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Dal gorilla ammaestrato alla società 5.0

Dal gorilla ammaestrato alla società 5.0
Abstract

Il percorso degli studenti di alcune quarte e quinte classi del Liceo Scientifico “A:Scacchi” di Bari  è partito dagli scritti di Antonio Gramsci per rispondere ad una sfida: possiamo leggere il presente  “con le lenti di Gramsci”? La scelta del tema: l’analisi del Quaderno 22 Americanismo e fordismo è stata finalizzata a comprendere se la condizione del lavoratore nel mondo post-fordista sia sostanzialmente mutata.
Il dossier dei documenti, le fasi del lavoro, l’elaborazione collettiva del video prodotto, hanno evidenziato come la frase “gorilla ammaestrato” appare ancora adeguata al mondo del lavoro proiettato verso la robotizzazione. Nell’ottica gramsciana forse bisognerebbe capovolgere la logica e pensare ad un “progetto di adattamento” dell’impresa e del lavoro alla vita, cioè ad una esistenza dignitosa e libera degli esseri umani.


L’organizzazione del lavoro didattico

Le prime lezioni di questo modulo, di carattere frontale, hanno riguardato la cornice storica in cui si è sviluppata la minuziosa e non prevenuta analisi gramsciana del modello fordista, che nei primi decenni del XXI secolo si stava sviluppando negli Stati Uniti, provocando una evidente mutazione antropologica. Ci siamo servite, per queste, del quaderno 22, dal titolo Americanismo e fordismo.

Naturalmente, non si è potuto prescindere dal riferirsi al ruolo svolto dal capitalismo monopolistico nella genesi del primo conflitto mondiale e alle vicende postbelliche nel nostro paese, che sotto la spinta degli eventi accaduti in Russia, concorsero alla creazione del biennio rosso, videro la nascita dell’esperienza di Ordine Nuovo e la successiva nascita del Partito comunista, tra i cui fondatori emerse la figura di Gramsci.

Le spiegazioni frontali sono state affiancate dalla lettura di diverse fonti storiche dirette ed indirette, tra cui ricordiamo un brano tratto da La mia vita e la mia opera di Henry Ford (1922) sulla catena di montaggio e uno di F.W. Taylor, tratto da L’organizzazione scientifica del lavoro (1911) sui rapporti aziendali secondo il taylorismo. Questi brani hanno contribuito, a nostro giudizio, alla comprensione della nuova organizzazione del lavoro sviluppatasi negli USA e presentata dai suoi ideatori e promotori come strumento in grado di produrre maggiore profitto e nel contempo una sua più ampia distribuzione.

Il gorilla ammaestrato

In un secondo momento, l’analisi si è concentrata sulla presentazione di aspetti fondamentali della biografia e del pensiero gramsciano, del quale molti alunni non avevano alcuna cognizione. A questo punto, si è proposta l’analisi attenta e minuziosa del Quaderno 22, nel quale il pensatore sardo stigmatizza la lettura riduttiva e negativa dell’Americanismo che in Italia era stata fornita da molti uomini di varia estrazione culturale, e anche da una parte della cultura marxista, che vi profetizzava una dominazione totale del mondo da parte dell’America. Mussolini stesso, era contrario, per vari motivi, alla creazione di complessi industriali di vaste dimensioni in un solo luogo, come nel modello fordista. Celebre la vicenda della Fiat Mirafiori[1].

Gramsci indaga invece il sistema americano sia dal punto di vista tecnico-produttivo (taylorismo-fordismo), che dal punto di vista culturale, politico e antropologico (americanismo), come tendenza dei tempi moderni con cui anche il Vecchio Continente doveva fare i conti. Gramsci, in sostanza, riflette su “americanismo e fordismo” come risposta – economica, politica, culturale, demografica, antropologica, ecc.) ai problemi del suo tempo. Scrive:

“Si può dire genericamente che l’americanismo e il fordismo risultano dalla necessità immanente di giungere all’organizzazione di un’economia programmatica e che i vari problemi esaminati dovrebbero essere gli anelli della catena che segnano il passaggio – appunto – dal vecchio individualismo economico all’economia programmatica”

Nella lettura del testo, un aspetto ha colpito in particolare gli alunni: l’analisi realistica della condizione degradata dell’operaio nel sistema industriale taylorista, nella particolare versione fordista, ridotto ad essere uno “scimmione ammaestrato”[2] alla catena di montaggio. Ancora con le parole di Gramsci:

“Il Taylor infatti esprime con cinismo brutale il fine della società americana: sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici… ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico macchinale.”

Di qui è nata l’idea di adoperare l’espressione “gorilla ammaestrato” nel titolo del futuro lavoro da presentare al convegno, anche se all’inizio solo vagamente ideato.

Fig. 1: Raccolta di immagini prodotta dai ragazzi per il power point

 

Dal Taylorismo al toyotismo

Nelle lezioni iniziali si è mirato a far comprendere a fondo l’analisi gramsciana sulla condizione dell’operaio alla catena di montaggio, ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo alienante, manipolato in ogni aspetto della sua esistenza, represso nella sua istintualità, compresa quella sessuale, in funzione della produzione.

Tuttavia, secondo il pensatore sardo il ruolo dell’operaio nella fabbrica fordista, contrariamente alle aspettative del suo ideatore, si tramuterà dialetticamente nella presa di coscienza dello sfruttamento brutale a cui è soggetto: “quando il progetto di adattamento è avvenuto, si verifica in realtà che il cervello dell’operaio , invece di mummificarsi, ha raggiunto uno stato di completa libertà” perché  ha modo, lavorando e producendo, di pensare. In fondo, osserva Grasmci, “in qualsiasi lavoro fisico, anche il più meccanico e degradato, esiste un minimo di qualifica tecnica, cioè un minimo di attività intellettuale creatrice”[3].

Fig. 2 Modello di fabbrica fordista. Foto di Ignoto – This image is available from the United States Library of Congress‘s Prints and Photographs division under the digital ID fsa.8e02902.This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information., Public Domain, Link

Ben presto è maturato, nella classe, il desiderio di conoscere i vari modelli industriali che, nelle società capitalistiche più avanzate, hanno progressivamente sostituito il modello fordista, finendo per modellare la società.

