, è caduto un mortaio tra persone che erano in fila per il pane, a causa del quale sono morte 12 persone e ne sono rimaste ferite più di 100. La vista di questo massacro ha scioccato la popolazione locale. Il generale Nedjo Boskovic ha detto che non riesce a crederci che ci sia un mostro del genere, capace di sparare sulla popolazione inerme, in fila per il pane. «Dalle informazioni che ho, so con certezza che nessuna granata è partita dalle postazioni serbe. Non abbiamo interrotto il cessate il fuoco, stabilito ieri».

RISPONDI

1. Quale delle parti in conflitto è autrice di questo servizio?

2. Quale medium è stato utilizzato? Perché?

3. Quali sono le notizie e le prove costruite per quest’opera di discredito?

4. A cosa servono, nel disegno complessivo, queste accuse?

3. Disumanizzazione e genocidi: la guerra moderna

«In uno stato autoritario viene considerato lecito alterare la verità, riscrivere retrospettivamente la Storia, distorcere le notizie, sopprimerne di vere, aggiungerne di false: all’informazione si sostituisce la propaganda».

(da P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi Torino 1997)

FILM DOCUMENTARIO

Traduzione
I serbi sono i carnefici, è un fatto di dominio pubblico, di cui non dovete assolutamente dubitare, altrimenti diventate subito complici della carneficina. Ma guardando la cosa da un altro punto di vista, capiamo che non è vero quello che tutti i media dicono. Il nostro dovere è portare alla luce la verità, perché solo la verità ci è rimasta.
Per tutti gli anni della seconda guerra mondiale, la zona di Srebrenica era etnicamente pulita dai serbi e apparteneva ai musulmani. Sono stati uccisi più di 6469 serbi. Nessuno ha mai pagato per questi crimini. Perché è vietato parlare delle due guerre mondiali? Perché è vietato chiedersi com’è iniziato tutto nel 1990? Non si parla del 1941 perché così bisognerebbe parlare delle vittime serbe intorno a Srebrenica. È possibile che dopo 6469 vittime serbe, non possiamo nemmeno accennare a questo massacro? Come mai dopo l’11 luglio non possiamo nominare un’altra versione delle cose? Infine, sono poco importanti tre tentativi di sterminio del popolo serbo nel giro di un secolo? Partiamo dall’inizio di questa storia: settembre 1990, manifestazione del partito musulmano. «Cari fratelli e sorelle, signori e signore, apriamo oggi la prima manifestazione del partito musulmano di Bosnia. Do il benvenuto a tutti». «Il partito musulmano ha lavorato soprattutto alla destabilizzazione dei rapporti tra musulmani e serbi, perché il loro scopo era quello di prendere il controllo di tutta la Bosnia. Volevano che si arrivasse alla guerra e ci volevano arrivare preparati». Quindi i musulmani hanno coinvolto e addestrato molti uomini e proprio come accadeva nel 1941, in questo li ha aiutati anche la Croazia. Non c’era differenza tra Izetbegovic e Tudman1. La storia ha cominciato a ripetersi, come negli anni ’40. «Mi hanno fatto prigioniera. Non so chi fossero, si vedevano solo le dita, le labbra e gli occhi. Erano incappucciati. Mi ha colpito e ha detto: fanculo tu e la tua madre cetnika». «I soldati musulmani venivano addestrati in Croazia e poi tornavano in Bosnia. Questo mitra era di mio fratello, il primo colpo l’ha sparato il 18 aprile, poi è morto qualche mese dopo». I soldati musulmani portavano le armi da Sarajevo e zone limitrofe e si preparavano. Anche se i musulmani erano già pronti nel ’91, la guerra inizia ufficialmente nel 1992, il 18 aprile, quando i soldati di Oric attaccano i soldati serbi. Da quel momento in poi i musulmani hanno attaccato villaggi serbi, bruciandoli, ammazzando la gente. «Sono arrivati e gridavano, bestemmiavano la nostra madre serba. Sparavano da tutte le parti, noi ci siamo nascosti qui sotto».

Una delle strategie più diffuse per la costruzione del nemico è rappresentata da un uso pubblico della storia che dalla storia cerca legittimazioni.