Ciò che fa riflettere è, seguendo l’approccio gramsciano, proprio il modo di analizzare un nuovo modello di società, di lavoro, di impresa, che contiene anche una filosofia di vita, richiede un adattamento a questa filosofia, ma nello stesso tempo non riesce a cancellare possibilità diverse.

Guardare al modello industriale, all’organizzazione della fabbrica e del lavoro “con le lenti di Gramsci”, ha significato interrogarsi sull’insieme dei processi culturali, tecnologici, organizzativi, sociali che ruotano attorno ai diversi modelli industriali, e, in particolare, sulle modificazioni “antropologiche” indotte dai cambiamenti nelle forme del lavoro. Come mostra l’analisi gramsciana, queste modificazioni andrebbero lette senza pregiudizi, per scoprirne le potenzialità e le contraddizioni, cioè la dialettica insopprimibile tra “necessità” (dettata da un certo modello industriale) e “libertà” (dovuta all’impossibilità di ridurre l’essere umano a mera attività macchinale).

Pertanto, si è deciso di estendere l’analisi ad una fase storica successiva. Abbiamo perciò preso in considerazione il modello toytista nipponico, realizzato per la prima volta, nella fabbrica Toyota, e ideato dal giovane ingegnere Taiichi Ono tra il 1948 e 1975. Lo abbiamo analizzato con attenzione e confrontato con quello americano. Si è messo in luce il fatto che il toyotismo consisteva nel superamento della produzione standardizzata. In esso, infatti, il prodotto era mirato agli interessi variabili di un pubblico di possibili acquirenti di cui si cercava di conoscere i gusti con lo scopo di limitare la produzione a ciò che effettivamente era richiesto dal mercato, il cosiddetto just in time.

Fig. 3: Schema prodotto dai ragazzi

 

La grande impresa era smantellata a favore di una fabbrica minima, priva di scorte e con manodopera ridotta. Si trattava di un sistema flessibile, basato sul rapporto tra produzione ed esigenze della clientela ed in esso era tutelata la qualità al posto della quantità. Ed in tal senso fondamentale diveniva l’attuazione del kaizen: la ricerca di un miglioramento continuo dei processi lavorativi, attraverso piccoli incrementi qualitativi.

L’attenzione è stata focalizzata sul problema umano del toytismo, leggendo Riccardo Antunes, secondo il quale questa forma di organizzazione del lavoro presuppone un’intensificazione dello sfruttamento del lavoro operaio specializzato e competente: sia per il fatto che gli operai lavorano simultaneamente con più macchine, sia per il ritmo e la velocità della catena produttiva. Quindi, nel sistema post-fordista, nato per fronteggiare la grande crisi del 1973, il lavoratore resta sempre “gorilla ammaestrato”, anche se di nuovo tipo. Ci siamo chiesti quindi se e in quale misura, nel nuovo “adattamento macchinale” di tipo toyotista, restino al lavoratore margini di “attività intellettuale creatrice”; quale filosofia di vita e quale tipo di formazione culturale siano richiesti nella società modellata dal toyotismo.

(Questo lavoro è stato accompagnato da spiegazioni dettagliate, letture di documenti, di grande ausilio è stato comunque, l’uso della LIM, per la visione di documentari, la realizzazione di schemi di sintesi, il reperimento di immagini e fotografie).

Fig. 4: Immagine che schematizza l’evoluzione della fabbrica da fordista a toyotista. Immagine di Tincho Sstereo, tratta da Behance (https://www.behance.net/gallery/5690363/Infografia-Fordismo-Toyotismo).

 

L’ideazione del video

A questo punto del percorso si è deciso di realizzare un video commentato da voci narranti, completato con schemi riassuntivi e didascalie. L’impresa non era semplice, ma valeva la pena tentarla.

Da quel momento in poi il ritmo di lavoro è diventato frenetico. Abbiamo iniziato con la visione del capolavoro di Charlie Chaplin Tempi moderni (1936), in cui il grande regista statunitense descrive con ironia e maestria la condizione dell’operaio alla catena di montaggio. Ne abbiamo ricavato delle scene da inserire nel nostro video. Si sono reperite immagini di ogni tipo, fumetti compresi, usati in particolare per raffigurare il gorilla, visto filmati sul proibizionismo, sulla linea di produzione snella nella fabbrica giapponese. Man mano che si andava avanti, la capacità ideativa degli alunni sembrava inarrestabile. Contemporaneamente abbiamo chiesto loro di realizzare i testi che avrebbero accompagnato le immagini, di schematizzare i punti salienti dei due modelli considerati per realizzare dei power point, ma il tutto non sembrava sufficiente. Il lavoro di fabbrica e la concomitante visione della società non si era arrestata al sistema della Toyota, bisognava indagare sui nuovi e futuri modelli produttivi.

Il presente ed il futuro

Siamo giunti, dunque, a indagare il presente ed il futuro della società industriale, ossia l’industria 4. 0 e quella 5.0. Si è cercato, quindi, di esaminare quali fossero le peculiarità di entrambi i modelli e come mutasse, con l’introduzione dei computer e in un futuro, ormai alle porte, dei robot, il lavoro in fabbrica ed il connesso ruolo dei lavoratori.

Presentata nel 2011 ed ancora in fase di attuazione in diversi paesi, Italia compresa, la società 4.0 ed il connesso modello industriale è caratterizzata da una produzione automatizzata ed interconnessa in cui dominano le nuove tecnologie, utilizzate per accelerare i ritmi produttivi.

In questa realtà digitalizzata ed automatizzata, l’operario deve possedere competenze digitali ed informatiche di elevato livello, in quanto il suo ruolo è finalizzato al settaggio dei materiali e alla risoluzione di problemi. Pertanto le sue mansioni, pur ridotte quantitativamente, richiedono un alto grado di responsabilità, un elevato livello d’istruzione, un rapporto costante con il mondo della ricerca: aspetti che in precedenza erano assenti.

Cambiano anche i luoghi ed i tempi del lavoro, poiché è possibile gestirlo anche da casa tramite un p.c. o un tablet. In altri termini aumenta la flessibilità richiesta al lavoratore, che non ha più la possibilità di demarcare nettamente la propria dimensione personale da quella lavorativa.

Fig. 5: Schema prodotto dai ragazzi

 

A questo punto del lavoro, ci si è chiesti se maggiore flessibilità sia sinonimo di una migliore qualità di vita per il lavoratore o, al contrario, se sia sinonimo di sempre più sofisticati e complessi “progetti di adattamento” – usando il lessico gramsciano – del lavoro all’impresa. Di fronte a questi nuovi “progetti di adattamento” non regge più nemmeno la tradizionale divisione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

La società 5.0, presentata ad Hannover al CeBIT 2017 dal presidente nipponico Shinzo Abe, sarà la società dell’interconnessione permanente di cose e persone, un luogo dove gli spazi fisici e cibernetici si fonderanno mettendo al centro l’essere umano. Sarà l’era dei robot intelligenti.

Fig. 6: Schema prodotto dai ragazzi

Non è forse questo l’esito estremo dei “progetti di adattamento” del lavoro all’impresa? Una società “intelligente” in cui robot intelligenti sapranno svolgere diverse mansioni lavorative, grazie ai sofisticati “atteggiamenti macchinali ed automatici” consentiti dalla rivoluzione digitale?

Alcuni studiosi sembrano temere un futuro incerto e precario in cui i lavoratori dovranno confrontarsi, non più con colleghi preparati e competenti, ma con robot, che non rivendicheranno maggiori diritti e tutele. Eppure sembra che l’organizzazione tecnica e scientifica del lavoro manuale e intellettuale, diventata sempre più sofisticata grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche, sia costretta, dialetticamente a dichiarare il suo limite ultimo: le prime tre delle 10 competenze chiave considerate essenziali nella società del domani sono “problem solving”, “pensiero critico” e “creatività”. Potranno i robot “intelligenti” essere all’altezza di tutte e tre queste competenze? E se si perderanno milioni di posti di lavoro[4] cosa succederà?

Alla fine – ci si potrebbe chiedere – piuttosto che adattare il lavoro ai sempre nuovi modelli industriali, forse bisognerebbe capovolgere la logica e pensare ad un “progetto di adattamento” dell’impresa e del lavoro alla vita, cioè ad una esistenza dignitosa e libera degli esseri umani. Proprio come Gramsci si interrogava sulla possibilità di una risposta diversa, rispetto all’americanismo, ai problemi dei suoi tempi; una risposta che avrebbero dovuto trovare i lavoratori stessi, cioè coloro che “stanno creando, per imposizione o con la loro sofferenza, le basi materiali di questo nuovo ordine: essi devono trovare il sistema di vita originale e non di marca americana [toyotista, 4.0, 5.0, ecc.], per far diventare libertà ciò che oggi è necessità[5].

Quella sì che sarebbe una “società intelligente”.

iCub, il robot della Italian robotics, in una esibizione del 2014.
Foto di © Xavier Caré / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0, Link

DOSSIER DI DOCUMENTI

1. IL FORDISMO NEGLI USA

 Il metodo di lavoro secondo Henry Ford

“I metodi dì produzione più economici non incominciarono da un giorno all’altro. Essi si
svolsero gradatamente, proprio come noi incominciammo gradatamente a fare i pezzi delle
nostre macchine. Il Modello T fu la prima automobile che eseguimmo interamente nelle
nostre officine. Il grande risparmio incominciò nelle operazioni di montaggio, e poi si estese
ad altre sezioni, dimodoché, se noi oggi abbiamo una quantità di abili meccanici, essi non
producono automobili: essi agevolano agli altri il produrle. I nostri abili operai sono i
fabbricatori di strumenti, gli operai che si adoperano negli esperimenti, i macchinisti, i
costruttori di modelli. Essi sono valenti quanto non altri al mondo: tanto valenti da non
doverli sprecare a far cose, che si possono far meglio con le macchine da loro costruite. La
gran massa dei nostri addetti viene da noi senza abilitazione alcuna; essi imparano la loro
bisogna in poche ore o in pochi giorni. Se non la imparano in questo termine, vuol dire che
non ne potremo mai ricavare nulla. Di questi uomini molti sono stranieri, e tutto quello che si
richiede da loro prima di assumerli è che essi abbiano la capacità fisica di fare quanto lavoro
occorra per pagare il valore dello spazio che essi occupano nella fabbrica. Non hanno da
essere particolarmente robusti. Noi abbiamo bensì lavori che richiedono una grande forza
fisica (sebbene essi diminuiscano rapidamente); ma abbiamo però anche degli altri che non
richiedono alcuna forza e che, sotto l’aspetto dello sforzo fisico, potrebbero essere compiuti
da un bambino di tre anni. […] Il primo passo innanzi nell’opera di montaggio avvenne quando s’incominciò a portare il lavoro agli operai e non gli operai al lavoro. Ora in tutta la nostra lavorazione noi ci atteniamo a due massime: che un operaio, se possibile, non abbia mai da fare più di un passo, e che egli non abbia bisogno di distrarsi dal ritmo del suo lavoro col piegarsi a dritta e a
sinistra. I principi del montaggio sono questi:

1) collocate strumenti e uomini secondo l’ordine successivo delle operazioni, in modo che ogni parte componente abbia a percorrere il minimo spazio durante il processo di finimento;

2) usate carrelli su binari, o altre simili forme di trasporto, in modo che quando un operaio ha
finito la sua operazione, egli getta il pezzo sempre allo stesso posto, il più possibile a portata
della sua mano. Quindi, se si può ottenerlo, è il peso stesso del pezzo quello che deve far
scorrere il carrello sul binario e portarlo al prossimo operaio;
3) regolate il sistema di trasporto meccanico anche nel radunare i pezzi sul luogo di
montaggio, in modo che essi giungano e partano col giusto intervallo.
Il preciso risultato dell’applicazione di queste massime è la riduzione della necessità di
pensiero da parte degli operai e l’eliminazione d’ogni loro movimento superfluo. L’operaio
deve far possibilmente una cosa sola con un solo movimento.

Mettere insieme lo châssis è, nella visuale delle menti non meccaniche, la più interessante e
meglio conosciuta delle operazioni nostre, e per un certo tempo rappresentò un procedimento
di straordinaria importanza. Ora noi mandiamo i pezzi da mettere insieme addirittura ai posti
di distribuzione.