RISPONDI

Prova a districare dal testo del documentario almeno tre delle ragioni che la fonte serba ricava da una lettura parziale della storia.

LEGGI
«L’antisemitismo di stampo fascista, quello che il verbo bandito da Hitler risveglia nel popolo tedesco, è il più barbarico di tutti i precedenti: vi convergono dottrine biologiche artificiosamente distorte, secondo cui le razze deboli devono cedere davanti alle forti; le assurde credenze popolari che il buon senso aveva sepolte da secoli; una propaganda senza soste. Si toccano estremi mai sentiti prima.
L’ebraismo non è una religione da cui ci si può allontanare col battesimo, né una tradizione culturale che si può abbandonare per un’altra: è una sottospecie umana, una razza diversa ed inferiore a tutte le altre. Gli ebrei sono solo apparentemente esseri umani: in realtà sono qualcosa di diverso, di abominevole e indefinibile, “più lontani dai tedeschi che le scimmie dagli uomini”; sono colpevoli di tutto, del rapace capitalismo americano e del bolscevismo sovietico, della sconfitta del 1918, dell’inflazione del 1923; liberalismo, democrazia, socialismo e comunismo sono sataniche invenzioni ebraiche, che minacciano la solidità monolitica dello Stato nazista. Il passaggio dalla predicazione teorica all’attuazione pratica è stato rapido e brutale.
Nel 1933, solo due mesi dopo che Hitler ha conquistato il potere, nasce Dachau, il primo lager. Nel maggio dello stesso anno si accende il primo rogo di libri di autori ebrei o nemici del nazismo. Nel 1935 l’antisemitismo viene codificato in una monumentale e minuziosa legislazione, le leggi di Norimberga. Nel 1938, in una sola notte di disordini pilotati dall’alto, vengono incendiate 191 sinagoghe e distrutti migliaia di negozi ebrei. Nel 1939 gli ebrei della Polonia testé occupata vengono rinchiusi nei ghetti. Nel 1940 viene aperto il lager di Auschwitz. Nel biennio 1941-42 la macchina dello sterminio è in piena azione: le vittime saliranno a milioni nel 1944. Nella pratica quotidiana dei campi di sterminio trovano la loro realizzazione l’odio e il disprezzo diffusi dalla propaganda nazista.
Qui non c’era solo la morte, ma una folla di dettagli maniaci e simbolici, tutti tesi a dimostrare e confermare che gli ebrei, e gli zingari, e gli slavi, sono bestiame, strame, immondezza. Si ricordi il tatuaggio di Auschwitz, che imponeva agli uomini il marchio che si usa per i buoi; il viaggio in vagoni bestiame, mai aperti, in modo da costringere i deportati (uomini, donne e bambini) a giacere per giorni nelle proprie lordure; il numero di matricola in sostituzione del nome, la mancata distribuzione dei cucchiai (eppure i magazzini di Auschwitz, alla liberazione, ne contenevano quintali), per cui i prigionieri avrebbero dovuto lambire la zuppa come i cani; l’empio sfruttamento dei cadaveri, trattati come una qualsiasi anonima materia prima, da cui si ricavavano l’oro dei denti, i capelli come materiale tessile, le ceneri come fertilizzanti agricoli; gli uomini e le donne degradati a cavie, su cui sperimentare medicinali per poi sopprimerli. Lo stesso modo che fu scelto (dopo minuziosi esperimenti) per lo sterminio era apertamente simbolico. Si doveva usare e fu usato quello stesso gas velenoso che si impiegava per disinfestare le stive delle navi, e i locali invasi da cimici e pidocchi. Sono state escogitate nei secoli morti più tormentose, ma nessuna era così carica di dileggio e di disprezzo».

( P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi Torino 1997)

RISPONDI, giudicando vere o false le seguenti affermazioni

1. Il tema principale dei due brani è la politica contro le minoranze

2. Il tema principale dei due brani è il potere ideologico della propaganda

3. In uno stato autoritario la stampa è asservita agli usi del potere

4. L’annientamento nel lager è l’attuazione delle idee diffuse dalla propaganda

5. La propaganda distorce la realtà presente, ma può anche arrivare a falsare la storia passata

LEGGI
Ricorda che Bosnia, Serbia e Croazia sono alcuni degli Stati che si sono formati dalla scissione di un organismo politico preesistente che si chiamava Jugoslavia.