Il nostro primo esperimento di una ferrovia di montaggio risale circa all’aprile del 1913. La
sperimentammo dapprima per montare i magneti. Noi sperimentiamo sempre dapprima in
piccole proporzioni. Siamo pronti ad abbandonare ogni procedimento passato tosto che
abbiamo scoperto una miglior via, ma dobbiamo avere l’assoluta certezza che la nuova via sia
migliore dell’antica prima di procedere ad alcun radicale mutamento.

Credo che la nostra fosse la prima linea di montaggio a catena che mai sia stata installata.
L’idea ci venne in generale dai carrelli su binari che i macellai di Chicago usano per
distribuire le parti dei manzi. Noi avevamo finora messo a posto i magneti col comune
sistema. Un operaio che facesse l’intero lavoro sbrigava da trentacinque a quaranta pezzi in
una giornata di nove ore, vale a dire adoperava circa venti minuti per pezzo. Ciò che allora
egli eseguiva solo, fu poi frazionato in ventinove operazioni diverse, e il tempo necessario al
finimento fu ridotto con ciò a 13 minuti e 17 secondi. Nel 1914 noi innalzammo la linea di
trasporto di 20 centimetri e riducemmo il tempo a sette minuti. Ulteriori esperimenti sulla
rapidità del lavoro, ci permisero di accelerare questa operazione di montaggio a cinque
minuti. Per farla breve, il risultato è questo: col concorso dello studio scientifico, un operaio è
oggi in grado di compiere più di quattro volte il lavoro che egli compiva pochi anni addietro.
Il montaggio del motore, dapprima affidato a un uomo solo, è ora diviso in ventiquattro
operazioni, e gli uomini in esse impiegati compiono un lavoro per il quale ce ne volevano
prima tre volte tanti. Ben presto noi cercammo di applicare il sistema anche allo châssis.
La maggior prestazione che noi avevamo ottenuto col montaggio dello châssis in un posto
fisso, era in media di dodici ore e ventotto minuti per ogni châssis. Si tentò adunque
l’esperimento di far scorrere lo châssis per una corda lunga duecentocinquanta piedi,
mediante un argano. Sei montatori accompagnavano lo châssis in questo viaggio, e
prendevano l’uno dopo l’altro i pezzi necessari disposti a gruppi lungo il percorso. Questo
rozzo esperimento bastò a ridurre il tempo dell’operazione a cinque ore e cinquanta minuti per
ogni châssis. Nella prima metà del 1914 noi innalzammo il livello della linea di montaggio.
Avevamo adottato il precetto del lavoro da farsi ad altezza d’uomo in piedi; uno dei binari era
collocato a 68 centimetri dal suolo, e l’altro a 62 centimetri, in modo da servire a squadre di
operai di diversa statura. Questa elevazione del piano di lavoro e un ulteriore suddivisione del
lavoro stesso, che limitava i movimenti d’ogni operaio, portarono a un’ora e trentatré minuti il
tempo necessario per ogni châssis. Allora, soltanto gli châssis venivano montati cosi in serie.
Il montaggio delle sovrastrutture seguiva nella John R. Street, la famosa strada che corre
attraverso le nostre officine di Highland Park. Ora l’intera automobile vien messa insieme col
sistema del lavoro a catena”.

H. Ford, La mia vita e la mia opera, 1922, Ed. La Salamandra, Milano 1980, pp. 91-93

l nuovo sistema rivoluzionario F. W. Taylor

“L’organizzazione scientifica non è un ritrovato per aumentare l’efficienza, né un qua­lunque espediente per assicurarla, né è un sistema per calcolare i costi; non è un nuovo sistema di pagamento; non è un sistema a premio; non è un sistema a buoni; non è un sistema di cottimo; non significa controllare con un cronometro il lavoro di un uomo; non è uno studio dei tempi di lavorazione, né uno studio dei movimenti, né un’analisi dei movimenti degli uomini; non consiste nel preparare e stampare una tonnellata o due di moduli e scaricarli su un gruppo di uomini dicendo: «questo è il vostro sistema; usatelo!»; essa non è direzione tecnica suddivisa o funzionale; non è alcuno di quei Orbene, nella sua essenza, l’organizzazione scientifica comporta una completa rivoluzione mentale da parte degli operai impiegati in qualsiasi stabilimento o industria – una completa rivoluzione mentale da parte di questi uomini nei riguardi del loro lavoro, sia verso i loro compagni che verso i loro datori di lavoro.

Ed essa comporta la stessa completa rivoluzione mentale da parte dei dirigenti – il capo-officina, il sovrintendente, il proprietario dell’impre­sa, il consiglio di amministrazione – una completa rivoluzione mentale da parte loro, sia ri­guardo ai loro doveri verso i colleghi di lavoro nella direzione, che verso i loro operai e verso tutti i loro problemi quotidiani. Senza questa completa rivoluzione mentale da ambo le parti non può esservi organizzazione scientifica. […]

Credo di poter dire, senza tema di sbagliarmi, che nel passato una gran parte delle preoccupazioni e degli interessi dei datori di lavoro e degli operai delle industrie siano stati polarizzati su ciò che possiamo chiamare la giusta divisione del “surplus” risultante dai loro sforzi uniti. I proprietari hanno cercato di ottenere il profitto maggiore possibile per sé; gli operai hanno cercato di ottenere il massimo salario possibile. Questo è ciò che intendo dire quando parlo di divisione del “surplus”. […]

Così, è sopra la divisione del “surplus” che sono sorti la maggior parte dei disordini; in casi estremi ciò è stato la causa di seri disaccordi e scioperi; gradualmente le due parti sono giunte a considerarsi vicendevolmente come antagoniste e talvolta anche nemiche, tirando ciascuna dal suo lato e opponendo le proprie forze una contro l’altra. La grande rivoluzione nell’atteggiamento mentale delle due parti che si verifica con l’organizzazione scientifica è che ambo le parti distolgono il loro interesse dalla divisione del “surplus” –considerata la questione principale-ed insieme lo concentrano per aumentare l’entità del “surplus” finché esso diventa così grande che non sarà più necessario di litigare sul come debba essere diviso. Essi si accorgono che quando smettono di contrastarsi a vicenda, ed ambedue spingono concordemente nella stessa direzione, l’entità del sovrappiù creato dai loro sforzi uniti diventa realmente stupefacente. Ambedue si rendono conto che quando sostituiscono cooperazione amichevole e mutuo aiuto all’antagonismo e alla lotta, essi sono insieme in grado di far diventare questo sovrappiù talmente grande che vi sarà ampia possibilità per un grande aumento nei salari degli operai e per un egualmente grande aumento nei profitti dell’imprenditore.

Questo, signori, è l’inizio della grande rivoluzione mentale che costituisce il primo passo verso l’organizzazione scientifica. L’organizzazione scientifica deve svilupparsi mediante questi concetti: completo cambiamento nell’atteggiamento mentale di ambo le parti; sostituzione della pace alla guerra; cooperazione cordiale e fraterna in luogo di contese e liti; sforzo unito di entrambi in un’unica direzione; sostituzione di una mutua fiducia al sospettoso sorvegliarsi; creazione di rapporti d’amicizia. La adozione di questo nuovo punto di vista fa parte proprio dell’essenza dell’organizzazione scientifica ed essa esisterà soltanto dopo che ciò sarà diventato l’idea dominante di ambo le parti, dopo che questa nuova idea di cooperazione e di pace avrà sostituito la vecchia idea di discordia e lotta”.

F. W. Taylor, L’organizzazione scientifica del lavoro, 1911, Etas Kompass, Milano 1967, pp. 260-263

La catena di montaggio

Henry Ford

2. IL FORDISMO VISTO DA GRAMSCI

Industrialismo e il gorilla ammaestrato

“La storia dell’industrialismo è sempre stata (e lo diventa oggi in una forma più accentuata e rigorosa) una continua lotta contro l’elemento «animalità» dell’uomo, un processo ininterrotto, spesso doloroso  e sanguinoso, di soggiogamento degli istinti (naturali, cioè animaleschi e primitivi) a sempre nuove, più complesse e rigide norme e abitudini di ordine, di esattezza, di precisione che rendano possibili le forme sempre più complesse di vita collettiva che sono la conseguenza necessaria dell’industrialismo. […]

Gli industriali americani hanno capito benissimo questa dialettica insita nei nuovi metodi industriali. Essi hanno capito che “gorilla ammaestrato” è una frase, che l’operaio rimane “purtroppo” uomo e persino che egli, durante il lavoro, pensa di più o per lo meno ha molto maggiori possibilità di pensare, almeno quando ha superato la crisi di adattamento e non è stato eliminato: e non solo pensa, ma il fatto che non ha soddisfazioni immediate nel lavoro, e che comprende che lo si vuol ridurre a un gorilla ammaestrato, lo può portare a un corso di pensieri poco conformisti”.

A. Gramsci, Quaderni del carcere, Vol. Terzo, Einaudi Editore, Milano 1978, pp. 2160-2161; p. 2171

La razionalizzazione del lavoro e la nuova tipologia di uomo

“In America la razionalizzazione ha determinato la necessità di elaborare un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo: questa elaborazione finora è solo nella fase iniziale e perciò (apparentemente) idillica. È ancora la fase dell’adattamento psico-fisico alla nuova struttura industriale, ricercata attraverso gli alti salari; non si è verificata ancora (prima della crisi del 1929), se non sporadicamente, forse, alcuna fioritura «superstrut- turale», cioè non è ancora stata posta la quistione fonda- mentale dell’egemonia”

“Tutti questi elementi complicano e rendono difficilissima ogni regolamentazione del fatto sessuale e ogni tentativo | di creare una nuova etica sessuale che sia conforme ai nuovi metodi di produzione e di lavoro. D’altronde è necessario procedere a tale regolamentazione e alla creazione di una nuova etica. È da rilevare come gli industriali (specialmente Ford) si siano interessati dei rapporti sessuali dei loro dipendenti e in generale della sistemazione generale delle loro famiglie; la apparenza di «puritanesimo» che ha assunto questo interesse (come nel caso del proibizionismo) non deve trarre in errore; la verità è che non può svilupparsi il nuovo tipo di uomo domandato dalla razionalizzazione della produzione e del lavoro, finché l’istinto sessuale non sia stato conformemente regolato, non sia stato anch’esso razionalizzato.”

“In America la razionalizzazione del lavoro e il proibizionismo sono indubbiamente connessi: le inchieste degli industriali sulla vita intima degli operai, i servizi di ispezionecreati da alcune aziende per controllare la «moralità» degli operai sono necessità del nuovo metodo di lavoro. Chi irridesse a queste iniziative (anche se andate fallite) e vedesse in esse solo una manifestazione ipocrita di «puritanismo», si negherebbe ogni possibilità di capire l’importanza, il significato e la portata obbiettiva del fenomeno americano, che è anche il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo nuovo di lavoratore e di uomo”

A. Gramsci, Quaderni del carcere, Vol. Terzo, Einaudi Editore, Milano 1978, pp 2146;2150;2164-65

Rileggere Americanismo e Fordismo oggi

Eppure il nostro “oggi” assiste, al tempo stesso, al trionfo dell’americanismo, inteso sia come egemonia politico-militare, economico-finanziaria e culturale sia come way of life: oggi più di allora è vero il fatto che esso costituisca «un’“epoca” storica» (Q 2140). Rileggere il Quaderno 22 oggi ci pone quindi dinanzi ad un singolare dilemma: attualità della categoria di «americanismo» oppure obsolescenza di «taylorismo» e «fordismo»? Ma se queste categorie sono strettamente connesse, come è possibile? Cerchiamo allora, in primo luogo, di capire cosa significhino esattamente americanismo, fordismo e taylorismo, le tre categorie principali del Quaderno 22, per poter valutare l’attualità, nel metodo e nell’oggetto, dell’analisi gramsciana.  Molto sinteticamente, si può dire che l’americanismo è quell’epoca della storia del capitalismo segnata dal passaggio «dal vecchio individualismo economico all’economia programmatica» (Q 2139), dal capitalismo di libera concorrenza al capitalismo monopolistico. Un’epoca di «rivoluzione passiva», contrassegnata dalla necessità di rinnovare (l’organizzazione del lavoro e della produzione, e conseguentemente la politica e la cultura) per conservare (l’assetto classista della società). Cuore dell’americanismo è il fordismo, cioè un modo di produzione che diventa egemonico, informando di sé la società e la sua ideologia («la “struttura” domina più immediatamente le soprastrutture», Q 2146). Grazie all’assenza di classi sociali parassitarie e di un apparato statale altrettanto parassitario, grazie all’inesistenza di resistenze culturali, che invece caratterizzano la situazione europea ed italiana in particolare, in America è stato relativamente facile razionalizzare la produzione e il lavoro, combinando abilmente la forza (distruzione del sindacalismo operaio a base territoriale) con la persuasione (alti salari, benefizi sociali diversi, propaganda ideologica e politica abilissima) e ottenendo di imperniare tutta la vita del paese sulla produzione. L’egemonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia (Q 2145-6; cors. M.B.).