Jugoslavia: Se vuoi la guerra, manipola i media
Il ruolo dell’informazione nel conflitto etnico

di Nenad Pejic

In Jugoslavia i leaders politici hanno coltivato nel proprio gruppo etnico la sfiducia sistematica verso le altre etnie. A questo fine si sono serviti dei media, in particolare della televisione. Quando gli appartenenti a etnie diverse sono diffidenti gli uni verso gli altri, è infatti assai facile manipolarli.(…). Le nuove autorità televisive nominate dai partiti di governo iniziarono a produrre programmi “in nome degli interessi etnici”. I leaders politici furono riconosciuti come protettori degli interessi etnici e i partiti al governo furono fatti passare per organizzazioni con lo stesso scopo. Con questo principio i media cessarono di rispondere a criteri di professionalità e iniziarono ad essere solo una parte della strategia politica dei leaders (…).
Se i giornalisti non vogliono ascoltare i “custodi” dell’etnicità, allora diventano immediatamente cattivi serbi, croati o musulmani. E i giornalisti che diventano “cattivi” membri del loro gruppo etnico, non possono più godere della protezione del loro partito etnico politico.
Le pressioni sui media hanno rapidamente diviso i giornalisti in tre categorie: i nostri, i loro e quelli di nessuno. Le maggiori pressioni furono esercitate da tutti i partiti proprio sui giornalisti indipendenti che non accettavano direttive da nessuno.

(Il ruolo dell’informazione nel conflitto etnico, di Nenad Pejic, giornalista di TeleSarajevo,
in Problemi dell’informazione, anno XVIII, n.1, marzo 1993).

Nel titolo trovi l’eco di un celebre detto latino: si vis pacem para bellum, cioè: “se vuoi la pace, prepara la guerra”. L’articolo è incentrato sul ruolo dell’informazione nel conflitto etnico scatenatosi nei Balcani negli anni Novanta.

RISPONDI

1. Perché, secondo questo articolo, l’informazione ha un ruolo chiave nella creazione di un clima di odio fra i vari gruppi etnici?

2. Che cosa hanno veicolato i media?

3. Su quali temi hanno posto l’accento i media?

4. Su quali professionisti si è riversata la responsabilità dell’informazione? Quale ruolo hanno avuto?

LEGGI
I seguenti brani descrivono eventi significativi relativi ai primi giorni di guerra in Bosnia. L’autrice è Zlata Filipovic, una adolescente bosniaca; il suo diario, nato dopo la lettura del Diario di Anna Frank, riassume non solo fatti ed eventi ma in particolare stati d’animo che sono comuni a coloro che vivono una simile tragedia.
Anche in questi brevi testi i media ritornano alla ribalta in modo prepotente.

Giovedì 5 marzo 1992
Mio Dio! A Sarajevo la situazione sta ormai precipitando. Domenica, il primo marzo, un piccolo gruppo di civili armati (così ha detto la televisione) ha ucciso un invitato ad un matrimonio serbo e ha ferito il prete. Il 2 marzo tutta la città era piena di barricate. Ce ne erano a migliaia. Non avevamo neanche il pane. Alle sei di sera la gente si è stancata ed è scesa per le strade . Il corteo è partito dalla cattedrale, è passato davanti al Parlamento e ha attraversato tutta la città. Vicino alla caserma “Maresciallo Tito” sono state ferite diverse persone (…). Zdravko Grebo, il direttore della stazione radio indipendente ZID, ha detto alla radio che oggi è stata scritta una pagina di storia. Verso le otto di sera abbiamo sentito la campana di un tram. Era il primo tram che attraversava la città, il primo segno di vita. La gente di è riversata per le strade con la speranza che una cosa del genere non si ripeta mai più.
Anche noi ci siamo uniti a questa manifestazione pacifica, poi siamo tornati a casa e abbiamo passato una notte tranquilla. Il giorno dopo era tutto normale: la scuola, le lezioni di musica. Ma di sera è arrivata la notizia che tremila cetnici stavano arrivando da Pale, una località qui vicino, per attaccare Sarajevo (…). Più tardi c’è stato un vero e proprio scontro su YUTEL TV. Radovan Karadzic, leader dei serbi bosniaci e Alija Izetbegovic, il presidente della Bosnia Erzegovina, hanno telefonato in trasmissione e hanno iniziato a litigare. A un certo punto Goran Milic, il giornalista televisivo, ha perso la pazienza e li ha convinti a incontrarsi con un certo generale Kukanjac (il comandante dell’ex esercito jugoslavo (…).