Il nuovo sistema non lascia spazio all’anarchia della produzione, perché la società di massa esige, per consumare, una produzione adeguata, che è garantita solo dalla sua razionalizzazione. L’«economia programmatica» diventa sinonimo di «razionalizzazione» della produzione, razionalizzazione che richiede, tra l’altro: 1) una nuova organizzazione del lavoro, il taylorismo; 2) un nuovo tipo di uomo; 3) una nuova funzione dello Stato nel sistema capitalistico. Nell’analisi che Gramsci conduce del taylorismo traspare, sebbene qui non tematizzato, il “metodo” seguito dal filosofo marxista, la dialettica. Ma questo termine, sebbene perspicuo, non ci mette affatto al riparo da possibili fraintendimenti. Precisiamolo: il metodo di indagine gramsciano è dialettico in un triplice e preciso senso: 1) che, epistemologicamente, «il vero è l’intero», cioè solo l’attenzione alla totalità delle relazioni che costituiscono l’oggetto della ricerca garantisce la sua scientificità: «blocco storico», quale «sviluppo» della struttura e della soprastruttura «intimamente connesso e necessariamente interrelativo e reciproco» (Q 1300), «circolo omogeneo» di filosofia-politica-economia (Q 1492), sono categorie che, pur non citate in questo quaderno, vi sono però utilizzate, a testimonianza dell’impostazione “olistica” di Gramsci (che produce una struttura reticolare di rimandi fra i diversi temi trattati nei quaderni). Da questo punto di vista emerge l’importanza delle relazioni verticali: da un lato, si ha l’inclusione del più particolare nel più generale perché si colga il significato del primo, dall’altro, il più generale riceve a sua volta il suo contenuto determinato dal più particolare: così il taylorismo (organizzazione della fabbrica) spiega il ed è spiegato dal fordismo (organizzazione della società), il fordismo spiega il ed è spiegato dall’americanismo (organizzazione dell’economia-mondo); 2) che, euristicamente, è fecondo procedere secondo una polarità orizzontale: America-Europa, Nord-Sud, città-campagna, industria-agricoltura, forze subalterne-forze dominanti sono poli dialettici che si illuminano reciprocamente. L’analisi condotta in Americanismo e fordismo è un’analisi dialettica (cioè, più precisamente, un procedimento al tempo stesso analitico e sintetico) nel senso appena precisato; 3) che, politicamente, l’affermazione di un tipo di organizzazione produce anche possibilità non volute, di segno contrario, apre spazi imprevedibili di emancipazione, come nel caso, che affronteremo tra breve, dei pensieri non conformistici generati proprio dall’adattamento alla catena di montaggio.  Intendo qui concentrare l’attenzione su due dei molti punti trattati da Gramsci in questo quaderno, i due che forse appaiono oggi più obsoleti: 1) la razionalizzazione tayloristica del lavoro; 2) la «quistione sessuale», che è intimamente connessa alla necessità di creare un nuovo tipo di uomo. Si tratterà allora di comprendere se l’analisi gramsciana sia attuale, cioè feconda dal punto di vista del metodo e capace di illuminare l’oggetto che, al di là delle modificazioni, mostra dei tratti permanenti che lo rendono riconoscibile come ancora nostro.”

M. Biscuso, Rileggere Americanismo e Fordismo oggi, Giornaledifilosofia.net – Filosofia italiana.it, Dicembre 2007

Leggere Gramsci oggi attraverso le parole di una studentessa

Lo stesso discorso vale per i comportamenti sessuali, la cui irregolarità era nemico pericoloso delle energie nervose. Ford arrivò a creare corpi ispettivi aziendali per controllare gli operai, il loro modo di spendere il danaro e le loro attitudini private sul piano sessuale. Sarà fondamentale il lavoro svolto da psicologi e sociologi, i quali tentano di trasformare l’azienda nel centro della vita dell’operaio; organizzando il tempo libero, fornendo vari comfort, mense, sale luminose, svaghi, sport, si cerca di tenere occupati i pensieri dei lavoratori, evitando soprattutto lo sviluppo di idee rivoluzionarie. E ancora, dirà Gramsci: “Anche la letteratura psicoanalitica è un modo di criticare la regolamentazione degli istinti sessuali forma talvolta illuministica, con la creazione di un nuovo mito del selvaggio sulla base sessuale (inclusi i rapporti tra genitori e figli)” (Q. 22, 2148). È palese: il nuovo industrialismo vuole la monogamia, una famiglia stabile e prolifica, vuole che l’uomo lavoratore non sperperi le sue energie nella ricerca disordinata ed eccitante del soddisfacimento sessuale occasionale. L’operaio che va a lavoro dopo una notte di stravizio non è un buon lavoratore, l’esaltazione passionale non può andare d’accordo con i gesti automatici di produzione. “La verità è che non può svilupparsi il nuovo tipo di uomo domandato dalla razionalizzazione della produzione e del lavoro finché l’istinto sessuale non sia stato conformemente regolato, non sia stato anch’esso razionalizzato”(Q. 22, 21509). È molto interessante la maniera in cui Gramsci connette i tratti del puritanesimo e dell’ideologia americana, non riducendo l’azione proibizionista a quella per la moralizzazione dei costumi ad una semplice tendenza culturale e religiosa, “la apparenza di puritanesimo che ha assunto questo interesse non deve trarre in errore” (Q. 22, 2150). Nel parlare della “quistione sessuale” Gramsci si preoccupa anche di quella che potremmo definire “quistione femminile”; l’intellettuale, infatti, parla di “ideale estetico” della donna, un ideale però in bilico, che “oscilla tra la concezione di fattrice e di ninnolo”. A questo punto, allora, la questione diviene “etico – civile” e, con calore umano, Gramsci usa la parola “personalità femminile” e conclude: “[…] finché la donna non avrà raggiunto non solo una reale indipendenza di fronte all’uomo, ma anche un nuovo modo di concepire se stessa e la sua parte nei rapporti sessuali, la quistione sessuale rimarrà ricca di caratteri morbosi e occorrerà esser cauti in ogni innovazione legislativa. Nonostante i tentativi di spersonalizzazione del lavoro, secondo Gramsci, l’obiettivo di trasformare l’operaio in gorilla