Lunedì 6 aprile 1992
Cara Mimmy, ieri la gente radunata davanti al Parlamento ha cercato di attraversare pacificamente il ponte Vrbania, ma hanno iniziato a sparare contro di loro (…).
Da ieri la gente è entrata nel Parlamento. Qualcuno è rimasto fuori davanti al palazzo. Abbiamo portato il mio televisore in sala, così ora guardo il primo canale da una parte e Good Vibrations dall’altra (…). Dicono che attaccheranno RTV Sarajevo, il centro televisivo. Ma per ora non l’hanno fatto.

RISPONDI

1. Perché stazioni radio e televisive sono oggi obiettivi militari strategici?

2. Perché i media sono diventati nel mondo contemporaneo strumenti così importanti nella vita di ognuno, tanto da orientarne giudizio e indurlo all’odio sulla base di idee costruite?

3. Secondo te, i giornalisti dovrebbero essere deontologicamente vincolati a dire la verità?

4. Quale è il ruolo dei media oggi nel dibattito politico?

4. Memoria attivata: largo alla solidarietà

Una storia purtroppo già vista … Vogliamo portarvi un esempio dalla storia degli ebrei e di come si può reagire in modo costruttivo al male subìto. La seconda guerra mondiale finì nel 1945 e Hitler non riuscì a portare a compimento il suo piano di sterminio dell’ebraismo europeo. Molti ebrei lasciarono l’Europa e si trasferirono in Israele, in cui si sentivano al sicuro dalle persecuzioni razziali, nel timore che esse potessero di nuovo ripetersi. Ma non dimenticarono mai i torti subìti, le umiliazioni, i morti; anzi, molti di loro si impegnarono perché l’umiliazione dell’esclusione da una vita normale, la persecuzione razziale e le sofferenze che aveva subìto il popolo ebraico durante la Shoah non avrebbero mai più dovuto ripetersi, per nessuno. A Sarajevo negli anni Novanta esisteva una comunità ebraica, che durante la guerra organizzò aiuti umanitari alla popolazione e mezzi di trasporto con cui poter uscire dalla città assediata e mettersi in salvo dalla guerra e dal genocidio.

L’adolescente Zlata, che avete già incontrato, accenna a questi convogli nei suoi diari.

Venerdì 6 novembre 1992
Cara Mimmy, mamma e la zia Ivanka stanno cercando di procurarci tutti i documenti necessari, perché per uscire da Sarajevo ci vuole una montagna di carte e firme. Ormai è sicuro che Maja e Bojana andranno in Austria: si sono prenotate per il convoglio ebreo. Forse partiremo anche noi con quel convoglio.

RISPONDI

Che cosa pensi di questa iniziativa della comunità ebraica? Che cosa ci indica questo comportamento degli ebrei di Sarajevo?

La memoria di fatti crudeli come la Shoah o come la pulizia etnica dei musulmani della Bosnia è necessaria a noi tutti, non solo ad evitare che il male si ripeta, ma anche a comprendere che esistono due modi di reagire al male subìto:

diagramma

5. Semso, musulmano bosniaco che leggeva Levi

Semso Osmanović all’epoca della guerra di Bosnia aveva 12 anni.Ti ha scritto una lettera: se non puoi evidentemente condividere la sua esperienza di vita, cerca di condividere una sua lettura, per rispondere a domande comuni.