ammaestrato, è destinato a fallire, perché il cervello dell’operaio anziché mummificarsi si libera. Sappiamo infatti che Gramsci sostiene che tutti gli uomini sono intellettuali, il punto è che poi non tutti hanno nella società la funzione di intellettuali. Per Gramsci non si può parlare di non intellettuali perché non esiste attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale e perché al di fuori della sua attività professionale esplica una qualche attività intellettuale, ed è un filosofo che partecipa e contribuisce ad una determinata concezione del mondo. Per quanto Gramsci definisca razionale e progressivo l’americanismo – fordismo ciò non gli impedisce di dire che esso è destinato a fallire, o meglio che non è in grado di superare le contraddizioni sociali della crisi organica del capitalismo.

R. Fiorini, Americanismo e fordismo: A: Gramsci, Quaderno 22 – http://www.neldeliriononeromaisola.it/2016/10/210740/

3. TOYOTISMO E POSTFORDISMO

Il modello Toyota

Il Toyota Production System viene definito anche,  come si è già detto, in alcune pubblicazioni accademiche, Toyotismo, è un metodo di organizzazione della produzione derivato da una filosofia diversa e per alcuni aspetti alternativa alla produzione di massa, ovvero alla produzione in serie e spesso su larga scala basata sulla catena di montaggio di Henry Ford.

Il nome deriva dal fatto che essa è stata inventata negli anni 1940-1950 presso la Toyota, da Sakichi Toyoda, Kiichiro Toyoda, ed in particolare dal giovane ingegnere Taiichi Ohno. Alla base del TPS si trova l’idea di “fare di più con meno”, cioè di utilizzare le (poche) risorse disponibili nel modo più produttivo possibile con l’obiettivo di incrementare drasticamente la produttività della fabbrica.

La Toyota, nell’immediato dopo-guerra, si trovava in condizioni gravissime di mancanza di risorse, come peraltro gran parte dell’industria del Giappone, uscito sconfitto e stremato da una guerra devastante.

Il modello Toyota è un sistema di produzione; come dichiarato dalla Toyota stessa è un modo ragionevole di produrre, in quanto elimina completamente quanto c’è di superfluo nella produzione, al fine di ridurre i costi.  Diversi aspetti, qui di seguito riportati, sono tratti dal testo  di Yasushiro Monden1, teorizzatore e divulgatore del sistema.

Idea base del sistema è l’ormai famoso Just in time: produrre il tipo di pezzi che servono, per il momento in cui servono e nella quantità in cui servono. Scopo dichiarato del sistema Toyota: aumentare gli utili attraverso la riduzione dei costi eliminando ciò che vi è di superfluo.

Come si progetta e si realizza

Il concetto di costi è visto nella sua accezione più ampia, comprendendo non solo costi di produzione ma anche:

  • Costi amministrativi
  • Costi finanziari
  • Costi di vendita

Per realizzare lo scopo aziendale gli obiettivi secondari da raggiungere congiuntamente sono:

  • Controllo delle quantità
  • Controllo della qualità
  • Rispetto dell’uomo

La continuità del flusso di produzione e l’adattamento alle fluttuazioni della domanda, sia come quantità che come mix di prodotti, sono ottenuti applicando principi chiave quali:

  • Just in time
  • Controllo di qualità-quantità
  • Mano d’opera flessibile nel rispetto dell’uomo
  • Creatività o inventiva

L’implementazione dei quattro  principi avviene attraverso i seguenti metodi e sistemi:

  • Sistema kanban per assicurare la produzione just in time
  • Metodo di livellamento della produzione per adeguarsi alle fluttuazioni della domanda
  • Riduzione del tempo di setup (riattrezzaggio) per ridurre il lead time
  • Standardizzazione dei cicli di lavoro per bilanciare le linee
  • Layout delle macchine ed operai polivalenti per attuare il concetto di mano d’opera flessibile
  • Miglioramento del lavoro attraverso il sistema dei piccoli gruppi e dei suggerimenti per ridurre la mano d’opera e migliorare il morale degli operai
  • Sistema di gestione funzionale per attuare in tutta l’azienda il controllo della qualità
  • Sistema di controllo visivo per attuare il principio del controllo autonomo dei difetti

Il Just in Time (JIT)

Il JIT può essere definito “un sistema produttivo che garantisce la continua e perfetta simmetria tra l’offerta dei beni prodotti e la domanda che proviene dal mercato”. L’obiettivo del “solo ciò che occorre, solo quando occorre”, fa sì che il JIT sia molto di più di una semplice tecnica di riduzione del livello degli stock o di programmazione. E’ presentata anche da alcuni autori come  una filosofia organizzativa a sè stante che mira a un forte aumento della competitività attraverso l’eliminazione di tutti gli sprechi: scorte zero, scarti zero. Nel modello giapponese che insiste sull’aspetto sistemico aziendale, il JIT rappresenta uno dei punti fondamentali affinché la strategia qualità possa raggiungere gli obiettivi posti.

Nel sistema Toyota, il flusso produttivo viene organizzato in maniera opposta al sistema tradizionale a spinta.

La programmazione centrale dei programmi di produzione di stampo taylorista viene sostituita da una, chiamata periferica della produzione. Nei sistemi tradizionali, la produzione viene programmata e controllata attraverso programmi di produzione che le varie fasi del processo produttivo eseguono, seguendo il metodo in cui la fase a monte fornisce i pezzi alla fase a valle, da cui il nome di Metodo a spinta o Push system.

Il sistema Toyota è rivoluzionario perchè è la fase di lavoro a valle che preleva i pezzi dalla fase a monte, utilizzando un metodo conosciuto come sistema a trazione o pull system.