Trieste, 16 dicembre 2011
Ciao a tutti voi, mi chiamo Semso Osmanović.
È un nome difficile da dire? A proposito di nomi difficili, c’è una canzone degli U2 che dice: «C’è un tempo per correre a nascondersi, un tempo per baciarsi e parlare, un tempo per diversi colori, per i nomi difficili da pronunciare». È una bella e triste canzone, scritta durante la mia guerra, quando correvamo a nasconderci e i nomi stranieri erano nemici.
Capita di trovare nomi difficili da pronunciare, l’importante è non arrendersi e riprovare, non perdere la curiosità di conoscere chi li porta. E invece a volte succede che tutto quello che non conosciamo ci sembra straniero e ci fa paura o rabbia, come una porta che si chiude.
Il mio è un nome bosniaco, cioè della Bosnia, uno stato vicino all’Italia, dall’altra parte dell’Adriatico. Ci sono boschi verdi e fiumi limpidi, montagne tanto alte che si dice fossero un tempo piramidi. Io sono nato e cresciuto lì fino a undici anni, poi ho lasciato il mio paese. Era il 1995, c’era la guerra, quella della canzone degli U2 che vi ho detto prima.
Il mio nome è un nome musulmano: in Bosnia vivono molti musulmani, arrivati lì tanti secoli fa. Semso significa “sole” in arabo, la lingua del Corano, il libro sacro di tutti i musulmani. E Osmanović, beh… è una questione più complicata, non so se avete sentito parlare del famoso condottiero Osman. No? Non importa, per le storie dei condottieri leggendari avremo tempo quando ci conosceremo meglio. A me piace molto il mio nome, mi dà un senso di pace e splendore. E mi piace che si trovi anche nel Corano, mi pare che questo mi protegga. Anzi, sono sicuro di essere stato protetto e fortunato mentre, a dodici anni, scappavo con mia madre verso il confine con i territori liberi e i cecchini ci sparavano dietro. Ma i miei fratelli sono rimasti laggiù. Vi parlerò anche di loro, delle ultime cose che ci siamo detti.
Ci sparavano perché eravamo bosniaci musulmani, e ad altri noi non piacevamo. Ha ragione Primo Levi quando spiega il titolo del suo libro Se questo è un uomo e dice che morire per un sì o per un no non è umano. Ma «se capire è impossibile, conoscere è doveroso», ricordate questo passo? Ho letto Se questo è un uomo quando sono venuto in Italia a studiare al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico e ho imparato l’italiano. Certo, Primo era ebreo, è stato in campo di concentramento, quello che è successo a lui è diverso da quello che è successo a me: tuttavia, leggendo le sue pagine, mi sono accorto che, per il bene di tutti noi, le nostre storie, anche se tremende, devono essere raccontate.
Ho riflettuto su come raccontare a me stesso e a voi quello che ho visto e il nodo di dolore è diventato parole, come un fiume che trova il suo corso verso il mare. Primo Levi dice che raccontare per lui era un bisogno: già dentro al lager, sognava di tornare e raccontare e scriveva sulla carta del laboratorio di chimica di Monowitz, avete presente questo passaggio del libro?
Primo mi ha insegnato che si deve parlare, ma non è facile trovare le parole. Per me raccontare significa parlare in nome e per conto di diecimila musulmani bosniaci uccisi. Visto che loro non possono parlare allora io devo alzare la mia voce, più forte del silenzio.
Quando ho letto le sue parole su I sommersi e i salvati, che riguardano tutta l’umanità, ho capito che tutti gli uomini soffrono allo stesso modo, per questo ha senso che leggiamo, parliamo e ricordiamo insieme, anche cose che non sono successe direttamente a noi o al nostro popolo. Per esempio, mi fa impressione Levi quando racconta che nel lager toglievano ai prigionieri il nome e gli davano un numero, lo avete letto? Mi ricorda i corpi della mia gente, ammazzata a gettata nelle fosse comuni, senza nome.
Nel libro Primo Levi spiega la frase scritta sul cancello di Auschwitz «Il lavoro rende liberi». Mi fa pensare che si può lavorare da uomini liberi e da schiavi, e che chi ne ha la possibilità, deve lavorare con dignità e per il bene. Oggi faccio l’avvocato, difendo quelli che non ci sono più, ma anche quelli che sono ancora qui e che potrebbero essere minacciati dall’odio, che cambia forma, ma non muore. Per questo vengo a portarvi la mia storia.
Spero che ci incontreremo il 27 gennaio a Perugia. Un caro saluto,

Semso

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Dati articolo

Come citarlo: , Attivare la memoria, Novecento.org, n. 1, 2013. DOI: 10.12977/nov14

INDICI

n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
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Iniziative didattiche della rete INSMLI