Solo la linea di montaggio a valle può conoscere la cadenza e la quantità necessaria dei pezzi richiesti ed è sempre la linea di montaggio a valle che preleva, presso le fasi a monte, i pezzi necessari al momento giusto.

Dispensa della docente Prof.ssa C. Casadio, Economia e Gestione delle imprese – Università di Bergamo www00.unibg.it/dati/corsi/88003/44924-il%20%20sistema%20toyota.pdf

Il sistema Toyota

4. LA SOCIETÀ 4.0

Germana GRAZIOLI, Industria 4.0: è arrivata la quarta rivoluzione industriale

http://www.rizzolieducation.it/riviste/industria-4-0-e-arrivata-la-quarta-rivoluzione-industriale/

Piano Nazionale Industria 4.0

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/Piano_Industria_40.pdf

 The Future of Jobs. Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution

Questa ricerca, presentata al World Economic Forum (WEF) nel mese di gennaio 2016, illustra l’evoluzione del lavoro fino al 2020 sulla base delle indicazioni raccolte tra i responsabili delle Risorse Umane di 350 tra le maggiori aziende mondiali (tra cui 150 sono incluse tra le 500 di Fortune). Sul sito del WEF è disponibile il testo del rapporto e la sua sintesi:  http://reports.weforum.org/future-of-jobs-2016/

Bibliografia essenziale

  1. H. Ford, La mia vita e la mia opera, La Salamandra, Milano 1980
  2. A. Galgano, Toyota. Perché l’industria italiana non progredisce, Milano, Guerini e Associati, 2005
  3. A. Gramsci, Americanismo e fordismo, Ed. cooperativa Libro popolare, Milano 1949
  4. A. Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi Editore, Milano 1971
  5. A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile, Einaudi Editore, Milano 2007
  6. A. Gramsci, Odio gli indifferenti, Chiare Lettere Edizioni, 2015
  7. A. Gramsci, Quaderno 22. Americanismo e Fordismo, Einaudi Editore, Milano 1978
  8. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi Editore, Milano 2014
  9. E. Mingione, E. Pugliese, Il Lavoro, Carocci Editore, Roma 2011
  10. B. Settis, Fordismi. Storia politica della produzione di massa, Il Mulino, 2016
  11. F. W. Taylor, L’organizzazione scientifica del lavoro, Etas, Milano 2004
  12. G. Vacca, Vita e pensiero di Antonio Gramsci, Einaudi Editore, Milano 2014
  13. G. Liguori – P. Voza, a cura di, Dizionario gramsciano 1926-1937, Carocci 2009

Filmografia

  1. Charlie Chaplin, Tempi moderni (Modern Times), 1936
  2. Walt Disney, Dumbo, 1941 (Gorilla Scene)
  3. Friez Freleng, Apes of Wrath, 1959

Sitografia

  1. http://www.istitutogramscigr.it/wp/wp-content/uploads/2013/06/Biscuso-Rileggere-A-e-F.pdf
  2. AA.VV., Americanismo e Fordismo, in particolare il testo di M. Revelli, Economia e modello sociale fra fordismo e toyotismo: http://www.istitutogramscigr.it/wp/wp-content/uploads/2017/02/Americanismo-e-antiamericanismo-fordismo-e-postofordismo.pdf

Note:

[1] A. Barbero, E Mirafiori lasciò il Duce da solo sotto la pioggia, 2 marzo 2011 [https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-02/mirafiori-lascio-duce-solo-064504_PRN.shtml]; http://www.istoreto.it/to38-45_industria/schede/fiat_mirafiori.htm;

[2] L’espressione è una frase del Taylor che Gramsci ha ritrovato in altri testi, più volte citata nei Quaderni.

[3] Q 12, I, 1516

[4] Nel Rapporto presentato al World Econmic Forum del 2016 si parla di 7 milioni posti di lavoro in meno …

[5] Q 22, 15, 2179.

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1 Comment

  1. Michele d.

    Un lavoro eccezionale, complimenti alla Dott.ssa Patruno.

    Rispondi

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Dati articolo

Autore: and
Titolo: Dal gorilla ammaestrato alla società 5.0
Parole chiave: , , , , ,
Numero della rivista: n.10, agosto 2018
ISSN: ISSN 2283-6837

Come citarlo: and , Dal gorilla ammaestrato alla società 5.0, Novecento.org, n. 10, agosto 2018.

INDICI

n. 10, agosto 2018
"Con le lenti di Gramsci"
Dossier del n. 10 della rivista
Pensare la didattica
Storia pubblica
Didattica in classe
n. 9, febbraio 2018
Editoriale
"Insegnare l’europa contemporanea"
Dossier del n. 9 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 8, agosto 2017
DOSSIER "ITALIA DIDATTICA"
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO
n. 7, febbraio 2017
Italia repubblicana, 70 anni di storia da insegnare Dossier del n. 7 della rivista
La violenza di stato nel Novecento: lager e gulag Dossier del n. 7 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
n. 6, luglio 2016
Il genocidio armeno Dossier del n. 6 della rivista
La linea gotica fra ricerca e didattica Dossier del n. 6 della rivista
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Ipermuseo
n. 5, gennaio 2016
Editoriale
Didattica della storia e laboratori digitali: la guerra dei Trent’anni (1914-1945) Dossier del n. 5 della rivista
Le relazioni
I laboratori
I gruppi
Pensare la didattica
Uso pubblico della storia
Didattica in classe
Dossier "Le Pietre d'inciampo in Italia"
Ipermuseo
n. 4, luglio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Mediterraneo contemporaneo"
Sguardi sul Mediterraneo Gli studi di caso
Uso pubblico della storia
n. 3, gennaio 2015
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier "Le risorse didattiche digitali su Resistenza e seconda guerra mondiale"
Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 2, giugno 2014
Pensare la didattica
Didattica in classe
Dossier: "Le grandi crisi del mondo contemporaneo"

A cura di Carla Marcellini e Giovanni Palmieri

Uso pubblico della storia
Ipermuseo
n. 1, dicembre 2013
LA STORIA NELL’ERA DIGITALE
PENSARE LA DIDATTICA
USO PUBBLICO DELLA STORIA
DIDATTICA IN CLASSE
IPERMUSEO

Iniziative didattiche della rete INSMLI